M5S cambia idea: si all’euro ma con moneta fiscale

28 Marzo 2017, di Mariangela Tessa

Non un’uscita unilaterale dall’euro, che avrebbe costi troppo alti bensì “la reintroduzione in Italia di quella che possiamo chiamare una ‘moneta fiscale‘, una moneta che non è moneta legale e quindi non va a violare i nostri trattati, ma che possa restituire al governo la capacità di effettuare un piano di investimenti” e di sostenere il reddito dei cittadini. Insomma, un vero e proprio “piano di rilancio” che è consentito ad altri stati sovrani.

A tre giorni dalla presentazione alla stampa estera del Libro a 5 stelle dei cittadini per l’Europa durante la quale Luigi Di Maio ha ribadito l’intenzione del M5s di istituire, una volta al governo, con una legge costituzionale, il referendum consultivo sull’euro, sul blog di Beppe Grillo la strada proposta è dunque un’altra.

La proposta ufficiale, contenuta nel secondo dei 10 punti del programma esteri del MoVimento, è stata illustrata ieri dal professore Gennaro Zezza dell’università degli Studi di Cassino.

Si tratta di una moneta fiscale che, dovrebbe essere emessa dallo Stato italiano sotto forma di Certificati di Credito Fiscale (Ccf). I Ccf, spiega Luciano Gallino nella prefazione del libro, “sono distribuiti gratuitamente a vari gruppi di popolazione. Trascorsi due anni dall’emissione, i Ccf possono venire utilizzati per pagare qualsiasi tipo di imposte o tasse dovute allo stato, a regioni o comuni”.

“Abbiamo voluto l’euro – afferma Zezza sul blog – abbiamo avuto il declino, e ora la migrazione e anche l’aumento della povertà. E’ necessario fermare questo processo e invertirlo”. In Grecia, per esempio, la popolazione è meno benestante degli stessi migranti che le viene richiesto di accogliere.

A tutto questo, prosegue,

“si è aggiunto il problema che la Germania, nei primi anni dell’euro, ha scelto di adottare riforme strutturali del suo mercato del lavoro, riforme che hanno compresso i salari dei lavoratori tedeschi e hanno contribuito a fare dell’euro una moneta sottovalutata per i tedeschi e una moneta sopravvalutata per i paesi come l’Italia, che hanno invece cercato di contenere il costo per i lavoratori sui salari”.

Tutto questo, osserva il professore,

“comporta un crollo del reddito nazionale e un impoverimento del Paese. È indispensabile uscire da questa situazione, ma come fare? La modifica che potremmo chiamare ‘il piano A’, creare una nuova Europa per i popoli, è assolutamente impensabile data la situazione politica attuale.

Ma l’uscita unilaterale dall’euro comporta una rottura di trattati, comporta una manovra di tipo aggressivo nei confronti dei nostri partner. Discutere se sia tecnicamente possibile oppure no non è neanche opportuno in questa sede, sicuramente è possibile, ma sicuramente i costi politici da sostenere sono alti”.