LUCA CI PROVA. MA MANCA IL PROGETTO

25 Maggio 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
La politica è a tocchi, basta lasciarla in mano ai pitocchi. La sintesi estrema della relazione d’addio di Luca di Montezemolo a Confindustria non ha bisogno di molti giri di parole. Quelli, ce li ha messi già lui. In abbondanza. Ma noi andiamo dritti al punto. Perché le 37 cartelle larghe larghe della sua invettiva contro le miserie della politica italiana non potevano che suscitare l’alta onda di polemiche che si è immediatamente levata ieri.

Senonché quell’ondata era stata largamente messa in conto, da Montezemolo. Anzi, dal presidentissimo era stata ricercata, evocata e provocata. Con fin troppa determinazione, vista la decina di affermazioni scandite che terminano con un punto esclamativo, e le diciassette formule retoriche che finiscono con un punto interrogativo. Tutte buone a tirare l’applauso, come puntualmente si è verificato.

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Senonché Montezemolo ieri mirava esplicitamente alle labbra strette in una smorfia di aspra contrarietà dei Prodi. Perché il presidente dai mille incarichi ha una massima ben chiara: tipico dei veri ambiziosi è farsi portare dalle onde, senza curarsi della schiuma. Non l’ha mica detta un fesso qualunque, ma uno che al potere ha pensato mezza vita e per l’altra l’ha gestito personalmente: Charles de Gaulle.

Nuovi sbocchi
Dice: non esagerare, quello aveva salvato la Francia. Sbagliate, se pensate che Luca Cordero si consideri molto da meno. Perché un fatto è certo: la politica italiana è a tocchi. È un fatto che vi sia chi mira alla nostalgia del passato, col ritorno al proporzionale secco e a governi ancor più deboli. È un fatto che di riforme istituzionali se ne senta parlare da una vita, e ciascuno arriva solo per smontare quelle degli altri. Ed è ancora un fatto, che l’opinione pubblica ne abbia le tasche piene, quanto più le tasse accresciute gliele alleggeriscono.

Ed è per questo che Montezemolo ha iniziato con se stesso e col suo ristretto circolo di sodali a farsi una riflessioncina semplice semplice. In Confindustria il suo mandato è ormai quasi finito, e il bis è impossibile. In Fiat, lo sanno tutti che il presidente non ha alcun merito della resurrezione, opera di quel mago di Sergio Marchionne. C’è la Ferrari: che però la Fiat si riprende, inabissando ogni sogno di renderla feudo personale montezemoliano. C’è la Fiera di Bologna e poltrona Frau….

Ma qui già si comincia a parlar di cose che suonano prive di orizzonte, per un ambizioso che da anni ha imparato a misurare la propria capacità di suscitare consensi e passioni, con i propri slogan. Ci sarebbe la Rcs, ma anche lì dopo la vittoria di Geronzi e Profumo per Montezemolo non tira grande aria. Non resta che la politica. Una politica fuori dagli schemi. Fuori dalle formule. Fuori dai partiti. Persino fuori dalla destra e dalla sinistra. Una politica che non sia né nostalgica della prima Repubblica – e con questo liquida metà del centrosinistra – né intrisa del cinismo antipolitico della seconda – e qui ce l’aveva con Berlusconi. Una politica che non concede neppure il beneficio di una mezza citazione al partito democratico caro a Prodi.

Ma che politica è, allora, questa? È la politica di una scelta che oggi sembra impossibile a molti. E che domani potrebbe forse riservare sorprese. Perché Montezemolo non potrebbe mai pensare a mettersi in fila per diventare ministro tecnico in una variopinta coalizione di centrosinistra o di diventare numero due in una coalizione di centrodestra.

Era scontato che questa politica suonasse musica alle orecchie di Pierferdinando Casini, che subito si è sbracciato all’indirizzo della nuova discesa in campo. Perché ai politici del bipolarismo tribale quella di Montezemolo può solo sembrare una canzone terzaforzista. Dunque, Casini non può che fare i salti di gioia. Ma noi scommettiamo che s’illude, se pensa che l’Udc possa essere pattuglia che grazie allo stendardo montezemoliano diventa esercito vittorioso. Il problema della politica di Montezemolo non sono ancora i programmi definiti.

Chi volesse prendere alla lettera quel che ha detto ieri, avrebbe da rimproverargli mille dettagli essenziali. Come infatti hanno puntualmente cominciato a fare rappresentanti tanto del centrodestra che del centrosinistra. Dici che vuoi federalismo e premier forte, ma dov’eri quando il centrodestra provava a cambiare la Costituzione? Dici che vuoi flessibilità alle imprese, ma non sei forse stato eletto con la parola d’ordine «mai più lottare per l’abrogazione dell’articolo 18»? Dici che vuoi meno imposte ma lo dici solo per le imprese e per il resto ti pieghi anche tu al mantra della lotta all’evasione: ma forse non è questa proprio l’autostrada che ti ha portato a dare una mano a Prodi? Domande legittime. Tutte. Ma fuori tempo, almeno oggi. Quando un ambizioso si volge a fiutare l’aria per misurare il successo potenziale di una nuova leadership, non conta la coerenza dei programmi. Contano gli stati d’animo. Le cadenze retoriche.

Tutto ciò che conduce allo stato nascente dell’innamoramento, direbbe Alberoni. Ed era questo lo stato d’animo del Montezemolo di ieri, quella sicumera che tante volte l’ambizioso oppone ai dubbi ben celati intorno al fatto se l’opinione pubblica lo corrisponderà dello stesso amore, e se cederà alle lusinghe.

Vi sveliamo un dettaglio rivelatore. Ieri pomeriggio erano almeno quattro gli istituti di sondaggio demoscopico incaricati di accertare con focus group le reazioni all’intemerata montezemoliana. Ebbene la tirata contro le mille inefficienze di una politica carissima e barocca colpisce nel segno. Tanto nell’elettorato di centrodestra, che in quello di centrosinistra. Con una parte di quest’ultimo però, assolutamente recalcitrante all’idea che sia ancora un imprenditore a voler raccattare il potere. Vedremo quanto Montezemolo sarà abile, nell’alternare lusinghe e guasconate, il mix che da sempre può lanciare – se indovinato – un apparente outsider di successo nell’Empireo dell’amor popolare politico.

Il mal di pancia dei politici

Due cose sono sicure, però. La prima è il mal di stomaco dei politici. Fin da ora. Quelli di più lungo corso ieri si dividevano in due. Coloro che non sono riusciti a nascondere fastidio e dispetto, come Prodi e molti a sinistra. E quelli che hanno finto di non capire, preferendo opporre a Montezemolo il sarcastico disprezzo che il musicista professionista riserva all’improvvisato orecchiante di grido: tra i ds vecchia scuola, da D’Alema a Bersani, la reazione è stata quella. La seconda, invece, è il problema vero con il quale l’ambizione del presidentissimo dovrà fare i conti nei prossimi mesi. La mancanza di un partito. Montezemolo ha lanciato la formula di una «nuova borghesia consapevole», maturata in questi anni nel fuoco delle imprese e fuori dalla politica.

Ma il precedente di Berlusconi non fa testo. Il Cavaliere aveva passato anni a mettere in piedi in tre quarti d’Italia la rete dei suoi venditori di pubblicità, e quando venne il momento la riflessione di tre mesi valse a trasformarla nello spazio d’un mattino in una rete di vendita politica. A Montezemolo, la rete manca del tutto. E c’è un precedente grave, a suo sfavore.

Più di trent’anni fa, nella corrusca Italia del 1975 piegata dall’inflazione, estenuata nella classe politica e terrorizzata dai primi segni del terrorismo, già un altro presidente di Confindustria si fece lambire per qualche mese dall’idea di prendere il Paese in mano. C’era il consenso mica di fessi qualunque, ma di gente come Henry Kissinger. Il presidente di Confindustria in questione aveva regalato ai sindacati rossi il punto unico di contingenza che tanti guai fece poi all’Italia, per tenerli buoni e guadagnarne il consenso. Si chiamava Gianni Agnelli, quel presidente lì. Ma non aveva un partito, nemmeno lui. Persino il piccolo Pri di Ugo La Malfa, era diffidente. Finì che Amintore Fanfani offrì un seggio senatoriale al fratello dell’Avvocato, il Pri alla sorella, e in poche settimane il sogno tecnocratico di una dinastia Kennedy in salsa piemontese svanì come neve al sole. Il precedente è quello, e Montezemolo lo sa benissimo. Anche lui pensa a una Camelot al posto di palazzo Chigi. Ma il rischio è tanto alto, che Berlusconi potrebbe benissimo giocarci al gatto col topo.

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