Lotta Renzi Cgil. Camusso: incontro “surreale”

28 Ottobre 2014, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) . “E’ stato surreale”. Così i sindacati al termine dell’incontro con il governo sulla legge di Stabilità. “Abbiamo visto ministri che non erano nelle condizioni di rispondere”, ha spiegato il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo. E la leader della Cgil Susanna Camusso ha aggiunto: “Il problema è che non avevano il mandato per discutere. Questa è la sintesi del rispetto che si ha per le parti sociali”. (Tgcom)

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Di Silvia Gasparetto

ROMA (WSI) – Le leggi si fanno in Parlamento e se i sindacati vogliono trattare si facciano eleggere. E’ scontro totale tra Matteo Renzi e le organizzazioni del lavoro, la Cgil di Susanna Camusso in testa, che dopo il nuovo round sulla legge di Stabilità aveva parlato di incontro “surreale” senza un confronto vero e risposte perché i ministri presenti non avevano “mandato a discutere di niente”.

Ma il sindacato, mette in chiaro una volta per tutte il premier, “non fa trattative con il governo, che non chiede permesso”, perché “le leggi non si scrivono con i sindacati ma in Parlamento”. Compito del governo è “parlare e ascoltare” i sindacati, spiega Renzi, “ma forse è arrivato in Italia il momento che ciascuno torni a fare il suo mestiere”.

E le leggi “si fanno in Parlamento, non nei tavoli per le trattative” che le organizzazioni devono invece fare, giustamente, con le imprese.

Stesso messaggio arrivato ai leader sindacali da Giuliano Poletti e Graziano Delrio, che insieme a Pier Carlo Padoan e Marianna Madia hanno incontrato le parti sociali, incassando l’apprezzamento delle imprese che anzi hanno chiesto di andare avanti in modo ancora più incisivo. Ai sindacati i rappresentanti del Governo hanno chiesto proposte “puntuali e concrete”, in grado di “rendere più efficaci le misure” e il governo “valuterà se sono necessari ulteriori approfondimenti su singoli temi”.

Perché la legge di Stabilità non è certo “scritta sulla roccia” ed è “migliorabile”, ha spiegato Delrio, ma non si può aprire un dialogo con chi boccia tout court l’impianto della manovra e magari pensava di poterla “stravolgere due giorni dopo che è stata bollinata”. Saldi e impianto, ribadisce, non si toccano, anche perché la manovra, aggiunge Poletti ha “chiarissimo segno espansivo” e le “parole chiave”, dice direttamente ai sindacati il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, sono “crescita e occupazione”.

Le parole più dure, al termine del vertice, sono state quelle della leader della Cgil, secondo la quale il governo “forse avrebbe preferito una mail per perdere meno tempo”. E’ lei che definisce l’ora e mezza trascorsa al tavolo come “surreale”, osservando che “il governo non intende non dico condividere con le parti sociali ma neanche provare a misurarsi”.

Una posizione e uno stupore condivisi anche dalla Uil e, in modo più sfumato, dalla Cisl. E in questo atteggiamento Camusso non vede quel passo “innovatore” tanto sbandierato dal premier, ma, anzi, la “sintesi del rispetto che si ha per le parti sociali”. In ogni caso senza risposte il sindacato di Corso d’Italia è intenzionato ad andare avanti con la mobilitazione fino allo sciopero generale, perché la manovra, così com’è “non darà quell’inversione promessa” sulla ripresa dell’occupazione che sola può portare il Paese fuori dalla crisi.

Ma le scelte fatte, è la posizione del governo, vanno già in questa direzione: “Cosa dobbiamo fare – insiste Poletti – per spiegare che siamo favorevoli al contratto a tempo indeterminato? Riduciamo gli oneri e alleggeriamo l’Irap” su questi contratti, abbiamo compiuto atti che vanno abbondantemente in direzione del lavoro”. (ANSA)

Renzi crede in crescita e esclude voto, cambio Italia. Premier fiducioso, chiuso contenzioso Ue; in Pd nessuna scissione

di Cristina Ferrulli

Ascoltare tutti, non trattare con nessuno. Il premier Matteo Renzi chiarisce ancora una volta il paradigma del suo governo, un messaggio rivolto ai sindacati e alla minoranza Pd ma soprattutto ai cittadini. Per far capire che fa sul serio. Per questo il premier torna ad escludere le elezioni anticipate “perchè in questo momento, anche se mi converrebbe, voglio cambiare il paese e non il Parlamento”.

E mostra ottimismo sulle riforme del governo e sulla possibilità di rimettere in moto l’economia “con una crescita dello 0,6%”. Sono molti i fronti aperti dal governo. E il presidente del consiglio, pur dicendosi disponibile a “confrontarsi nel merito”, non ha intenzione di “farsi fermare da nessuno”.

Nè dai diktat dei sindacati, “il governo fa le leggi in Parlamento non con i sindacati”. Nè dall’Europa, dove “ci sono soprattutto tra i funzionari pregiudizi verso l’Italia” ma per ora la linea dura del governo ha pagato.

“Credo che il contenzioso con l’Ue – sostiene il premier – sia chiuso. Ci sono pregiudizi ma è anche vero che per tanti anni le riforme erano idee ora sono atti parlamentari approvati in prima lettura”. Renzi è convinto che l’Italia stia riacquistando credibilità all’estero e che il governo abbia anche messo in pista la strategia per combattere la crisi e lo spettro deflazione. Non si sbilancia, come ha fatto il ministro Padoan, a dire che il jobs act creerà fino ad 1 milione di posti di lavoro, “mi fido di Pier Carlo ma dare numeri è un azzardo”.

Ma è convinto che le stime del Def sulla crescita saranno rispettate: “Credo che sarà dell’O,6, il punto, però, non e’ quanti decimali ma se tornerà a salire l’occupazione e se torna la fiducia”. Ma a voler frenare il cammino del governo non ci sono solo le parti sociali.

Sabato in piazza, oltre a “questioni di merito”, però Renzi ha visto anche un risvolto politico. “C’è una parte che immagina un raggruppamento molto più di sinistra radicale. Ma c’è già qualcosa a sinistra del Pd che alle regionali ha preso il 4,3 mentre il Pd il 40”, sostiene il leader Pd ad avvertire che la partita elettorale ha già un vincitore. Il modello che il segretario dem immagina è all’americana con due grandi partiti, “tra i quali gli elettori possono scegliere anche passando dall’uno all’altro”. Per questo non si augura e ritiene paradossale la scissione del Pd. “Sarebbe il colmo, abbiamo aperto le porte per arrivare al 41%”, spiega negando un partito in crisi proprio alla luce del risultato elettorale e del trionfo di Falcomatà a Reggio Calabria. Ma anche in questo caso la disponibilità al confronto interno per riassorbire il malessere della sinistra arriva fino ad un certo punto. “La politica – spiega – chiede lo sforzo di ascoltarsi ma non credo che nel Pd siano animati da spirito di vendetta. C’è una discussione vera dopodichè per troppi anni la politica si è fatta fermare, bastava che uno si alzasse storto la mattina”. (ANSA)