LO STRANO CASO
DEI 200 MILIONI DI BOND CERRUTI

4 Gennaio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Adesso che il caso Parmalat è scoppiato, dobbiamo interrogarci su due temi: il ruolo delle autorità di controllo, delle banche e dei revisori, e sulla ripetibilità di quanto emerso in questi giorni. Sui revisori stendiamo un velo pietoso: c’è solo da domandarsi se si tratti di negligenza. Idem per il sistema bancario, sia italiano che estero. Superficialmente, sembra che le banche italiane si siano fatte ingannare dalle scaltre banche d’affari americane, le quali costituivano strumenti finanziari addirittura chiamati Buco Nero, per finanziare il debito della Parmalat.

Questa tuttavia non può essere una giustificazione accettabile, in quanto è inammissibile che si presti denaro solo perché un ragioniere di Parma presenta un finto estratto conto di Bank of America dove millanta di avere in giacenza quattro miliardi di dollari. Ci pare un po’ poco come indagine conoscitiva pre finanziamento multimiliardario.

Purtroppo ciò è estremamente pericoloso in quanto il mercato italiano è disseminato di società altamente indebitate che puntualmente cercano di presentare i propri conti nella maniera più rassicurante possibile. Facciamo due esempi, ma ce ne sarebbero molti di più.

Pirelli possiede il 50,4% di Olimpia, la scatola cinese che, grazie ad un indebitamento miliardario, controlla tutto il gruppo Telecom Italia. Pirelli si è opposta da tempo all’obbligo di consolidamento della partecipazione in Olimpia, sostenendo che, nonostante possieda la maggioranza assoluta dei diritti di voto, Olimpia non è una sua controllata. La ragione è evidente: il consolidamento farebbe emergere le perdite che fino ad oggi Olimpia ha realizzato a causa degli oneri finanziari, ma soprattutto farebbe emergere i debiti che gravano in capo a Pirelli. Questo, per l’accesso al credito di tutto il gruppo, sarebbe un bel fastidio.

La Consob, che è l’organo preposto alla vigilanza sulle società quotate, all’epoca del presidente Spaventa aveva disposto in favore del consolidamento della partecipazione, rendendola così chiara e trasparente agli azionisti Pirelli nei suoi effetti finanziari. Invece, la Consob presieduta da Cardia, nominato recentemente dal governo Berlusconi, ha emesso un nuovo pronunciamento in merito e, sovvertendo financo Pitagora, Euclide e Eulero, ha stabilito che la maggioranza numerica delle azioni con diritto di voto non è sinonimo di controllo.

Ammesso e non concesso che i matematici non si rivoltino nelle loro tombe, viene da chiedersi: ma se quello 0.4% non serve a nulla in quanto non consente di comandare e di conseguenza non ha il valore economico che normalmente ha la percentuale che determina il controllo, specie se si tratta di un grande gruppo come quello di cui stiamo parlando, perché Pirelli non lo vende? Ma soprattutto: è davvero sicura la Consob di favorire la trasparenza con questa sua recente decisione?

Un altro caso che ci pare relativamente pericoloso per i risparmiatori italiani riguarda il bond Cerruti Finance SA. Cerruti è una società appartenente al gruppo Fin Part, quotato alla borsa italiana e che attualmente non gode di perfetta salute. Il gruppo ha fatto emettere ad una sua controllata lussemburghese (i controlli sono meno stringenti nel Granducato, e questo lo sapeva bene anche Tanzi), un bond da 200 milioni di euro in scadenza nel 2004 (che agli attuali valori di borsa vale circa la metà: questo la dice lunga sulla qualità del debito).

Cerruti, che non è quello che si definirebbe propriamente un gioiello, fattura meno di 40 milioni di euro e il gruppo Fin Part, di cui fa parte, ha una posizione finanziaria netta negativa per oltre 500 milioni di euro. Che anche questo sia sfuggito a Banca d’Italia e Consob?

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