La scalata RCS: +200% in due settimane. E la Consob tace

4 Settembre 2012, di Redazione Wall Street Italia

Luca Ciarrocca e’ il direttore e fondatore di Wall Street Italia

Partiamo dai dati di fatto: il titolo RCS Media Group, l’azienda quotata a Piazza Affari a cui fa capo il Corriere della Sera, e’ target di un rastrellamento forsennato e improvviso. Sotto l’occhio spento e poco vigile della Consob, il 3 agosto 2012 RCS prezzava €0,4550, il 24 agosto (inizio della forte risalita) €0,5570, ieri 3 settembre ha chiuso a €1,70. La variazione e’ da capogiro, il valore in borsa del gruppo editoriale e’ triplicato in meno di due settimane, con un rialzo pari a +205,21%.

Ebbene, diciamolo, si tratta di un rastrellamento scandaloso, con la complicita’ indiretta dell’organo di controllo della borsa, che non batte ciglio e anzi pare avallare con la sua inazione il fatto che un titolo quotato possa piu’ che triplicare di valore in pochi giorni, mentre la stessa Consob solleva obiezioni se Camfin (e’ successo ieri) sale del +7%.

L’odontotecnico divenuto immobiliarista Stefano Ricucci era nessuno al confronto, quando tento’ la scalata a Rizzoli/Corriere della Sera nel 2005 (anche se all’epoca non c’erano i problemi dello spread, la recessione in Europa, la crisi globale, per cui il titolo strappo’ a 7 euro). La cosa piu’ grottesca e’ il silenzio assoluto del resto dei media italiani: nessuno vuole andare a toccare il caposaldo dei “poteri forti” e del loro quotidiano, il Corriere della Sera. Per cui nessuno ne parla. A parte gli amici di Dagospia (vedi a fondo pagina).

Centrale all’intera questione e’ comunque il fatto che RCS Media Group (scheda) abbia un flottante (cioe’ la parte di azioni disponibile per le contrattazioni libere sul mercato) di appena l’11%, mentre la legge e i regolamenti chiaramente indicano una quota minima di flottante per le aziende quotate pari al 25% (Vedi nota a fondo articolo).

Per quel che sta accadendo, il titolo RCS dovrebbe essere sospeso ad infinitum, qui e ora, oppure bisognerebbe iniziare la procedura per ritirare l’azione dal mercato azionario e “riprivatizzare” la societa’: cosi’ e’ una farsa, il solito giocattolo in mano alle caste, per esclusivi fini di potere.

Quel che e’ peggio, il governo di Mario Monti e il presidente della Consob Giuseppe Vegas stanno garantendo l’impunita’ a chi scala il Corriere della Sera. L’obiettivo e’ noto anche ai piu’ sprovveduti: poter arrivare a manipolare la cruciale battaglia politica elettorale di primavera, quando andremo a votare, controllando il quotidiano “numero 1” in Italia per vendite (anche se si tratta di poco piu’ di 400.000 copie al di’).

In un articolo pubblicato a giugno 2012 Wall Street Italia ha evidenziato che sono soltanto sei (6) i quotidiani che superano il tetto delle 100.000 copie effettivamente vendute ogni giorno al netto delle rese, una classifica che ci pone al livello di un paese del quarto mondo. “Poteri forti” quindi, ma mica tanto.

Ecco la tabella (nel link sotto la lista e i dati ADS completi):

Corriere della Sera……….. 411.244

La Repubblica…………….. 350.289

La Stampa………………… 219.989

Il Sole 24 Ore…………….. 176.896

Il Messaggero…………….. 170.674

Il Giornale…………………. 131.388

Il Resto del Carlino………. 128.646

CLASSIFICA ADS DIFFUSIONE E VENDITA DI TUTTI I QUOTIDIANI ITALIANI, APRILE 2012

SULL’ARGOMENTO LEGGI ANCHE:
CROLLO DI VENDITE DEI QUOTIDIANI, SOLE 24 ORE “NON SIAMO MORTI”

Aspetteremo pazientemente una risposta della Consob, qui su Wall Street Italia (la risposta e’ arrivata dopo qualche ora dalla nostra richiesta, ma e’ patetica); queste sono critiche di una testata online con oltre 400.000 visitatori unici al mese (non pochi, nel segmento Economia/Business, anche perche’ sono lettori che fanno opinione nella societa’ civile); una richiesta di delucidazioni a cui l’organo di controllo dei mercati non puo’ sottrarsi (il Presidente e’ Giuseppe Vegas, i Commissari attualmente sono Vittorio Conti, Michele Pezzinga e Paolo Troiano, durano in carica sette anni senza possibilità di un secondo mandato e sono stati nominati con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri).

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“Va bene agosto, il titolo sottile e la speculazione, ma il 4,2% di azioni passate di mano in pochi giorni (sul capitale ordinario) su un 11% di flottante non è poco”, ha detto a Reuters un analista che considera “senza senso” le attuali quotazioni di RCS.

Sempre Reuters aggiunge che «Tutto fa pensare che qualcuno stia rafforzando la sua posizione». «I nomi che vengono in mente sono i soci fuori dal patto (di sindacato), Giuseppe Rotelli (primo azionista del gruppo con il 16,5%, ndr) o Diego Della Valle (svincolato dal patto lo scorso 4 aprile e titolare di un 5,4% che non ha mai nascosto di voler aumentare)”.

E poi: “Dal punto di vista dei fondamentali, gli analisti continuano a dire che questi prezzi non sono giustificabili, tanto più che sul gruppo editoriale, che ha chiuso il semestre con un debito di oltre un miliardo di euro e perdite superiori a un terzo del capitale, incombe il rischio di una ricapitalizzazione che non suscita esattamente l’entusiasmo degli azionisti. Di qui le indiscrezioni su uno scioglimento anticipato del patto che, unite alle attese per il piano di rilancio su cui è al lavoro il nuovo AD Pietro Scott Jovane e alle turbolenze che hanno investito la galassia di Mediobanca, hanno dato benzina alla speculazione.

“I soci hanno davanti l’opzione di un aumento di capitale o di un bond convertibile, ma accanto c’è anche la strada di una cura dimagrante del gruppo”, dice a Reuters una fonte vicina alla situazione.

Il controllo di Rcs MediaGroup fa capo a un patto di sindacato che scadrà nel marzo 2014 composto da 13 azionisti, il fior fiore dei “poteri forti”, che ha il 63,5% del capitale. L’assetto attuale risale al 2004, quando sono entrati nell’accordo Diego Della Valle, Salvatore Ligresti e Francesco Merloni, nell’ambito della sistemazione delle quote della Gemina dei Romiti.

Le partecipazioni più importanti fanno capo a Mediobanca (13,7%) e Fiat (10,3%). Segue poi la Italmobiliare di Giampiero Pesenti (7,4%), che è anche il presidente del patto. Della Valle e Pirelli hanno il 5,2%. Mentre Intesa Sanpaolo è a poco più del 4,9%, ma stando agli accordi ha facoltà di salire fino al 5,2%. Generali, rappresentata nel patto dal presidente Cesare Geronzi, ha il 3,7%. Giuseppe Lucchini e Francesco Merloni hanno il 2%. La Mittel di Giovanni Bazoli ha l’1,2%, mentre Roberto Bertazzoni ha l’1,2% (con facoltà di salire al 2%). Edison ha l’1%.

Il 10 ottobre 2009 il gruppo Rcs ha inserito la clausola “anti-scalata” – messa a punto nel 2005 dai grandi componenti del gruppo per ostacolare l’assalto dell’immobiliarista romano Stefano Ricucci – nel patto di sindacato che governa la società.

In caso di lancio di un’offerta pubblica di acquisto di Rcs Media Group, la norma prevedere che i firmatari del documento debbano comunicare al presidente se intendono o meno rinunciare al diritto di recesso di cui i membri di un accordo parasociale possono beneficiare secondo il Testo unico della finanza; coloro i quali si avvalgano della facoltà di recesso saranno obbligati a vendere le proprie azioni sindacate agli altri componenti del patto che abbiano invece rinunciato alla facoltà stessa. I partecipanti hanno a disposizione cinque giorni per comunicare al presidente la propria decisione.

nota: Borsa Italiana richiede alle società specifici requisiti in termini di flottante minimo per l’ammissione a quotazione: si richiede un flottante minimo pari al 25% del capitale per le azioni negoziate nei segmenti di Borsa. Una volta ammessa a quotazione, la società deve mantenere il requisito relativo al flottante; infatti, la carenza di negoziazioni sul proprio titolo può comportare la revoca dell’ammissione a quotazione. Le azioni con un flottante di poco superiore al 25% e caratterizzate da bassi volumi di scambio sono dette “titoli sottili”. Un’ulteriore soglia è poi prevista per il Segmento Titoli con Alti Requisti, lo STAR nel quale confluiscono le aziende a media capitalizzazione, o cosiddette “medium cap” (titoli con capitalizzazione compresa tra 40 milioni e 1 miliardo di euro). In tale segmento si obbligano le aziende a quotarsi con un flottante iniziale pari al 35% della capitalizzazione post-quotazione.

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RUN, RCS, RUN! – tratto da: Dagospia

Anche oggi i giovanotti con le bretelle che stanno dietro ai monitor della Borsa hanno goduto quando il titolo Rcs ha aperto le contrattazioni con un incremento del 12%, anche se poi è ripiegato, per la prima volta dopo tanti giorni, con una perdita superiore al 10%.

La cavalcata a Piazza Affari della casa editrice che pubblica il “Corriere della Sera” è diventata comunque una case history nel piccolo universo della finanza. Nello spazio di 20 giorni la corsa di Rcs è stata irrefrenabile e ha fatto venire in mente i tempi in cui il furbetto del quartierino Ricucci tentò senza soldi di scalare la società facendo schizzare il titolo a 7 euro.

Giustamente il “Sole 24 Ore” ricorda che un caso simile si è verificato anche nel ’98 intorno alle azioni della società farmaceutica Schiapparelli quando annunciò un farmaco in grado di appoggiare la cura anticancro del “mago” Di Bella. Resta il fatto che mentre a metà agosto Rcs capitalizzava intorno ai 430 milioni oggi ne vale 1.062 e questo è certamente un motivo di soddisfazione per i soci forti e per Scott Jovane il 44enne ex-capo di Microsoft che a luglio si è insediato al vertice del Gruppo.

Pare che per questo giovinotto nato a Cambridge (Usa) la lettura preferita sia “Il giovane Holden” mentre tra i film predilige “Nuovo Cinema Paradiso” di Tornatore.

Il paradiso si è spalancato di fronte ai trader che negli ultimi 20 giorni hanno eiaculato sul titolo pagandosi lautamente le vacanze e ripagandosi delle delusioni accumulate negli anni intorno a Rcs che ha un buco di 1 miliardo e deve procedere a un aumento di capitale.

La cavalcata è avvenuta sotto gli occhi della Consob che seguendo una specie di rito ambrosiano “ha aperto un faro” sugli acquisti in Borsa.

Più che un faro quello dei commissari della Consob è, come al solito, una lanterna a olio o nella migliore delle ipotesi una lampadina che non porta a capire l’identità delle mani e delle manine che continuano a rastrellare le azioni della società.

A questo punto sembra valere poco la spiegazione dello scarso flottante (120 milioni) che circola al di fuori del patto di sindacato tra i soci forti. Allo stesso modo non sembra valida la giustificazione del nuovo piano industriale del giovane Jovane che giocherà le sue carte sulla vendita di Flammarion (200 milioni circa) e su quella assai problematica del palazzo di via Solferino. Se poi il neoamministratore delegato vorrà proporre un aumento di capitale allora saranno dolori perché i grandi azionisti come Fiat, Mediobanca, Generali e Intesa non sono con le pezze al culo ma poco ci manca.

Ecco allora che tra gli analisti meno sprovveduti si sta facendo strada l’ipotesi che almeno un paio di azionisti con le tasche ancora gonfie abbiano dedicato la parte finale delle loro vacanze a raccattare robuste mollichine di quel flottante che con solo 5 milioni di investimento manda il titolo alle stelle.

Il pensiero va subito a Giuseppe Rotelli che nonostante il 16,5% delle azioni non è ancora riuscito a varcare la soglia del Patto di sindacato. A ruota ci potrebbe essere anche Dieguito Della Valle, lo scarparo marchigiano che nelle ultime settimane si è chiuso in un silenzio impenetrabile ma nel primo semestre ha realizzato utili dentro Tod’s che gli consentono di comprarsi braccialetti nuovi e altri gadget da esibire nel dalotto che lo rifiuta.

Il 4 aprile scorso Dieguito (che finora ha smentito blandamente di far parte della pattuglia degli scalatori) ha sbattuto la porta del Patto di sindacato con una polemica furibonda nei confronti del “giovinotto” Elkann e dell'”inesperto” Pagliaro di Mediobanca.

Sono questi i rumors che corrono a Piazza Affari dove negli ultimi due anni e mezzo il titolo Rcs aveva perso il 98% del valore di mercato. Il momento della verità sarà il 16 ottobre quando il giovane Jovane scoprirà le sue carte al consiglio di amministrazione.

In quella occasione si capirà se ha qualche fondamento l’ultimo rumor che attribuisce al patriarca Abramo-Bazoli, presidente di Intesa, il progetto di un’emissione di bond convertibili e forse la sua voce potrà dare un volto alle “manone” che vogliono controllare la corazzata editoriale in vista delle prossime elezioni.