LA RIVINCITA DEI ‘GRANDI VECCHI’ DELLA FINANZA

30 Aprile 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – La famiglia Rockefeller non vuole più svolgere il ruolo di investitore passivo nella Exxon Mobil, il colosso nato dalla vecchia Standard Oil fondata del patriarca John Rockefeller, e ha lanciato ieri una crociata per forzare il management a cambiare strategia, a pensare al futuro, ai cambiamenti tecnologici in arrivo e alle sfide che giungeranno dalle nuove sfide ambientali, che richiederanno massicci investimenti in ricerca. Dietro all’improvviso attivismo di una delle più ricche e potenti dinastie americane c’è David Rockefeller, 92 anni, ultimo nipote ancora in vita del mitico petroliere americano, che resta, alla sua veneranda età, il capofamiglia indiscusso.

Questa notizia, e il ruolo attivo esercitato dal vecchio David, ripropone un fenomeno diffuso nelle ultime settimane e mesi: in un periodo di difficoltà economiche e di incertezza, i grandi vecchi, i novantenni e gli ottantenni ( i settantenni ormai sono considerati dei ragazzini) diventano grazie alla loro esperienza un punto di riferimento centrale. Un paio di giorni fa, un altro “grande vecchio” della finanza, l’ottantaduenne Antoine Bernheim delle Assicurazioni Generali, è riuscito a respingere con inusitato vigore l’attacco del fondo inglese Algebris guidato da Davide Serra. L’altroieri il 77enne Warren Buffett ha pilotato l’acquisizione da 23 miliardi di dollari della Wm Wrigley da parte della Mars Inc., un’operazione che restituito ottimismo e vigore a Wall Street. Il re dei casinò Kirk Kerkorian, ormai anche lui novantenne, ha annunciato invece di avere comprato una quota del 4,7% nella Ford con l’intenzione di portarla al 5,6%. Appena pochi mesi prima aveva acquistato un importante pacchetto nella General Motors. La lista è lunga: a 77 anni, per esempio, Rupert Murdoch rimane uno dei businessmen più instancabili del mondo, non solo ha vinto la battaglia per l’acquisto della Dow Jones e del Wall Street Journal, ma ha annunciato pochi giorni fa di aver acquistato per oltre 500 milioni di dollari anche il Daily News ed ha annunciato personalmente il cambio della guardia alla direzione del Wall Street Journal, facendo un piccolo comizio improvvisato su due scatole di cartone in redazione, in cui ha spiegato nuovi programmi di investimento. Sul versante europeo, altrettanto instancabile appare Emilio Botin principale azionista del Gruppo bancario Santander, uno dei più importanti al mondo: a 74 anni è stato l’architetto dell’acquisizione della Abn Amro.

Tornando all’America, non si può dimenticare Carl Icahn, 72 anni, finanziere d’assalto della vecchia guardia emerso vittorioso in una proxy fight alla Motorola, e oggi intenzionato a convincere la Blockbuster Entertainment, di cui è azionista, a comprare della catena di negozi di elettronica Circuit City. E’ tornato sulla scena alche il notorio finanziere d’assalto degli anni 80 Nelson Peltz, che ha orchestrato la fusione tra due catene di fast food, la Wendy’s con la Arby’s, di cui è azionista. Peltz fa attenzione a non rivelare la sua età, ma un calcolo approssimativo gli dà almeno 72 anni. All’appello infine dobbiamo aggiungere George Soros anche lui introno agli Ottanta, che ha movimentato il nostro mondo del calcio manifestando un interesse per la Roma.
E’ anche cambiata la scena di fondo. Vecchi “predatori” come Peltz, Kerkorian o Icahn non devono più ricorrere alle mitiche scalate societarie che li avevano resi famosi vent’anni fa. Oggi questi finanzieri fanno sentire la propria voce, forte e chiara, nelle assemblee degli azionisti delle aziende in cui hanno investito i loro soldi. E le aziende sono costrette ad ascoltarli, perché azionisti della stazza di Peltz, di Icahn, di Kerkorian, di Rockefeller o di Buffett sono capaci di mobilitare l’intero azionariato, sono pronti a sferrare attacchi contro il cda e il management, sono disposti a combattere fino a che non hanno la meglio.

Questo improvviso attivismo dei grandi vecchi della finanza sta però sollevando preoccupazioni in certi ambienti di Wall Street. Una scuola di pensiero ritiene che le decisioni strategiche devono essere lasciate al management e non alle insistenze di singoli azionisti, siano essi normali cittadini o mitici finanzieri miliardari. Chi critica la recente moda dell’attivismo degli azionisti può esibire le prime prove: sia i titoli della Wendy’s che quelli della Motorola languono a livelli del 20% più bassi che prima delle operazioni volute dai loro vecchi e combattivi azionisti, ma questo non preoccupa i protagonisti di sempre: sanno, per esperienza personale, che il tempo è galantuomo, soprattutto quando si compra in recessione.

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