LA RIPRESA USA? NON FRENERA’ IL CALO DEL DOLLARO

30 Novembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

Nelle ultime due settimane è successo un fatto nuovo sul mercato dei cambi: non vi è più correlazione tra crescita economica degli Stati Uniti e tasso di cambio del dollaro. Infatti, l’annuncio del miglioramento della fiducia dei consumatori americani e della crescita economica del terzo trimestre (rivista all’8,2%) non ha dato nemmeno un temporaneo sollievo al biglietto verde, che ha stabilito un nuovo minimo storico rispetto alla moneta unica europea e il minimo degli ultimi sei mesi anche nei confronti del franco svizzero.

La debolezza del dollaro ha infatti fatto volare l’euro, che ha superato per la prima volta dal suo lancio il primo gennaio 1999, la soglia di 1,20 rispetto al dollaro, nonostante tutto, almeno teoricamente, congiurasse contro la moneta unica europea. Basti pensare unicamente alle polemiche scatenatesi in Europa per il modo con cui sono state «graziate» Francia e Germania, ree di aver violato il Patto di stabilità e di crescita. Non c’è dunque dubbio che l’analisi non si deve concentrare sulla forza dell’euro, ma sulla debolezza del dollaro, dovuta al crescente disavanzo della bilancia commerciale statunitense che non è più compensato dall’afflusso di capitali stranieri negli Stati Uniti.

È legittimo dunque domandarsi se il flusso dei capitali privati verso gli Stati Uniti è destinato a riprendere e se ciò non avvenisse quali potrebbero essere le conseguenze per il tasso di cambio del dollaro e, quindi, per l’economia internazionale. È difficile immaginare che si torni a formare quel movimento di capitali privati verso gli Stati Uniti, che si è registrato negli anni Novanta. Anche la forte ripresa dell’economia americana e il forte rimbalzo di Wall Street non sembra attrarre molti capitali esteri.

Secondo Washington, lo scorso mese di settembre l’afflusso netto di capitali stranieri è stato solo di 4,2 miliardi di dollari contro un deficit commerciale medio mensile di circa 40 miliardi di dollari. Una vera inezia. L’inaridimento di questo flusso di capitali è stato sostituito da massicci acquisti di dollari da parte delle banche centrali di alcuni paesi asiatici (soprattutto quella giapponese e quella cinese), che in tal modo hanno evitato una pesante caduta del dollaro. Ma le crescenti tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina pongono numerosi interrogativi sulla volontà di Pechino di continuare ad acquistare dollari.

Quindi, il dollaro non è destinato a breve a trarre sollievo dalla crescita statunitense e da una ripresa di importanti flussi di capitali verso gli Stati Uniti. È dunque molto probabile che continuerà ad indebolirsi. Ci si può a questo punto domandare se questa flessione del valore del dollaro continuerà ad essere lenta e graduale, come è stato finora, e se continuerà a non influenzare il livello dei tassi di interesse americani, che finora sono stati immuni dalle vicissitudini del dollaro. Osservando la reazione dei mercati dei capitali all’indebolimento del biglietto verde, sembra che ci sia qualcosa che non giochi: le reazioni delle obbligazioni statunitensi alle variazioni del tasso di cambio del dollaro sono di poco conto.

Questa stranezza è molto probabilmente riconducibile alla politica monetaria della Federal Reserve e alla maggiore ripidità della curva dei tassi statunitensi, che induce molti operatori a raccogliere capitali a breve all’1% per ottenere un rendimento superiore al 4,2% investendoli a lungo. Tutto ciò può continuare a lungo? Molto probabilmente no. E il punto di rottura potrebbe proprio essere determinato paradossalmente dal momento in cui la forza della ripresa americana spingerà a ritenere inevitabile la fine della politica monetaria espansiva della Federal Reserve.

Questa scadenza non è dietro l’angolo, ma non appare nemmeno remota. Si può anzi azzardare l’ipotesi che i nodi siano destinati a venire al pettine, al più tardi, nel corso del secondo trimestre dell’anno prossimo. L’attuale graduale discesa del dollaro e l’attuale tranquillità dei mercati dei capitali appaiono infatti altrettanto artificiali e irrealistiche, quanto l’euforia delle borse degli anni Novanta. È inevitabile che, come è già successo alle borse, anche il dollaro e i tassi riprendano a sottostare alle leggi della gravità. Per questi motivi il crescente disavanzo commerciale statunitense e il tasso di cambio del dollaro rappresentano le più pericolose incognite che pesano sulla ripresa dell’economia mondiale.

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