‘La Repubblica’ e ‘Il Fatto’, l’era Monti provoca terremoti

12 Dicembre 2011, di Redazione Wall Street Italia

Il nuovo governo divide la sinistra giornalistica ma e’ abbastanza ovvio chi ha ragione. Ha cominciato Eugenio Scalfari che con brutale perentorietà ha affibbiato dell`«imbecille» a chi osa criticare Monti. Attenzione Scalfari: secondo noi di WSI la liberta’ di critica e’ la quintessenza del buon giornalismo. Quindi…

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Con la nascita del governo Monti, i rapporti tra le due sinistre giornalistiche, quella della Repubblica e quella del Fatto quotidiano, si sono fatti decisamente meno cordiali. Per la verità, i primi a picchiare sono stati quelli di Repubblica con Eugenio Scalfari che ha dato con brutale perentorietà dell`«imbecille» a chi osa criticare Monti, seguito non senza ammirevole zelo da Michele Serra che così ha bacchettato ex-cathedra i neo-malpancisti:
«chi a sinistra si lamenta di Monti perde il suo tempo».

La solerzia e il nuovo ardore governativo, galvanizzati dall`insperata estromissione dell`usurpatore da Palazzo Chigi, fanno dire insomma ai nuovi pasdaran dell`esecutivo tecnico che chi critica «perde tempo», a prescindere. Può avere torto o ragione, argomenti a favore o argomenti contro, ma non importa, «perde tempo». Non bada alla sostanza della questione:
la cacciata del nemico. Ancora un passo e siamo all`«oggettiva» connivenza, all`accusa di «fare oggettivamente il gioco di».

Ma siamo ancora al passo precedente. Con un`avvertenza: il giornalismo appiattito con ortodossa inflessibilità sulle posizioni di un governo tende a diventare noioso, grigio, ripetitivo, trionfalistico dal sapore «bulgaro», come si diceva un tempo. Invece la critica e l`opposizione giovano alla vitalità di un giornale. Il Fatto diretto da Antonio Padellaro appare addirittura più vivace e persino nella legnosa scrittura da verbale giudiziario dì Marco Travaglio, una volta messo da parte (ma solo per un giorno o due, eh) il tono lugubre del forcaiolo compulsivo, ora traspare di tanto in tanto un pallido barlume di ironia e di simpatia.

Vero è che il Fatto per animare il suo folto e militantissimo lettorato ogni tanto deve sparare titoli allarmanti sul «Caimano» che «c`è ancora», che co- manda ancora, che «è pronto a tornare». Ma sono colpi di tromba per rincuorare le moltitudini. La verità è che «parlare male di Monti» è diventato il nuovo refrain del quotidiano concorrente di Repubblica.

Resta l`abitudine mentale, inscalfibile nel passare degli anni e dei decenni, di muri crollati e di atlanti geo-politici sconvolti, di vivere con diffidenza e fastidio qualunque posizione che, nel proprio schieramento, non anteponga le ragioni dell`appartenenza a quella della libera critica. Una critica non deve necessariamente essere ostile, può essere un pungolo, un incoraggiamento.

I giornali americani che avevano sostenuto Obama si sono ben guardati dal trasformarsi in bollettini della vittoria quando il presidente è entrato alla Casa Bianca. Ma l`Italia è il regno del cui prodest: a chi giova dire le cose come stanno? È il regno del bipolarismo primitivo che vuole annientare l`avversario come prima missione e liquida come fatuità da «anime belle» ogni obiezione bollata come «eretica», «inutile», «imbecille». Peccato. Peccato per i giornali e per la sinistra.

E peccato anche per un governo, che ha bisogno di sostegno e non di trombettieri. Ma è proprio vero che chi critica «perde tempo» a prescindere?

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