LA NASCITA
DI CENTO BIN LADEN

19 Maggio 2003, di Redazione Wall Street Italia

Un mondo sempre più pericoloso e sempre meno frequentabile: per il momento
sembra esser questo il risultato della guerra che il terrore ha dichiarato nel
2001 all’America, e della controffensiva scatenata da Bush prima in
Afghanistan e poi in Iraq. Un regime dittatoriale è caduto grazie al suo
intervento, e per gli iracheni questi sono giorni di liberazione: ogni giorno
si scoprono nuove prove delle atrocità di Saddam, si riesumano corpi di
uomini martoriati, gettati in fosse comuni. Due insurrezioni sciite, una nel
‘91 e una nel ‘99, furono represse nel sangue dal regime Baath, e ora la
verità può venire alla luce. Ogni liberazione locale è una liberazione
anche per le democrazie, nel mondo globalizzato che viviamo.

Ma la guerra del Golfo non era stata fatta per questo: Bush la presentò come
una tappa della guerra contro il terrorismo, la seconda dopo l’operazione in
Afghanistan, e il terrorismo non solo è di ritorno ma si acutizza. E’
esploso di nuovo a Riad, lunedì 12 maggio, provocando 34 morti. Venerdì
notte ha colpito a Casablanca, in Marocco: sette esplosioni, almeno 41 morti.
Fra i bersagli: cittadini israeliani, spagnoli, ma soprattutto marocchini
musulmani. Forse non sono che gli ultimi spasimi d’un drago in agonia; forse
nel lungo termine esso sarà sconfitto. Ma nel lungo termine chissà chi sarà
ancora vivo.

Non solo: una parte sempre più vasta del mondo sta divenendo inaccessibile
alle popolazioni occidentali, a seguito della guerra nel Golfo e di un
terrorismo che prescinde da tale guerra, ma che ad essa ostentatamente intende
far riferimento. Sono impraticabili Arabia Saudita e Medio Oriente. Sono
vietati ai voli britannici sei paesi d’Africa orientale, con punte di
pericolosità massima in Kenya, Sudan, Somalia. In Asia si fanno malsicure
Malesia, Indonesia. Le cosiddette piazze arabe e musulmane non hanno ancora
appreso la buona lezione della guerra nel Golfo, e insistono a sprofondare nei
sottosuoli del terrore. In Medio Oriente la pace non arriva, e Sharon crede di
poter profittare della vittoria Usa per non fare concessioni ad Abu Mazen, il
successore di Arafat che più esplicitamente avversa l’Intifada. Dalla
guerra dovevano nascere un Medio Oriente e un Islam ridisegnato, ma il nuovo
disegno non si vede.

Il paragone con Hitler o il fascismo giapponese, spesso invocato da
Washington, non funziona come si credeva. Una cosa era Saddam Hussein, altra
è la minaccia terrorista, che Bush aveva frettolosamente connesso al cambio
di regime in Iraq. Saddam costituiva una minaccia locale, mentre il terrore
era ed è una minaccia globale: una trappola per tutti i cittadini del
pianeta, che è congegnata di conseguenza. Funziona come una cupola mondiale,
senza territori fissi. Per batterla occorre un fronte congegnato anch’esso
globalmente, e non sono solo gli europei a esser impreparati: neanche
l’America di Bush lo è. Non è riuscita a creare alcun fronte comune di
resistenza, né tra occidentali né con gli arabi moderati, negando anzi
l’utilità stessa d’un ampio fronte. Non ha voluto servirsi di organismi
multilaterali come l’Onu e la Nato, e si è inimicata paesi pur sempre
preziosi come la Francia. Dice il politologo Pierre Hassner che Bush ha perso
il primo turno (quello della preparazione-propaganda bellica all’Onu, dove
fu Chirac ad avere la meglio), per poi vincere nella guerra vera e propria. Ma
adesso è il terzo turno che conta, e ancora non si sa se la Casa Bianca
supererà la prova. Il terzo turno è quello della politica – Hassner parla
della partita di spareggio, del necessario e decisivo compromesso tra visione
unilaterale e multilaterale – ed è in questa fase che ci troviamo: una fase
in cui la vittoria americana è messa in forse dalla riapparizione del
terrore.

Il fatto è che i dirigenti Usa non sembrano esser capaci di far politica,
oggi: né con l’Europa, né con l’Asia, né con l’Africa, né col Medio
Oriente, né con la Russia (il terrorismo ceceno s’inasprisce man mano che
s’allontana l’indipendenza della repubblica caucasica, e che
quest’ultima perde la speranza negli Stati Uniti). Washington sa fare bene
le guerre, questo sì – ha uno spirito di missione assente in Europa, dispone
di strumenti che agli europei mancano – ma è come se sapesse fare solo
questo. In Iraq è andata senza idee sul dopo: sulla forza di curdi e sunniti,
sul massimalismo della maggioranza sciita. E ha sottovalutato gli effetti
disastrosi di questa sua insufficienza.
L’insufficienza consiste nella concentrazione di tutte le energie sullo
sforzo militare, e nella parallela drastica diminuzione di influenza politica
globale e di legittimità. Credendo di poter aggiustare il mondo con le sole
proprie forze e con le sole armi, i governanti Usa hanno creato le basi per
una vertiginosa caduta di potere reale: di potere politico, quello che si
esercita nel lungo periodo. La legittimità stessa della loro guerra è a
tutt’oggi latitante: Bush partì per trovare in Iraq lo smoking
gun – la canna di pistola fumante rappresentata dalle armi di distruzione
di massa – e per ora le armi non ci sono, sempre che non siano state
saccheggiate. Ha trovato le fosse comuni, che sono un ritrovamento essenziale.
Ma la legittimità egli la voleva conquistare sul fronte delle armi irachene,
e su quel fronte ha guadagnato poco e perso molto.

Ne consegue un’autentica abulia politica dell’amministrazione Usa, un
difetto di volontà e azione che subentra non appena le armi sono abbandonate,
non appena tocca ricostruire le nazioni e insediarvi l’imperio della legge.
E’ vero, il terrorismo è nato prima della guerra in Iraq e sin da principio
significò due cose: l’inizio di un’offensiva contro l’Occidente, e il
coinvolgimento di quest’ultimo nella grande guerra civile mondiale dentro
l’Islam, tra moderati e radicali. In questa guerra civile gli americani
hanno deciso di immergersi militarmente, ma non hanno ancora deciso come
condurla politicamente, nel momento in cui a pagarne per primo il prezzo è
l’Islam filo-occidentale, in Arabia Saudita e Marocco.

Ottenere risultati nelle ricostruzioni postbelliche è certo un’impresa
difficile e lenta, ma nella battaglia per la persuasione delle menti
arabo-musulmane è cruciale, e maledettamente urgente. Non è una battaglia
vinta, per ora. L’Afghanistan è stato dimenticato, una volta presa Kabul:
24 province su 34 sfuggono al potere centrale, e i talebani stanno tornando.
In Iraq il caso non è molto diverso: solo che qui è la capitale a sfuggire
al controllo, e Washington è costretta a cambiare i governatori man mano che
si scopre senza ricette. Tutta la salvezza doveva venire dal governatore Jay
Garner: ora deve venire, ma non è spiegato come, da Paul Bremer.

Un’altra cosa vera che viene detta è che la guerra in Iraq non doveva
servire a concludere quella antiterrorista, ben più lunga e complicata. Ma
l’amministrazione a Washington non fa ragionamenti coerenti in materia, e
chi vuol seguire la sua guida non sa quel che la guida pensi. Pochi giorni
prima dell’attentato a Riad, Bush aveva annunciato: «Al Qaeda è in fuga».
E ancora: «Quel gruppo di terroristi che ha attaccato il nostro paese è
lentamente ma sicuramente decimato. Esso non costituisce ormai più un
problema». Negli stessi termini si è espresso Cofer Black, capo
dell’antiterrorismo al Dipartimento di Stato: «La sfida che avevano di
fronte i terroristi era la seguente: o rimettersi in piedi o mettersi a
tacere. La guerra nel Golfo è per loro un fallimento, da questo punto di
vista».

Riad e Casablanca non sono solo la continuazione della primigenia guerra
terrorista. Sono una sconfessione di certezze americane ben radicate. Il
terrorismo non è stato decimato, ma si fa più capillare. Molti esponenti del
clero musulmano che avevano condannato Bin Laden e l’11 settembre hanno
cambiato idea, e consigliano ora il jihàd contro Usa e Israele. Al Qaeda era
presente in circa 30 paesi, prima della guerra irachena: ora è presente in
40, secondo un rapporto Onu. Anche l’Istituto di studi strategici a Londra
è preoccupato: «Al Qaeda non è meno insidiosa e pericolosa di quanto lo
fosse prima dell’11 settembre». Non era distante dal vero il presidente
egiziano Mubarak quando predisse, il 31 marzo, che «quando questa guerra
sarà finita, se mai lo sarà, avremo come orribile conseguenza non un Bin
Laden, ma cento Bin Laden».

Dice Massud Barzani, leader dei curdi in Iraq, che a causa dell’incapacità
americana di ricostruire l’Iraq e di favorire la nascita rapida d’un
governo iracheno legittimo, «la stupenda vittoria che abbiamo ottenuto
finirà in un pantano». E’ un pantano in cui rischia di finire l’America
stessa, proprio quando appare più potente e vittoriosa. Colpita al cuore
l’11 settembre 2001, ha reagito mostrando tutta la forza del suo braccio
armato. Ma aveva solo questo, mentre possedeva sempre meno influenza politica
e legittimità. E’ un gigante debole, quello che vuole governare il mondo:
questo è uno dei principali rischi del suo agire unilaterale.

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