La lunga crisi europea. E il peggio deve ancora venire

29 Settembre 2010, di Redazione Wall Street Italia
Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Mentre il 6 maggio scorso i leader della Bce si incontrano a Lisbona, Eurolandia corre il pericolo di andare in frantumi. Due settimane prima, dalla remota isola di Kastelorizo il primo ministro greco George Papandreou è apparso sulla televisione nazionale chiedendo pubblicamente aiuto all’Europa.

Dopo lunghi dibattiti, i leader europei e il Fondo monetario internazionale accordano un prestito di 110 miliardi di euro in tre anni. Ma è troppo tardi perché questa somma possa frenare la rovina del mercato finanziario. Tra gli investitori del Mediterraneo si diffonde il panico, contagiando le banche e i titoli di Stato spagnoli e portoghesi. I timori di un default spingono i rendimenti obbligazionari greci oltre il 10%, un tasso disastroso che renderebbe praticamente impossibile per Atene risanare le proprie finanze.

Trichet è restio a intervenire. Durante la giornata, dopo l’incontro mensile sulle politiche della Bce, alla domanda dei giornalisti che chiedono se la banca interverrà per acquistare titoli di Stato greci, taglia corto e risponde: «Non abbiamo parlato di questa possibilità». Ciò che il mondo non sa è che invece ne hanno discusso dopo cena.

Con i mercati in bilico, Trichet organizza nei locali piastrellati delle cantine del palazzo Bacalhoa, a sud di Lisbona, un incontro informale del consiglio direttivo della Bce.

Tra le bottiglie del rosso bordolese della tenuta, si discute per circa 45 minuti la possibilità di acquistare obbligazioni. L’argomento divide i banchieri. Per i funzionari tedeschi, l’acquisto di obbligazioni è paragonabile a «stampare moneta», con il rischio di alimentare l’inflazione. Il provvedimento è così controverso che gli osservatori della Bce lo definiscono l’«opzione nucleare».

Malgrado le riserve dei tedeschi, nella cantina una netta maggioranza è disposta ad andare avanti. Ma per mantenere un’immagine di indipendenza, la decisione formale viene rimandata al momento in cui i governi dell’Eurozona avranno adottato misure di bilancio di una certa severità. Il giorno successivo, il crollo del Dow Jones e le vendite massicce in Europa fanno temere ai banchieri centrali che i commenti di Trichet abbiano alimentato il panico generale (non sanno ancora che la colpa è in parte di alcuni guasti tecnici alla borsa di New York).

I membri del consiglio, decisi a giocare le proprie carte con la massima discrezione, non rendono dichiarazioni pubbliche dopo l’incontro nelle cantine. Il giorno dopo, venerdì, i leader dell’Eurozona devono vedersi a Bruxelles per approvare il pacchetto di salvataggio greco. Gli eventi li colgono di sorpresa: i prestiti tra le banche europee sono bloccati, mentre gli investitori si liberano in tutta fretta delle obbligazioni dei paesi europei più deboli.

Il presidente francese Nicolas Sarkozy, arrivato in anticipo al vertice di Bruxelles, tiene una serie di incontri individuali con i leader di altri Paesi dell’Eurozona e tenta di raccogliere consensi per il proprio piano che prevede, con l’espandersi della crisi oltre i confini della Grecia, l’annuncio (che i leader dovranno dare quel giorno stesso) dell’istituzione di un massiccio fondo di salvataggio, abbastanza imponente da salvare tutti i paesi della zona da possibili default.

Il piano Sarkozy non è dettagliatissimo, ma la forza della sua oratoria (e il suo entourage di fotografi e cameraman) travolge gran parte dei suoi colleghi. Dopodiché entra nella sala riunioni in cui lo attende la cancelliera tedesca Angela Merkel. Sarkozy la sollecita a prendere una decisione, dichiarando: «È il momento della verità». La Merkel riconosce la necessità di agire, ma sa che in Germania dovrà affrontare una dura battaglia per giustificare l’invio di finanziamenti pubblici sempre più sostanziosi per soccorrere i Paesi della Zona euro in difficoltà e chiede a Sarkozy i particolari del piano di salvataggio ma, ricevendo soltanto risposte vaghe, rifiuta di dare il proprio appoggio.

Al vertice di Bruxelles arriva anche Trichet, che avverte: la crisi sta per fare una nuova vittima, il Portogallo, e i governi devono agire, immediatamente. L’appello che Trichet lancia con l’abituale imperturbabilità genera uno scontro con il suo volubile connazionale Sarkozy. Il presidente francese sollecita ripetutamente il capo della Bce a impegnarsi per un intervento più incisivo sui mercati obbligazionari. Trichet, deciso a non scoprire le carte, risponde che la Bce non prende ordini. Durante la discussione, i testimoni raccontano che il banchiere centrale, solitamente pacato, alza la voce con Sarkozy.

La Merkel lo calma, dicendo acutamente a Sarkozy che la Germania appoggia l’indipendenza della Bce. Di fronte al pericolo di un nuovo stallo franco-tedesco, il presidente dell’Ue, Herman Van Rompuy, riesce, a tarda ora, a mediare un compromesso: i leader annunceranno l’imminenza di un ampio «fondo di stabilizzazione» europeo che i ministri delle Finanze rimpolperanno durante il fine settimana. Sabato sera sarà dato un annuncio completo che sorprenderà i mercati finanziari. Il pomeriggio del giorno successivo, Merkel e Sarkozy parlano per telefono. Il francese si aspetta un’azione di temporeggiamento da parte della Germania.

Ma la Merkel lo stupisce con una proposta: un fondo di salvataggio per la Zona euro del valore di 500 miliardi di dollari. Se la Germania deve appoggiare questo fondo, dovrà trattarsi di un’esplosione che convincerà i mercati, gli spiega. La cancelliera, però, si dice impensierita per l’eventuale incoraggiamento degli sperperi che potrebbe conseguire e teme che la corte suprema tedesca possa bocciare il fondo. Propone quindi delle condizioni severe: i crediti per il salvataggio dovranno essere approvati all’unanimità dai governi della zona euro e dovrà intervenire il Fmi.

Il fondo dovrebbe essere temporaneo e non devono essere emessi eurobond. Ma Sarkozy e la Commissione Europea avevano altre idee. Alle 14,45 del giorno successivo, domenica 9 maggio, i 27 commissari approvano una bozza di accordo. I punti principali sono: un voto di maggioranza per i membri dell’Eurozona sarebbe stato sufficiente per rendere disponibile il denaro, la commissione avrebbe raccolto tutti i fondi attraverso la vendita di eurobond e il piano di salvataggio avrebbe avuto una durata a tempo indeterminato. Non è previsto un ruolo per il Fmi.

Al suo arrivo a Bruxelles, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, costretto sulla sedia a rotelle da quando fu colpito dai proiettili di un attentatore vent’anni fa, si sente male. Un’ambulanza lo conduce all’ospedale più vicino. A Berlino, la Merkel si rivolge allora al membro di governo che reputava più tenace per imporre le richieste della Germania: il ministro dell’Interno, Thomas de Maizière, in precedenza capo dello staff del cancelliere, che sta facendo un’escursione in una zona remota della campagna tedesca.

Un mezzo di trasporto militare di emergenza lo conduce a Bruxelles. De Maizière arriva a Bruxelles alle 20,30, lasciando a disposizione solo alcune ore per raggiungere un accordo prima dell’apertura dei mercati asiatici, ed espone la linea dura della Germania. Spagna e Portogallo, i cui mercati si avvicinavano sempre di più alla situazione della Grecia, avrebbero dovuto adottare nuove misure di austerità.

De Maizière afferma che la Corte suprema tedesca avrebbe annullato qualsiasi accordo che avrebbe aumentato il debito attraverso l’emissione di eurobond. Ma alcuni Paesi sono contrari ai prestiti bilaterali. L’Italia, con il suo enorme debito pubblico, afferma che avrebbe lottato per prendere in prestito denaro sufficiente dai mercati obbligazionari. I ministri si siedono al tavolo ovale, i loro assistenti si accomodano nelle file di banchi dietro i ministri. I BlackBerry e i telefoni cellulari si spensero. Jean-Claude Juncker, il premier del Lussemburgo, accende una sigaretta dietro l’altra, nonostante il divieto di fumare all’interno degli edifici dell’Unione Europea.

Quando mancano dieci minuti alla mezzanotte, con le negoziazioni in via di apertura a Sydney, il ministro dell’economia francese Christine Lagarde comunica che il meeting avrebbe dovuto prolungarsi fino alle due di notte, in corrispondenza dell’apertura dei mercati di Tokyo. Con un dirigente olandese a fare da intermediario tra gli irascibili francesi e i tedeschi, i ministri raggiungono infine un accordo. I primi 60 milioni di euro del fondo di salvataggio sarebbero arrivati da un prestito della Commissione. Ma la maggior parte sarebbe arrivata da un ente creato appositamente, registrato come società finanziaria in Lussemburgo e della durata di tre anni.

Tale ente avrebbe prestato denaro ai governi colpiti dalla crisi, aumentando i fondi e vendendo obbligazioni il cui ammortamento sarebbe stato garantito, quota per quota, dai governi dell’Eurozona. Questa formula ha risparmiato all’Italia e ad altri Paesi la necessità di raccogliere loro stessi i fondi. Per risparmiare tempo prima dell’apertura dei mercati di Tokyo, tutte le parti accettano una nuova bozza di dichiarazione. «Alleluia», esclama la Lagarde. Ma l’esultanza ha vita breve. L’accordo ha permesso alla Bce di andare avanti con il suo piano di acquisto di obbligazioni e il pacchetto di salvataggio Ue ha contribuito a calmare il panico.

Ma quattro mesi più tardi le cause alla radice della crisi greca rimangono: non vi è alcuna autorità centrale per il coordinamento nazionale delle politiche fiscali e di spesa. Il mese scorso i mercati finanziari hanno spostato la loro attenzione su Irlanda e Portogallo. Rimangono dubbi in merito alla solvibilità delle banche delle aree in crisi dell’Europa, lasciandole in balia della generosità di Trichet e dei suoi prestiti temporanei, introdotti dalla Bce dopo il primo attacco della crisi. Nonostante le rassicurazioni di Trichet, il programma di acquisto dei titoli di Stato non solo continua ma nelle ultime settimane è addirittura aumentato e all’orizzonte non se ne vede la fine.
Copyright © Milano Finanza. All rights reserved

Marcus Walker, Charles Forelle e Brian Blackstone – The Wall Street Journal Europe copyright