LA GUERRA CIVILE DI CARTA

3 Agosto 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – Come dicevano le nostre madri? Chi la fa, l’aspetti. Se tu mi perseguiti, io ti renderò pan per focaccia. E comincerò a fare la stessa cosa a te. È il principio base di tutte le guerre civili. Ad ogni azione corrisponde una reazione. A una rappresaglia verrà risposto con un’altra rappresaglia. Sangue chiama sangue. È una verità che in Italia conosciamo bene.

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Di solito, le guerre civili vengono combattute con le armi vere, per uccidere. Ma si possono ingaggiare anche con i media. E prima di tutto con la carta stampata, con i giornali. È quel che sta accadendo in casa nostra e accadrà sempre più spesso. Il mezzo televisivo è importante, orienta il pubblico, costruisce carriere. Tuttavia sono i giornali il mezzo più adatto ad aggredire l’avversario.

Non sto scoprendo l’acqua calda. Mi limito a ricordare quanto vediamo da due mesi. Verso la fine di maggio, Repubblica ha iniziato una guerra senza quartiere contro Silvio Berlusconi. A partire dall’affare Noemi e dall’immagine grottesca del suo “Papi”, il giornale diretto da Ezio Mauro non ha lasciato passare giorno senza assalire il presidente del Consiglio.

Sono stati usati tutti i mezzi. Le inchieste, le interviste, le fotografie, le registrazioni clandestine. L’obiettivo era di dimostrare che Berlusconi non meritava di rappresentare l’Italia, si comportava da puttaniere, organizzava festini a Palazzo Grazioli e a Villa Certosa. E inoltre era un bugiardo, la colpa più grave per un leader politico.

L’offensiva di Repubblica è stata talmente intensa da far breccia. Ma non sulla vittima designata, bensì sul primo partito di opposizione. Abbiamo visto avvenire quel che non era mai accaduto in Italia. Un giornale ha dato la linea a un blocco politico con milioni di elettori. Il leader del Partito democratico, l’incauto Dario Franceschini, si è sdraiato sugli ordini impartiti da Mauro. Al punto di commettere, e proprio in campagna elettorale, la sua gaffe più madornale. Quella di chiedere agli italiani se avrebbero affidato l’educazione dei loro figli a un mignottaro come Berlusconi.

A chi toccava replicare ai centurioni di Largo Fochetti? Soprattutto al primo fra i quotidiani del centro-destra: Il Giornale, diretto da Mario Giordano. La replica c’è stata, ma non pari alla forza dell’assalto. Giordano è un giornalista giovane e bravo, è un cattolico convinto, scrive ottimi articoli di fondo. Però non ha il cinismo duro di Mauro. Dunque non era l’uomo giusto per applicare la vecchia regola delle guerre politiche: a brigante, brigante e mezzo.

Immagino che per questo il Cavaliere l’abbia silurato. Poteva farlo perché, attraverso il fratello Paolo, è l’editore della testata. Al posto di Giordano, ha messo Vittorio Feltri, sino a ieri direttore di Libero. Feltri è un giornalista di 66 anni, con alle spalle una lunga carriera, un primo della classe con un carattere da bergamasco duro. E soprattutto abituato a scrivere chiaro e con asprezza.

Che cosa gli ha chiesto Berlusconi nell’insediarlo al Giornale? Qui entriamo nel campo delle congetture, sia pure non del tutto campate in aria. Per prima cosa, gli ha dato il mandato di irrobustire Il Giornale in termini di copie vendute, portandole via soprattutto a Libero. E per seconda cosa, la più importante, di organizzare una risposta vera all’assalto di Repubblica.

Conosco Feltri quel tanto che mi basta per dire, con simpatia: ecco un Cavallo Pazzo del giornalismo italiano, dove i quadrupedi saggi stanno diventando un po’ troppi. Vittorio non è il tipo che obbedisce con la testa bassa agli ordini di un padrone. Ma se l’editore gli propone un lavoro congeniale al suo carattere, sarà ben contento di farlo. E al meglio delle sue capacità.

Per questo dobbiamo aspettarci una guerra civile dentro la carta stampata. Soltanto Feltri conosce quel che farà a partire dal 24 agosto, il giorno di esordio al Giornale. Ma niente impedisce al Bestiario di immaginare quali saranno i piatti più robusti del suo menù giornaliero. Repubblica sta coprendo di fango la vita privata del Cavaliere? Bene, il Giornale feltriano farà altrettanto con i big del Gruppo Espresso-Repubblica.

Le suggestioni saranno molte. Potrà cominciare dall’editore, l’ingegner Carlo De Benedetti. Senza limitarsi a dire che si tratta di un capitalista eversore, per di più con il punto interrogativo. Feltri manderà i suoi cani da tartufi a rovistare nella vita pubblica e soprattutto in quella privata dell’Ingegnere. E soltanto Iddio sa che cosa potrà scovare. Ne potrebbe emergere un ritratto devastante. Dipinto con una crudeltà mai sperimentata dall’interessato.

La stessa tecnica verrà usata nei confronti di Mauro, il direttore del giornale nemico, e di Eugenio Scalfari, il fondatore. Poi toccherà al soggetto più debole, il direttore dell’Espresso, Daniela Hamaui. Colpevole di aver messo nel sito on line del settimanale i nastri registrati di nascosto da Patrizia D’Addario, la escort più famosa tra le tante che hanno allietato le notti di Palazzo Grazioli. Penso che la signora Hamaui ne sarà angosciata. Ma purtroppo la guerra non guarda in faccia a nessuno.

Dalla carta stampata colerà il sangue e anche qualcosa di più immondo. A questo punto smetto di immaginare. E mi chiedo se tutto questo servirà a migliorare la credibilità del giornalismo italiano. La mia risposta è netta: no. Servirà soltanto a rendere più infernale la bolgia che stiamo già vivendo. Ma questa, ahimè!, è la regola numero uno di tutte le guerre civili.

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