LA FRANCIA MEGLIO DEGLI USA? CHISSA’, FORSE…

23 Febbraio 2000, di Redazione Wall Street Italia

Gasatissimi, questi francesi. Ormai è un coro unanime, che unisce in
una
cacofonia abbastanza bizzarra governo, sindacati, contribuenti
tartassati
che si aspettano un taglio alle imposte, disoccupati cronici che hanno
ritrovato miracolosamente lavoro, altri che sono in attesa di
ritrovarlo
da un giorno all’altro, analisti finanziari, banche grandi e
grandissime
che guardano alla Francia come a un nuovo paradiso in terra e tutti
accomunati da un solo grido: possiamo fare meglio degli Usa. E lo
faremo!

Di cosa si tratta, alla fine? Di un fenomeno singolare di cui pochi
riescono a comprendere le ragioni profonde e dare spiegazioni convinte
e
razionali (nella terra di Cartesio!) ma che ogni settimana i dati
confermano senza possibilità di smentita: l’economia francese tira con
forza impressionante, moltiplica la ricchezza delle imprese e delle
famiglie, crea posti di lavoro mentre tiene l’inflazione al di sotto dell’1 per cento.

La locomotiva europea, che per un quindicennio ha
avuto
alla guida un capomacchinista tedesco, adesso ne ha uno francese. Nel
1998
la Francia crebbe del 3 per cento; 2,9 nel ’99. Tre per cento nel 2000
garantito sia dal governo sia da quegli eterni piagnoni che sono gli
industriali i quali, è notorio, facendo il pianto e profetando sciagure
sperano sempre di farsi dare una gagliarda mano dalla cassa pubblica.

C’è
chi va oltre, ed è gente abituata a ragionare sul solido. La sezione
”Francia” della banca americana Merril Lynch pronostica per l’anno in
corso
un più quattro per cento e un tasso di disoccupazione dell’8,6, il
livello
degli anni ’80. Lo stesso fa la J.P. Morgan, sempre americana.

Da cosa ricava tanto ottimismo? In Francia il settore dei servizi
occupa
il 70 per cento della popolazione attiva (in Germania è il 60); le
industrie agroalimentari e aeronautiche sono allo stesso livello , a
volte
superiore, di quelle Usa; se la Francia è tagliata fuori dal mercato
dei
computers è però piazzatissima in tutti i settori della ”nuova
economia”:
comunicazioni, sistemi informatici e quel mix stravincitore
rappresentato
da telefonìa-televisione-Internet.

Oggi il debito estero francese è
detenuto per il 30 per cento da creditori stranieri, contro il 17 per
cento
di tre anni fa. Questo significa una sola cosa: fiducia.
Questa fiducia, che il governo socialista di Lionel Jospin ascrive (ma
senza dirlo pubblicamente) a suo merito ha creato un ciclo virtuoso che
alimenta se stesso: la crescita favorisce la creazione di posti di
lavoro,
che spingono i consumi, che sostengono ulteriore crescita, che genera
nuove
imprese che pagano imposte.

Per parte sua l’elevato livello dei
consumi ha
fatto esplodere gli incassi fiscali dell’Iva. In più, in tre anni, i
contribuenti sono aumentati di un milione duecentomila: gente che prima
era
esentata o stava ai margini adesso paga somme sognificative. L’evasione
esiste, come ovunque, ma è bassa e comunque un sistema fiscale al
limite della perfezione garantisce che l’evasore prima o poi sarà
scoperto;
a quel punto gli fanno passare la voglia di fare il furbo per due
generazioni.

Tutto questo ha permesso al primo ministro Lionel Jospin
di
annunciare che a partire da quest’anno e per tre anni consecutivi, le
imposte saranno ridotte di dodicimila miliardi (di lire) l’anno,
redistribuiti parte alle famiglie e parte alle imprese. Questo, è
facile
immaginarlo, alimenterà ulteriormente il motore della crescita.

L’orgoglio francese non si limita a bearsi dei successi ma si spinge a
fare paragoni e oggi tutti dicono che la crescita francese è più ”sana’
di
quella americana. Ne elencano le ragioni: 1) non poggia, come in Usa,
sull’esplosione della Borsa; la maggioranza dei francesi non possiede
azioni; 2) i cittadini non sono indebitati e il livello di risparmio
delle
famiglie resta alto; 3) non dipende dai risultati un po’ artificiali
della
‘nuova economia’ ma è saldamente ancorata all’economia reale, quella
che
produce e vende beni tangibili; 4) ha ancora margini di sviluppo
enormi:
due milioni di disoccupati possono rientrare nel ciclo produttivo,
liberando risorse pubbliche oggi destinate a loro e anzi diventando
contribuenti; 5) lo Stato si arricchisce e per ciò stesso diventa egli
stesso motore di sviluppo.
La conclusione è che presto, forse, gli Usa si metteranno a copiare
”il
modello francese”. Conclusione, bisogna dirlo, tipicamente francese.