La famigerata Foxconn (produce Apple) attaccata dagli hacker

9 Febbraio 2012, di Redazione Wall Street Italia

Il gruppo di pirati informatici SwaggSec ha hackerato i server di Foxconn, una delle piu’ grandi fabbriche in Cina, grande come una citta’, nota per le condizioni di lavoro da schiavitu’ medievale in cui vivono gli operai. Da Foxconn escono tutti gli iPad e iphone del colosso di Cupertino, fabbricati da decine di migliaia di operai (la maggior parte donne) pagati pochi centesimi l’ora che lavorano anche 18 ore al giorno.

Gli hacker sono penetrati in vari server appropriandosi di login/password anche delle reti Intranet della fabbrica e divulgandole sul web. Gli hackers hanno trovato la porta di accesso tramite una vulnerabiilita’ del browser Internet Explorer che non aveva patch di un impiegato Foxconn. L’azione di SwaggSec e’ un’evidente vendetta del gruppo SwaggSec per le condizioni di lavoro in cui sono costretti migliaia di operai cinesi, obbligati a dormire in fabbrica e ad effettuare turni massacranti per la produzione in catena di montaggio di manufatti dell’elettronica di consumo destinati al mercato mondiale. Committenti sono in primo luogo Apple, ma anche IBM, Microsoft e Intel e altri colossi dell’hi-tech americano. Di recente, Foxconn e’ entrata sotto i riflettori in America e’ stato un articolo del New York Times per primo a denunciare le inumane condizioni di lavoro degli operai sfatando allo stesso tempo il mito di Apple come azienda buona, innovativa e creativa, con il suo fondatore Steve Jobs riverito come un santo.

Secondo Wikipedia, Foxconn International Holdings Ltd è una azienda multinazionale. È la più grande produttrice di componenti elettrici ed elettronici per i produttori di apparecchiature originali in tutto il mondo, e produce principalmente su contratto ad altre aziende tra le quali Apple, Motorola, Nokia, Sony, Microsoft, Nintendo, Dell, Hewlett-Packard. È parte del gruppo taiwanese Hon Hai Precision Industry Company.

La società ha aperto il suo primo impianto produttivo in Cina nel 1988, una fabbrica di Shenzhen che ora è l’impianto più grande, con più di 330.000 dipendenti. A partire dal 1994, Foxconn ha acquistato vari centri di sviluppo negli Stati Uniti e in Giappone.
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Dal 2009 la Foxconn è stata spesso tristemente citata sulle pagine di cronaca a causa di una serie di suicidi che hanno coinvolto i suoi dipendenti. Dall’inizio del 2010 ci sono stati 11 suicidi (quasi tutti compiuti gettandosi dai piani alti del palazzo in cui ha sede la società), 2 tentativi falliti e 16 suicidi sventati fra gli impiegati dell’azienda taiwanese che ha alle sue dipendenze oltre 1.000.000 lavoratori. Per far fronte a tali problematiche la società si è anche rivolta al supporto di monaci buddisti. Di recente anche in Italia sono circolate notizie su 300 dipendenti che hanno minacciato un suicidio di massa, per ottenere aumenti di stipendio.

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Foxconn sotto il fuoco degli attivisti

SwaggSec, un sedicente gruppo hacker, viola i sistemi dell’azienda e divulga le password. Mentre negli USA si organizzano attività di protesta davanti agli Apple Store

di Claudio Tamburrino

Il contenuto di questo articolo – pubblicato da Punto Informatico – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Roma – Dopo il reportage del New York Times che l’ha messa alla berlina insieme ad Apple, Foxconn se la deve vedere anche con i cracker: il produttore di device elettronici è finito nel mirino dei giornalisti per le condizioni di lavoro dei suoi dipendenti, e presumibilmente (anche se nulla è stato detto di preciso) per lo stesso motivo ha ora subito il furto di una serie di credenziali di accesso ai suoi sistemi.

A rivendicare l’attacco nei suoi confronti è stato un gruppo chiamato SwaggSec: attraverso Twitter riferisce di aver tirato giù services.foxconn.com (che è ancora down) e di aver pubblicato quanto ottenuto su Pastebin (un totale di 6.04 MB): tra le varie credenziali ottenute ci sono anche quelle del CEO dell’azienda Terry Gou.

SwaggSec ha riferito che Foxconn aveva installati firewall e altri sistemi di protezione, ma che nonostante questo sono “riusciti a bypassarli senza problemi” in un’operazione durata un paio di giorni.

Messe alla prova le credenziali così divulgate si sono dimostrate funzionanti, anche se Foxconn per il momento ha preferito non commentare l’episodio. Le informazioni ottenute dagli hacker potrebbero essere utilizzare per truffe ai danni di grandi aziende come, appunto, Apple, Microsoft, IBM e Intel che hanno rapporti di lavoro con Foxconn.

Restano poi oscure le motivazioni che hanno spinto SwaggSec: che l’attacco sia stato condotto per sottolineare le condizioni dei lavoratori Foxconn, d’altronde, non è confermato da nessuna parte.

Proprio in questi giorni, comunque, è attesa la presentazione di una petizione nei confronti di Apple accompagnata da manifestazioni davanti al suo negozio di Grand Central Terminal: il tutto ancora una volta a favore degli operai Foxconn impiegati nella produzione dei device con la Mela.

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NEW YORK – Da Washington a San Francisco passando per New York, fino a Londra e Sidney, una dozzina di negozi Apple di tutto il mondo sono oggi teatro di una serie di manifestazioni. Per una volta però non si tratta dei fan in coda per l’ultima creazione tecnologica della casa di Cupertino: l’obiettivo è infatti protestare sul modo in cui le società fornitrici estere del marchio della mela trattano i propri dipendenti. Alcuni gruppi di consumatori si sono recati negli Apple-store consegnando le petizioni con le quali si chiede la riforma delle condizioni di lavoro nelle fabbriche gestite dai fornitori Apple in Cina e in altre sedi estere. A New York l’appuntamento era nel nuovo negozio di Grand Central Station, dove un gruppo di persone ha consegnato la petizione al responsabile del negozio. «Sono un fan dei prodotti Apple ma eticamente non posso sostenere oggetti che danneggiano le persone addette alla produzione», ha detto Shelby Knox, uno dei membri del sito di attivisti Change.org.

Il creatore Mark Shields, cliente abituale di Apple, si è detto scioccato nell’apprendere le condizioni nelle quali lavorano i dipendenti che producono componenti per i prodotti della Mela, e ha deciso di lanciare una petizione che ha raccolto circa 200.000 firme. Uno sforzo parallelo è stato effettuato da SumOfUs.org, che ha messo insieme altre 50.000 firme. La risposta di Apple è arrivata attraverso la dichiarazione di un portavoce della compagnia, che ha ribadito quanto detto qualche settimana fa circa l’impegno dell’azienda per monitorare i propri fornitori d’oltreoceano: «Ci preoccupiamo per ogni singolo lavoratore – ha fatto sapere – e insistiamo sul fatto che i nostri fornitori devono offrire un ambiente sicuro trattando i dipendenti con dignità e rispetto». Ma la casa di Cupertino questa volta sembra non aver convinto il suo pubblico.