La discesa di Monte Paschi

25 Ottobre 2013, di Redazione Wall Street Italia

SIENA (WSI) – Una storia di devastazione, non provocata dalla peste, come avvenne nel 15esimo secolo, bensì dagli errori di finanzieri internazionali e politici italiani.

Le cause legali e i piani di salvataggio del governo ci ricordano quali danni ha recato alla Banca Monte dei Paschi di Siena la decisione di acquistare la rivale Antonveneta per 9 miliardi di euro all’apice della crisi finanziaria scoppiata in seguito al crac del businesse dei mutui subprime cartolarizzati che hanno fatto il giro del mondo.

Si è scoperto che la banca ha usato derivati per nascondere le perdite subite dalla divisione di trading. Questo ha innescato una serie di eventi a catena senza fine, che hanno affossato il valore di mercato del titolo MPS, il quale ha perso il 93% da allora.

Il giornalista Niki O’Callaghan su Bloomberg parla di Mps come della “banca nata dalla ceneri provocate dalla peste che fatica a sopravvivere”. Il grafico dell’andamento delle azioni dell’istituto di credito, il terzo più grande in Italia, basta per farsi un’idea di come le decisioni scellerate di management e politici abbiano rovinato la banca più prestigiosa e antica al mondo.

Tutto iniziò sei anni fa, a novembre, quando la banca lanciò l’assalto alla società di credito con sede a Padova, la Banca Antonveneta. È quanto emerge dal reseconto di una decina di testimoni nelle oltre 29 mila pagine di deposizioni, email e documenti legali presentati in tribunale.

Nel 2007, quando MPS era la quinta banca maggiore del nostro paese, Giuseppe Mussari ottenne l’autorizzazione del CdA a cercare partner per una eventuale fusione e riuscire così a tenere il passo delle due big Unicredit e Intesa Sanpaolo che continuavano ad espandersi.

Antonveneta era detenuta dall’olandese ABN Amro Holding NV, che all’epoca stava per essere venduta a sua volta a un gruppo di banche europee, tra cui figuravano Royal Bank of Scotland e la spagnola Santander. Il ruolo che ebbe quest’ultima nella vicenda fu chiave.
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I personaggi di questa storia sono molti e delle nazionalità più disparate. Uno di questi è il banchiere Emilio Botin, il quale secondo Bloomberg “ha le attività bancarie nel sangue”, essendo il patriarca di una famiglia che ha aiutato a gestire Santander per 118 anni. Botin è stato assunto dall’istituto nel 1958 ed è diventato Ceo nel 1967. Con una serie di acquisti sparsi tra Brasile, Usa e Regno Unito ha trasformato l’istituto in uno dei 20 maggiori gruppi finanziari quotati in Borsa.

Un altro protagonista della storia è Andrea Orcel, un ex banchiere di Merrill Lynch. Era lui il rappresentante di Santander quando hanno stretto l’accordo da $100 miliardi per ABN Amro, l’operazione più importante nel settore bancario di sempre. E c’era sempre lui a capo del gruppo Merrill quando questo ha aiutato Monte Paschi a reperire i finanziamenti necessari ad acquistare Antonveneta.

I tempi sono cambiati da allora: adesso il Monte dei Paschi, che sta cercando di ricevere un secondo piano di aiuti altrimenti si vedrà costretta a ricorrere a un programma di nazionalizzazione, fa fatica a sopravvivere.
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Un altro particolare della vicenda da non sottovalutare è il fatto che le banche d’affari ci hanno guadagnato. Come? Offrendo ai dirigenti vicini alle autorità politiche consigli di fusioni e investimenti che hanno contribuito al crollo dei titoli sui mercati.

A quel punto hanno venduto strumenti finanziari complessi, come contratti derivati, che hanno consentito a MPS di nascondere, persino ingigantire in alcui casi, le perdite di quella che un tempo era la banca più sicura al mondo.