LA CRISI DI GOVERNO

20 Gennaio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Perché da sette, otto mesi si trascina nella maggioranza, con effetti di noia abissale, la cosiddetta verifica? Semplice. Il premier è uomo d’immagine e di ritocchi, in ogni senso, e non ha alcuna intenzione di scardinare uno schema o statuto della nuova politica bipolare e maggioritaria il quale consiste sostanzialmente in questo: un leader vince le elezioni alla testa di una coalizione, governa il paese in condizioni di stabilità per cinque anni dopo avere formato un ministero in cui c’è spazio per tutti, si presenta alle elezioni successive per vedere se il giudizio è positivo oppure no.

A questo schema i professionisti della politica di partito oppongono argomenti dignitosi ma deboli: attenzione, abbiamo perso le elezioni in Friuli e alla provincia di Roma, c’è uno spazio eccessivamente aggressivo che la Lega di Bossi tende a prendersi, An e Udc sono sottorappresentati nell’esecutivo e patiscono le conseguenze della disinvolta e solitaria gestione dell’Economia da parte di Giulio Tremonti, che è un nordista e va a spasso volentieri con Bossi eccetera.

Si accumulano così da mesi ragioni di dissenso o di lite nella coalizione, il premier è sempre più insofferente, Bossi fa il suo mestiere di capopopolo, volano parole grosse ma non succede niente. Il niente si diluisce nel quasi niente o nel pochino, gli attori della commedia sembrano sempre più dei velleitari che parlano di cose che non stanno né in cielo né in terra o di un giretto di valzer intorno a poteri minori e questioni soporifere di visibilità.

Nella prima Repubblica la cosa sarebbe già stata risolta con una bella crisi di governo. Ricordate le frasi storiche? “Il governo è al capolinea”. “E’ ora di rinegoziare la struttura dell’esecutivo e il suo programma”. E i partiti si rimettevano intorno a un tavolo, interrompendo la continuità istituzionale, il premier veniva cambiato o ribattezzato o semplicemente rinumerato. I leader alleati del partito di maggioranza andavano dal presidente della Repubblica, facevano il nome del primo ministro sul quale una maggioranza si ritrovava, e poi capi e correnti ricontrattavano un documento programmatico e la lista dei ministri.

Dallo statuto di questa coalizione, dicono gli osservatori informati, è praticamente esclusa questa possibilità. Sul premier si può esercitare una pressione, ma non si può farlo scendere da cavallo nemmeno per i quindici giorni necessari a varare un nuovo governo. Ma se le cose stanno così, bisogna che gli alleati del Cav. si rassegnino ad accettare quello che lui intende offrirgli, per cambiare poi registro. Il resto è un incomprensibile bla bla bla.

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