LA CINA NEL CORTILE DEGLI USA

di Redazione Wall Street Italia
12 Giugno 2005 17:14

Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – “Cosa pensi della recente irruzione economica della Cina in America Latina?”, chiedo a una studentessa universitaria.

“Eh?” risponde.

“Ho letto qualcosa a riguardo”, dice un altro, “ma non ricordo i dettagli”.

“Perché no”, replica un terzo. “Fanno tutto quello che compro da Wal-Mart. Perché non dovrebbero investire in altri posti?” Alza le spalle, incurante delle notizie. In effetti Washington mette in guardia la Cina su qualsiasi azione a Taiwan, mentre ha risposto a malapena alle sue iniziative economiche su scala mondiale.

Un secolo fa forse un campione non scientificamente scelto di studenti ne avrebbe saputo quanto oggi, ma i pianificatori della politica statunitense consideravano la Cina di allora, debole e divisa, come la risposta ai futuri problemi economici e commerciali della nazione. Gli esportatori preoccupati imploravano il presidente William McKinley di agire perché “il mercato cinese ci appartiene di diritto”, come disse un membro del Riverside NY Republican Club al segretario di stato William Hay. Questo mercato orientale dalla manodopera a basso costo e dal vasto potenziale avrebbe risolto in apparenza il problema periodico della depressione, che nel 1893 scosse la struttura economica della nazione spingendo l’elite a considerare l’espansione verso est come una soluzione alla questione.

“Sulla spinta di un mercato interno in contrazione e di opportunità commerciali in ampliamento in una Cina che si stava risvegliando”, ha scritto lo storico Thomas McCormick, “il gruppo dirigente americano fece un tentativo consapevole, deliberato e integrato per portare a una soluzione la crisi economica interna promuovendo l’interesse nazionale all’estero”. Nel fare ciò “usò l’arma più potente dell’America, la supremazia economica, per iniziare la conquista a porte aperte del mercato cinese” (China Market, 1967, p. 19).

In realtà il presidente William McKinley nel 1898 ‘occupò le Filippine’ (non solo su ordine divino) perché rappresentavano il trampolino ideale per future spedizioni in territorio cinese. Gli Stati Uniti hanno mantenuto lì una base navale per 100 anni, anche quando, grazie ai processi tecnologici, non era più necessario fare soste di rifornimento. “L’Asia orientale è il premio ambito da tutte le nazioni”, ha scritto Brooks Adams, nipote di John Quincy Adams.

Oggi, nel 2005, il ‘premio’ debole e vulnerabile, che gli europei tra liti e contese si sono spartiti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo per soddisfare le proprie aspirazioni imperiali, sta invadendo tutti i continenti con i suoi prodotti – e il suo capitale. Mentre l’etichetta ‘Made in China’ è diventata onnipresente nei grandi magazzini statunitensi e sulle ali degli aerei commerciali, gli investitori cinesi hanno acquistato centinaia di miliardi in valuta statunitense. Non è escluso che alcuni lungimiranti pianificatori cinesi abbiano pensato allora che gli Stati Uniti sarebbero stati il ‘premio’ della Cina! A dire il vero, all’inizio di marzo un funzionario dell’ambasciata degli Stati Uniti ha confidato a un uomo d’affari in visita di essere convinto che le autorità cinesi considerino l’America come una superpotenza in declino, che ha fatto il suo tempo e che sarà costretta a condividere il controllo del mondo con altre potenti nazioni, tra cui la Cina. A dimostrazione di come la posizione strategica di questo paese fosse cambiata nell’ultimo ventennio, il funzionario dell’ambasciata ha spiegato che la Cina non solo ha conquistato il mercato del consumo statunitense, ma ha persino invaso la sfera latino-americana tradizionalmente di competenza degli Stati Uniti.

Nel discorso ha fatto riferimento a due visite di alto livello. Nel novembre 2004 il presidente cinese Hu Jintao ha sottoscritto 39 contratti commerciali con sei nazioni dell’America latina. Solo gli investimenti cinesi in Argentina ammontano a circa 20 miliardi di dollari. A questo viaggio d’affari ne è seguito un altro nei Caraibi.

Nei mesi di gennaio e febbraio il vice presidente cinese Zeng Qinghong ha fatto seguito alla visita del suo capo, recandosi in America Latina con il proprio entourage di funzionari e dirigenti di aziende di spicco. Durante questi due viaggi aggressivi alla ricerca di investimenti in zone strategiche, la Cina è entrata in un territorio potenzialmente oggetto di contenzioso, tramite la firma di un accordo con il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, per la futura ricerca di petrolio e gas nel sottosuolo venezuelano. Zeng ha anche offerto al Venezuela una linea di credito di 700 milioni di dollari per la costruzione di nuovi alloggi, dando il proprio sostegno alla riduzione della povertà in questa nazione e ignorando le lamentele statunitensi riguardo a un certo ‘autoritarismo’ di Chavez.

Chavez, che negli ultimi sei anni ha vinto tre elezioni libere e democratiche, viene etichettato come ‘autoritario’, mentre i suoi oppositori filo-statunitensi, che nel 2002 hanno organizzato un colpo di stato militare, si meritano la medaglia di ‘democratici’. Queste definizioni disorientano coloro che continuano a ragionare in modo logico.

Ma la vera gomitata di Pechino nello stomaco già dolorante di Washington è arrivata con l’annuncio della concessione di crediti a Cuba. Nell’era della globalizzazione, Cuba resta l’eccezione a tutte le regole. La politica verso l’America Latina intrapresa dall’amministrazione Bush ha come obiettivo il ‘contenimento’ di Chavez o la ‘punizione’ di Fidel Castro, che detiene il record mondiale dei primati per ‘numero di anni di disobbedienza’. Tuttavia, fonti interne cubane sostengono che nonostante gli oltre 40 anni di severo castigo, Fidel deve ancora sentire la mancanza di un pasto o di un’opportunità coniugale.

Siccome la Cina ufficialmente non ha associato alle sue linee di condotta in ambito economico un linguaggio politico specifico, Washington formalmente ha ignorato – o negato – l’importanza della strategia cinese verso l’America latina. In realtà, per usare le parole di Andres Oppenheimer del Miami Herald, “il presidente Hu Jintao ha trascorso più tempo in America Latina lo scorso anno del presidente Bush” (2 febbraio 2005). “E il vice presidente della Cina, Zeng Qinghong, ha passato più tempo nella regione lo scorso mese che il suo collega statunitense, il vice presidente Dick Cheney, negli ultimi quattro anni”.

Bush e Cheney hanno chiesto al Congresso di aumentare l’indebitamento degli Stati Uniti di ulteriori 81 miliardi di dollari per mantenere le forze armate in Afghanistan e Iraq, mentre la Cina ha offerto oltre 50 miliardi di dollari in investimenti e crediti alle nazioni comprese nel tradizionale scudo della Dottrina di Monroe. Questa somma supera i tanto pubblicizzati 20 miliardi concessi da Kennedy negli anni Sessanta per un decennio dell’Alliance for Progress.

L’incoraggiamento di tipologie specifiche di commercio con l’America latina aiuterà la Cina a soddisfare le richieste energetiche in crescita selvaggia. Secondo una previsione della CIA, nel 2007 la Cina importerà il 50% del suo petrolio. Questa nazione necessita anche di risorse primarie e cibo mentre si avvia a ricoprire il secondo posto per dimensioni nella classifica dell’economia mondiale.

Il fatto che le autorità cinesi si siano presentate all’America latina affamata di capitali con i miliardi nelle valige, dimostra una riflessione e un interesse sul futuro della nazione, anche se i funzionari imperiali statunitensi banalizzano le situazioni di crisi per giustificare la ricerca di petrolio nella terra incontaminata dell’Alaska o mostrano la propria preoccupazione per il futuro della vita umana alimentando forzatamente una donna della Florida cerebralmente morta.

Dal momento che la dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio straniero sta aumentando e il prezzo del greggio oscilla sui 55 dollari, i cinesi potrebbero effettivamente trovarsi nella posizione di vendere l’oro nero agli Stati Uniti – molto prima che le ricerche in Alaska si concludano con un crollo dei prezzi del greggio, i nuovi investimenti della Cina avranno puntato su petrolio, gas e minerali; segno che i cinesi perseguono anche finalità strategiche e di mercato oltre al semplice profitto.
La Cina è già attiva in due giacimenti petroliferi venezuelani e dopo aver sottoscritto a gennaio un contratto a Caracas, inizierà a sviluppare altri giacimenti – apparentemente in declino – nel Venezuela orientale. La Cina ha accettato inoltre di acquistare 120.000 barili di petrolio al mese e costruire un’ulteriore struttura per la produzione di carburante. Secondo quanto annunciato dai funzionari venezuelani, le previsioni degli scambi commerciali con la Cina per il 2005 raggiungeranno i tre miliardi di dollari, raddoppiando rispetto a quelli dell’anno precedente. E – per la ‘gioia’ degli anti-Castro dell’amministrazione Bush – una grande compagnia petrolifera cinese intraprenderà le ricerche di potenziali giacimenti al largo della costa cubana.

Perché le autorità cinesi hanno scelto il periodo tra la fine del 2004 e l’inizio del 2005 per fare questo viaggio d’affari lampo in diverse nazioni dell’America Latina? Innanzitutto avranno notato che i governi latino-americani non fanno più a gara per sottoscrivere l’accordo del Free Trade of the Americas, sostenuto dagli Stati Uniti, a differenza di quanto è accaduto con il NAFTA negli anni Novanta. Il motivo è il fallimento – previsto – del modello di libero scambio/libero mercato che in Argentina ha portato alla bancarotta; i governi che oggi mettono in discussione il modello economico di Washington sono quelli di Uruguay, Argentina, Brasile, Venezuela e Cuba, i prossimi potrebbero essere Bolivia ed Ecuador. In effetti, se il sindaco radical-populista di Città del Messico, Andres Manuel Lopez Obrador, riesce a vincere le elezioni presidenziali messicane del 2006 – attualmente è il candidato favorito – gli accordi commerciali promossi dagli Stati Uniti potrebbero avere tutti le ore contate.

In secondo luogo, gli esperti di risorse petrolifere non prevedono per il prossimo futuro un aumento dell’offerta che superi la domanda. Perciò, visto il clima attuale, l’accesso sempre più massiccio della Cina alle fonti di petrolio e gas in casa statunitense ha messo in agitazione i bushisti, e si è andato ad aggiungere a tutte le preoccupazioni che ancora li assillano – Iraq, Afghanistan, Corea del Nord e Iran – e al loro impegno religioso per cambiare la sicurezza sociale, giustiziare assassini minorenni, abolire l’aborto legale e salvare le persone cerebralmente morte. E’ difficile per i bushisti avere una visione completa del grande quadro strategico mondiale mentre volgono tutto il loro impegno ai valori della famiglia e alle questioni religiose.

Per oltre un secolo i pianificatori della politica statunitense hanno prodotto splendidi schemi per un impero informale. Proprio come i politici intellettuali della fine del XIX secolo guardavano all’astro cinese nascente, alla fine del XX secolo un gruppo formato in gran parte da neoconservatori ebrei e Miliziani di Dio antisemiti, ha rivolto la propria attenzione al Medio Oriente decidendo di ristrutturarlo in nome di Dio, di Israele e del libero mercato. Un gruppo faceva ricorso al concetto di libertà in progresso, l’altro a quello di Delirio in progresso.

Tuttavia, questo tipo di pensiero trascendente che si fonda su un sostrato spirituale non si rivela spesso all’altezza dei resoconti dettagliati – lo ha dimostrato l’invasione dell’Iraq. Né i neoconservatori né tanto meno i loro bizzarri alleati cristiani hanno manifestato particolare preoccupazione per gli oltre 100.000 civili iracheni deceduti durante l’invasione statunitense da marzo 2003. Ma la morte di 1.600 soldati americani e britannici ha generato un serio contraccolpo sulla politica. L’Iraq è stato distrutto. I profitti del petrolio iracheno preannunciati dal sottosegretario alla difesa Paul Wolfowitz (ora candidato alla presidenza della Banca Mondiale) come ‘risarcimento’ per l’intera invasione non si sono ancora visti. Nessuno all’interno dell’amministrazione Bush è sembrato eccessivamente turbato per la distruzione di una nazione o per la deliberata violazione delle leggi internazionali e dell’ONU.

Per ironia della sorte, i pianificatori statunitensi hanno involontariamente respinto gli ordinamenti e le leggi che avevano imposto al mondo intero 60 anni prima. L’invasione dell’Iraq da parte di Bush ha reso vane le leggi di Norimberga, che proibivano la guerra di aggressione o preventiva, e, scavalcando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’importante funzione dell’ONU: il diritto esclusivo di fare la guerra.

I neoconservatori e i loro equivalenti cristiani volevano che le autorità statunitensi prendessero di nuovo il controllo incondizionato, come fecero nel 1945. Ma hanno ignorato, perché considerati irrilevanti, i massicci cambiamenti avvenuti durante gli ultimi 60 anni. In quell’inebriante periodo postbellico, gli Stati Uniti possedevano il 55% della capacità produttiva mondiale, un’economia in crescita frenetica e il monopolio delle armi atomiche. La guerra con i suoi disastri aveva privato della linfa vitale le altre nazioni imperiali. L’Unione Sovietica non costituiva una minaccia. Vittoriosi sul campo di battaglia, i sovietici erano però profondamente paralizzati: oltre 50 milioni tra morti e feriti, 200 città distrutte, niente cibo né stivali per i soldati.

Sempre secondo le previsioni dei pianificatori statunitensi il loro regime corrotto e fantoccio di Chang Kai Shek avrebbe potuto resistere all’invasione delle armate rosse di Mao Tse Tung. Nell’ottobre 1949 Chiang non aveva neanche più la capacità di ottenere il sostegno dei disonesti. Bella programmazione!

Washington fece sapere ai suoi alleati e collaboratori – tra cui la Germania e il Giappone da poco sconfitti – che avrebbero dovuto prosperare da bravi partner e fonti commerciali subalterne, nonché luoghi di investimento, ma non fino al punto di diventare rivali. Gli Stati Uniti non avevano progetti realistici per le nazioni che uscivano dalla dominazione coloniale, mentre i sovietici paralizzati continuavano a predicare la ‘rivoluzione’, una parola che ebbe grande risonanza in quelle nazioni che iniziavano a essere note come terzo mondo. E i movimenti in queste nazioni emergenti minacciavano di sovvertire il nuovo ordine mondiale creato dalle autorità statunitensi.

Il problema di questi progetti derivava dalla loro incapacità di prevedere il dinamismo dell’anticolonialismo terzomondista. Invece di sostenere la decolonizzazione, gli Stati Uniti svolsero un ruolo ambiguo, affermando l’idea ma non la pratica delle ‘nazioni libere’. Per esempio, non riconoscendo la Repubblica del Vietnam guidata da Ho Chi Minh – che dichiarò la propria indipendenza nell’agosto 1945 – Washington aiutò la Francia a riprendersi la sua ex colonia.
Ma la rivoluzione più importante è quella avvenuta in Cina. Nel 1949 i comunisti cinesi guidarono il popolo verso l’abbattimento del regime colonialista occidentale, cacciando gli Stati Uniti dal luogo in cui i pianificatori ottocenteschi avevano riposto le proprie speranze future.

Ora sembra che la Cina veda il proprio avvenire nel mercato statunitense e nel suo ex territorio protetto: l’America Latina. Trent’anni fa la Cina era una nazione ‘non riconosciuta’ dagli Stati Uniti e dalla maggior parte dei suoi governi leccapiedi dell’America Latina. Nel 1975 il volume dei commerci tra Cina e America Latina ammontava a 200 milioni di dollari; nel 2004 è schizzato oltre i 40 miliardi. La Cina è diventata uno dei principali protagonisti dell’era della globalizzazione, la quale è stata promossa dalle autorità statunitensi senza aver considerato che la stessa nazione cinese si sarebbe avvalsa di questa opportunità per entrare nei sacrosanti ambiti precedentemente controllati dagli Stati Uniti, come l’America Latina appunto.

Mentre i leader di governo si mordono in silenzio le mani per la frustrazione di dover assistere a movimenti di capitali cinesi ‘a casa nostra’, alcuni giornalisti parlano direttamente del significato rivestito dall’invasione degli investimenti cinesi che ha colpito i clienti degli Stati Uniti. La Cina sta “coltivando alleanze con molte nazioni in via di sviluppo per consolidare la propria posizione all’interno della World Trade Organization, si sta scaldando i muscoli per fare la propria comparsa sul palcoscenico mondiale e fungere da contrappeso al potere degli Stati Uniti”, ha scritto Gary Marx (Chicago Tribune, 20 dicembre 2004).

Il direttore del Caribbean Council, David Jessop (Week In Europe, 6 febbraio), ha affermato che gli interventi cinesi in America Latina “indicano la comparsa di un ordine globale in cui le nazioni del sud cominciano a costituire nuove alleanze fondate su una percezione del mondo molto diversa”.

“Pechino sta tentando di sferrare un colpo economico al cuore della Dottrina di Monroe”, ha commentato Anthony Gancarski (FrontPageMagazine.com, 20 gennaio 2005), mettendo in guardia sul fatto che “la mancanza di una reazione da parte dell’America a tal riguardo sarà interpretata come perdita di coraggio – e vulnerabilità”.

In effetti la Cina è riuscita a imporre una politica ‘delle porte aperte’ agli Stati Uniti, simile a quella creata nel 1898 dal segretario di stato Hay. Oggi le autorità cinesi riferiscono implicitamente a Washington quello che il segretario di stato ad interim, Edwin Uhl, scrisse al ministro degli Stati Uniti in Cina nel 1895: “Questa nazione si aspetterà vantaggi commerciali uguali e liberali…”

Oggi la Cina si aspetta che gli Stati Uniti le offrano ‘vantaggi commerciali uguali e liberali’, persino con i governi che Washington ha inserito nella lista nera ufficiale. Il senatore Richard Lugar (repubblicano – Indiana), presidente del Comitato delle Relazioni Estere del Senato, era preoccupato per le contraddizioni emerse dai nuovi accordi del Venezuela con la Cina. Come altri repubblicani prudenti e veramente conservatori, Lugar si chiede se la retorica e le azioni aggressive di Bush in funzione anti-Chavez possano portare il Venezuela a reagire contro gli Stati Uniti tagliandoli fuori dalle sue scorte di petrolio. Dopotutto, c’è la Cina che farà superare la fase di ristagno degli approvvigionamenti!

“Per anni e anni, l’emisfero ha rappresentato per gli Stati Uniti una priorità secondaria”, ha detto un assistente a Lugar, “e i cinesi ne stanno traendo vantaggio. Noi non ci interessiamo dell’America Latina come dovremmo e loro ne approfittano”. (New York Times, 1 marzo 2005)

La Cina ha anche insidiato la politica di Washington verso Cuba e l’embargo volto a privarla delle risorse, offrendo ingenti crediti all’investimento per il nickel dell’isola.

Pechino quindi favorisce i nemici degli Stati Uniti, Chavez e Castro, mentre il prestigio americano ‘a casa propria’ è in declino. La Cina ha usato in America Latina l’espediente ‘delle porte aperte’ in funzione anti-statunitense, allo stesso modo di come gli Stati Uniti fecero in passato contro l’Europa per mettere le mani sulle risorse e sulla manodopera cinese. Scusate, ma la globalizzazione non significa che ogni mossa è lecita nel gioco del commercio internazionale?

Tradotto per Nuovi Mondi Media da Angelica Agneletti ([email protected])

Fonte: http://www.truthout.org/docs_2005/052705N.shtml