L’ ITALIA RACCONTATA DA THE ECONOMIST

25 Novembre 2005, di Redazione Wall Street Italia

Riportiamo al sintesi del documento originale che appare nel numero de The Economist 26/11/2005, in edicola dal 25 gennaio.

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – In superficie, la vita italiana appare ancora molto dolce. E’ tuttora possibile stare meglio in Italia che in qualsiasi altro posto. Sotto al dolce però, le cose sembrano come inacidite. Il miracolo economico del dopoguerra, culminato nel famoso “sorpasso” dell’economia inglese, è finito davvero. La crescita media dell’economia italiana negli ultimi 15 anni è stata la più lenta d’Europa e ora la sua economia è solo circa l’80% di quella del Regno Unito.

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Le piccole aziende a conduzione familiare, una volta la spina dorsale del Paese, sono sotto una crescente pressione, i costi salgono ma la produttività ristagna. Con l’euro, si è bloccata la valvola di sfogo delle svalutazioni. La competitività deteriora velocemente e le quote dell’export mondiale e dell’investimento diretto estero sono molto basse. Per produttività l’Italia è recentemente finita ad un umiliante 47° posto nel mondo, appena al di sopra della Botswana. L’economia si è rivelata altamente vulnerabile alla concorrenza cinese. L’effetto del declino si comincia a notare. Cala lo standard di vita per molte persone. Molti ritengono che siano saliti i prezzi con l’introduzione dell’euro. I prezzi immobiliari sono fuori della portata di chi vuole acquistare una prima casa in parecchie città. Tanti italiani riducono le vacanze estive o ne fanno a meno. Altri rimandano l’acquisto di automobili e perfino di vestiti.

I supermercati riferiscono che cala il fatturato nell’ultima settimana del mese, un segno sicuro che molte famiglie non ce la fanno ad arrivare al giorno di paga col reddito che hanno. La debolezza economica è causa anche di altri problemi. L’infrastruttura deteriora, gli standard scolastici sono in declino. Nessuna università italiana arriva ormai nella classifica delle prime novanta al mondo. La spesa per la ricerca e sviluppo è bassa per gli standard internazionali. L’Italia ha sofferto più della sua quota di scandali aziendali con Cirio e Parmalat. Le finanze pubbliche sono a pezzi. Si stima un deficit per l’anno prossimo del 5% del PIL, molto al di sopra del 3% fissato dal patto di stabilità. Il debito pubblico è al 120% del PIL e non è più in calo.

Perfino il tessuto sociale è sotto pressione. La famiglia resiste, ma il fatto che il 40% degli italiani tra i 30-34 anni sia ancora in famiglia non è un buon segno. Il rispetto per la legge e per le regole – mai alto – sembra essere sceso ulteriormente. Sia l’evasione fiscale sia gli abusi edilizi paiono in crescita, incoraggiati da ripetute amnistie. Il crimine organizzato e la corruzione restano forti, particolarmente al sud. In fine, la situazione demografica è terribile. Il Paese ha un tasso di natalità tra i più bassi in Europa e la popolazione decresce. Siccome gli italiani vivono più a lungo, l’età media della popolazione cresce rapidamente. Le conseguenze economiche, particolarmente per le pensioni, sono preoccupanti. La disoccupazione, allineata con le medie europee, non è grave, ma è concentrata al sud e tra i giovani in maniera preoccupante.

Il governo Berlusconi, eletto nel maggio 2001, sembra destinato a essere il primo governo del dopoguerra a restare al potere per un cinquennio intero, cosa di cui va molto fiero Mr. Berlusconi. Dovrà essere molto meno fiero per quanto riguarda l’andamento economico. Durante la campagna 2001 ha promesso di applicare la sua abilità come uomo d’affari per aumentare le ricchezze del Paese. In questo ha fallito.

Il parere dell’Economist riguardo a Mr. Berlusconi è noto. Abbiamo dichiarato nel 2001 che era “unfit” (inadatto/indegno) a governare l’Italia. Quel verdetto resta valido. Comunque, come abbiamo detto allora, c’erano anche validi motivi per votare la coalizione di centrodestra. Il Paese aveva un gran bisogno di riforme, di liberalizzazione, di privatizzazione, di deregolamentazione e di rinnovo della pubblica amministrazione, tutte cose promesse da Mr. Berlusconi – che ha anche giurato di ridurre le tasse. Ora, con le prossime elezioni in vista, molto poco di quanto ha promesso è stato messo in atto. Perfino l’apparente stabilità politica che ha ingenerato è meno di quanto sembri, con una litigiosa coalizione a sei che ha rasentato il collasso più volte.

Al momento, l’opposizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi sembra favorita nelle prossime elezioni. Ma anche se riuscirà a vincere, Mr. Prodi troverà difficile introdurre riforme – quanto meno perché la sua coalizione abbraccia nove partiti, alcuni dei quali ostacoleranno ogni cambiamento. E’ stato un alleato di Mr. Prodi, Fausto Bertinotti con i suoi comunisti impenitenti, a spingerlo fuori dal governo nel 1998. La verità è che nessuno dei due grandi raggruppamenti della politica italiana offre molte speranze a quelli che credono che il Paese abbia bisogno di grandi e dolorose riforme. Ma l’Italia sta arrivando al dunque. La sua situazione è quella della Venezia del 18° secolo, rimasta seduta troppo a lungo sui successi del passato. La Serenissima è oggi poco più che un’attrazione turistica. E’ questo il destino dell’Italia?

Una parte degli acciacchi che hanno reso l’Italia “il malato d’Europa” vanno forse oltre il suo controllo. L’attuale Governo ha certamente piacere di vederla così. Alcuni ministri fanno notare come tutte le economie europee zoppicano dopo l’attacco all’America dell’11 settembre 2001. Il ministro dell’Economia dell’epoca, Giulio Tremonti ha fatto in fretta a dare la colpa della debolezza economica italiana ai terroristi. Quando è tornato al dicastero due mesi fa ha trovato due nuovi capri espiatori: l’euro e la Cina – due temi che, con poca sottigliezza, puntano il dito a Romano Prodi.

Certo, il contesto macroeconomico non ha aiutato. Però, la debolezza principale negli ultimi anni è stata l’andamento delle esportazioni. Il consumo interno regge abbastanza, ma la quota italiana dell’export internazionale è in calo. Molti italiani ritengono che il cambiamento dalla lira abbia fatto scoppiare l’inflazione. In realtà, l’euro non è stato così negativo per l’Italia come crede chi lo critica. Ha tenuto bassa l’inflazione. Secondo l’ufficio statistico del governo, perlopiù affidabile, l’effetto sui prezzi è stato trascurabile, anche se è indubbio che i prezzi di alcuni servizi d’uso quotidiano sono saliti a razzo e alcuni commercianti hanno sfruttato l’occasione.

Ciò che è innegabile è che l’avvento dell’euro ha interrotto l’abitudine italiana alla svalutazione. Ora il Paese deve imparare a vivere con una bassa inflazione, deficit ristretti e una stabile moneta europea. Non sorprende che un aggiustamento così massiccio sia doloroso. Se l’Italia avesse proseguito con le sue politiche storiche, è difficile capire come avrebbe potuto sopravvivere il Mercato Comune Europeo. Anche l’Italia avrebbe potuto fallire alla maniera dell’Argentina – un paese che aveva adattato una versione estrema del vecchio modello italiano.

Nei fatti, l’euro ha reso sopportabile l’indebitamento pubblico in quanto riduce il costo degli interessi da pagare. Per restare competitiva senza poter ricorrere alla svalutazione, l’Italia deve introdurre riforme strutturali per aumentare la produttività e ridurre i costi, nonché riordinare le finanze pubbliche. L’euro ha rivelato le reali debolezze dell’Italia, che sono di natura microeconomica. Comprendono le rigidità dei mercati per i prodotti e per il lavoro e un livello insufficiente di concorrenza. Sono problemi comuni a tutta la zona dell’euro, ma sono peggiori in Italia. Il paradosso è che mentre l’euro ha messo a nudo i difetti strutturali italiani, per certi versi ha reso più facile evitare di agire, tenendo bassi i tassi e eliminando le crisi nei cambi. Negli ultimi decenni, le debolezze strutturali dell’Italia sono diventate brutalmente evidenti.

Ciò che rende particolarmente difficile la ricerca di una soluzione è che per anni molti di questi non erano considerati difetti ma piuttosto pregi. L’azienda familiare è un esempio. L’Italia nel suo insieme è stata a lungo una sorta di “case study” del “piccolo è bello”. La globalizzazione e la concorrenza asiatica però premiano la grandezza. Anche la borsa italiana è piccola in rapporto alle dimensioni dell’economia e ripristinare la fiducia del pubblico dopo gli scandali come quello della Parmalat non sarà facile. La legislazione per migliorare la “corporate governance” è attualmente impantanata in Parlamento.

Ci sono però tanti esempi di aziende di successo in Italia, aziende cha hanno saputo affrontare il cambiamento: Benetton, Geox, Indesit, Cerutti (impianti tipografici), ST Microelectronics. Solo il 12% dell’export italiano è nell’alta tecnologia, la metà della media europea, e l’Italia spende solo l’1,2% del PIL sulla ricerca, contro una media europea del 2% e il 3,2% del Giappone. Fiat Auto è stata salvata dal precipizio, ma il salvataggio deve di più all’ingegneria finanziaria che non a quella tecnologica.

(interludio Fiat. “Mr. Montezemolo chiarisce che il mondo imprenditoriale italiano è profondamente deluso dal governo Berlusconi, che invece prometteva bene quando ha preso il potere nel 2001”)

(BOX, “Fazio’s Folly”, che riassume in maniera critica, le recenti vicende della Banca d’Italia. “Una volta era un articolo di fede tra quelli che studiavano l’Italia che, per quanto fossero incompetenti le altre istituzioni del Paese, almeno la Banca d’Italia era affidabile… Ma ora la credibilità della banca centrale è stata fatta a pezzi dall’intransigenza del suo Governatore…”)

Sarebbe ingiusto dire che il governo Berlusconi non ha fatto riforme. In due aree, le pensioni e il mercato del lavoro, è stato coraggioso. Per le pensioni, ha fatto più di altri paesi europei e le riforme nel mercato del lavoro sono ancora più spettacolari. Gli ostacoli ad una maggiore concorrenza in Italia sono tanti. L’economia è pesantemente regolamentata e i costi energetici sono alti. Una corporate governance “opaca” ostacola l’investimento e i recenti scandali finanziari hanno ulteriormente accresciuto la sfiducia degli investitori. La finanza è un’altra area di particolare debolezza, anche se le banche sono molto cambiate negli ultimi 15 anni e qualcuna è emersa con un ruolo chiave: Banca Intesa, Unicredit, Sanpaolo Imi e Capitalia; ma la Banca d’Italia fa il possibile per tenere fuori dal Paese le banche straniere.

Non sono solo le banche a essere protette da chi le dovrebbe regolare. Manca in generale la concorrenza nel settore dei servizi. I piccoli commercianti, le cooperative dei tassisti, farmacie, notai, artigiani; sono tutti protetti dalla concorrenza da una regolamentazione speciale, spesso amministrata dalle autorità locali.

Il turismo è un settore che guadagnerebbe sia da maggiori investimenti, sia da una maggiore concorrenzialità. Per un paese che ha tanto da offrire, il settore è sorprendentemente poco sviluppato. Un problema generale è che i servizi come settore sono sottovalutati. L’Italia sembra soffrire un clima anti-business. Gli italiani possono essere imprenditoriali e creativi, ma non è detto che siano favorevoli al mercato. Nessuno dei due principali partiti del dopoguerra, i Comunisti e i Democristiani, potrebbe essere descritto come liberale dal punto di vista economico. E nemmeno la Chiesa cattolica, ancora enormemente influente nel Paese, che ha sempre fatto sfoggio di disdegnare il profitto.

In molti casi, conviene all’uomo d’affari italiano sfruttare i contatti che ha all’interno dello Stato per cercare favori anziché far crescere la sua azienda e tentare di servire meglio i suoi clienti. La preferenza culturale di cercare prebende e creare mercati protetti impiegherà molto tempo a passare. Fino agli anni ’90, la politica è stata dominata da due partiti: i Democristiani e i Comunisti. Il sistema è saltato a causa di tre eventi: il crollo del comunismo sovietico, tangentopoli e la decisione di Silvio Berlusconi di entrare in politica attraverso la fondazione di un nuovo partito, Forza Italia. (segue un interludio di spiegazioni ad uso dei lettori stranieri della recente storia politica italiana).

Negli ultimi 18 mesi, ogni volta che gli italiani vanno alle urne il centrodestra prende uno schiaffo. Ci sono quattro spiegazioni. La prima è che il Governo è stato distratto dalla necessità di risolvere le questioni relative agli interessi personali e i problemi giudiziari del Primo Ministro. Il secondo problema è stato l’andamento economico, un problema generalizzato in Europa. Il terzo fattore è peculiarmente italiano, un sistema elettorale che lascia un’influenza sproporzionata ai partiti minori. L’ultimo punto è forse il più importante: Mr. Berlusconi stesso non crede nei mercati liberi.

Il suo successo è stato costruito sulla creazione di quasi-monopoli che hanno beneficiato dalle sue amicizie politiche. Malgrado ciò, il Governo ha fatto delle cose importanti, e non solo nel mercato del lavoro e con la riforma delle pensioni. Letizia Moratti ha lavorato duramente per promuovere la ricerca e per migliorare le università. Le recenti manifestazioni di protesta guidate dai professori in molte città italiane sono un’indicazione che la Moratti deve essere riuscita a compiere qualcosa di buono. Anche in politica estera l’opera del Governo deve essere considerata come un successo. Il governo Berlusconi ha dato al Paese un ruolo maggiore nel mondo e di minore deferenza verso la Germania e la Francia in Europa. Nel caso di una vittoria di Mr. Prodi, è probabile che torni invece ad appoggiare l’asse franco-tedesco.

Il governo Berlusconi è stato più filo-americano e filo-israeliano di quelli precedenti. L’unica macchia nella politica estera è il debole di Mr. Berlusconi per Vladimir Putin, nel quale sembra vedere un altro uomo d’affari trasformato in uomo politico e alle prese con una stampa ostile. Per la difesa, come molti altri paesi europei, l’Italia spende troppo poco, anche se negli ultimi anni ha dato contributi utili nel Kosovo e nell’Afghanistan come in Iraq. E’ stata abolita la coscrizione di massa. Se Mr. Prodi tornerà al potere esiste un rischio serio che ritirerà troppo in fretta le truppe dall’Iraq, alla maniera di Zapatero. La gestione invece della finanza pubblica può essere descritta solo come “terribile” (“dreadful”).

Il Governo ha ereditato un surplus primario nel budget di quasi il 5% del PIL e l’ha azzerato. Inoltre, se anche le ripetute amnistie fiscali di Giulio Tremonti sono servite per ripianare i budget annuali, il prezzo di tutto ciò potrebbe essere stato di aumentare il livello già alto di evasione fiscale. Inoltre, il Governo ha fatto poco per ridurre la spesa pubblica, come ha fatto poco in materia di privatizzazioni. (BOX “The strange cases of Silvio Berlusconi”, un riassunto della situazione giudiziaria di Silvio Berlusconi, qui caratterizzato come “il primo ministro dalle nove vite legali”) Un altro infelice lascito del governo Berlusconi è la svalutazione dell’etica pubblica e civile.

Quando un primo ministro attacca la magistratura e la descrive come parte di una cospirazione della sinistra, quando legifera al proprio favore e fa uscire ripetutamente amnistie per gente che evade le tasse e compie abusi edilizi, manda un messaggio al cittadino medio che non deve più obbedire alle regole. L’opposizione senza dubbio incoraggerebbe un maggior rispetto per le leggi, anche se pure Mr. Prodi è stato toccato da qualche scandalo. C’è però qualcosa di triste nel fatto che gli elettori il prossimo aprile affronteranno precisamente la stessa scelta di dieci anni prima. Mr. Prodi dice molte cose corrette riguardo all’introduzione della concorrenza o la liberalizzazione, ma non lo si potrebbe definire un liberale o un riformatore.

Inoltre, come Mr. Berlusconi prima di lui, resterebbe ostaggio dei partiti della sua coalizione. Se Mr. Berlusconi dovesse perdere le elezioni è presumibile che lasci la politica e pochi si aspettano che Forza Italia possa sopravvivere nella sua forma attuale. Non ci sono successori ovvi alla guida del centrodestra. Mr. Casini è una possibilità, ma forse un candidato più plausibile sarebbe Gianfranco Fini. Fini è comunque persona di cui tenere conto. Una volta ha dichiarato che Mussolini era stato il più grande statista del 20° secolo, ma da dieci anni si sta distanziando da quelle affermazioni.

L’unico leader più popolare di Fini è Walter Veltroni, ex-comunista, già ministro della Cultura sotto Mr. Prodi e ora Sindaco di successo a Roma. Quando Mr. Berlusconi e Mr. Prodi eventualmente si ritireranno, forse saranno Mr. Fini e Mr. Veltroni a prendere i loro posti in una nuova generazione di leader politici. La riforma federale “manca di risolvere ciò che è sempre la questione chiave della devolution, quella dei soldi”, mentre “se fosse fatta bene, un po’ di federalismo sarebbe una buona cosa in un Paese dal carattere disparato, unito meno di 150 anni fa”. Nel Meridione invece, “la Mafia aumenta certamente il costo degli affari in Sicilia, ma, come altrove nel sud, sono l’economia e la disoccupazione le sfide più gravi”. Nel lungo termine l’estro, l’inventiva e la creatività degli italiani dovrebbero bastare per salvare un Paese che è ancora ricco in tutti i sensi.

A breve però ci sono buoni motivi per essere pessimisti. Il Paese ha un bisogno disperato di riforme strutturali. Il governo Berlusconi non ha certo fatto abbastanza per raddrizzare la situazione. Purtroppo, anche se dovesse vincere il centrosinistra – cosa probabile ma non certa – troverà che, tra gli ostacoli dei piccoli partiti e l’interferenza delle lobby, sarà molto difficile far passare le riforme. Forse è necessario che le cose peggiorino prima di poter migliorare. Mr. Monti, dell’Università Bocconi, osserva che i governi italiani possono anche affrontare decisioni difficili, ma a due condizioni: che l’emergenza sia visibile e che ci sia una forte pressione esterna. Ma al momento mancano queste due condizioni.

Il presente documento non è una traduzione, bensì una sintesi del testo originale. Eventuali virgolettati, per essere fedeli, devono basarsi sul testo in inglese e non su questo scritto.

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