L’Italia diventerà più povera della Turchia e della Nigeria

18 Gennaio 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Tra vent’anni il paese più ricco al mondo sarà la Cina, in termini di Parità di potere d’acquisto (Ppp), uno dei possibili modi di misurare il Pil di una nazione. Gli attuali padroni del mondo, gli Stati Uniti, con tutta probabilità perderanno lo scettro ma resteranno saldamente al secondo posto, che del resto manterranno se non per sempre almeno fino al 2050, secondo uno studio realizzato dalla Pwc (PricewaterhouseCooper) sulla ricchezza mondiale da qui ai prossimi quaranta anni (il punto di partenza è stato fissato nel 2011). GUARDA LA TABELLA

Sempre che, come lo studio sottolinea, non intervengano fattori di instabilità macroeconomica e politica, a minare il processo di sviluppo dei paesi emergenti.
Già nel 2030 le classifiche e in parte le istituzioni con cui siamo abituati a ragionare, dovrebbero essere profondamente riviste: forse sarà il caso di sostituire le riunioni del G7 con quelle degli E7, vista la riscossa dei paesi emergenti.

Già tra vent’anni infatti il Brasile sarà al sesto posto, davanti alla Germania e dopo la Russia, mentre il Messico sopravanzerà Gran Bretagna e Francia. L’Indonesia e la Turchia saranno davanti all’Italia, che invece nel 2011 era ancora al decimo posto, davanti al Messico e subito dopo la Gran Bretagna. Stabile, al terzo posto, l’India: è il punteggio che aveva già nel 2011 e che manterrà almeno fino al 2050.

Certo, misurare la ricchezza di un paese è un’operazione molto complessa e le classifiche possono variare in modo anche radicale, a seconda dei parametri usati. La Pwc ha scelto di usare, per misurare le aree in cui si vive meglio dal punto di vista economico, il criterio del Pil calcolato come “Parità di potere d’acquisto”.

Evidententemente consapevole delle possibili obiezioni a qualsiasi metodo, la Pwc spiega nelle note che “in generale, il Pil a Parità di poter d’acquisto è un miglior indicatore del tenore di vita medio o dei volumi di produzione o di importazione”.

Ebbene, secondo questo criterio, il declino dell’Italia è abbastanza continuo: si passerà dal decimo posto del 2011 al tredicesimo del 2030 al quattrodicesimo del 2050, quando secondo lo studio della Pwc saremo superati anche dalla Nigeria (probabilmente in questo caso valgono molto i volumi di esportazioni).

Ultima della classe l’Argentina, che passerà dal diciannovesimo al ventesimo posto già nei prossimi venti anni, mentre l’Arabia Saudita scalerà al rialzo qualche posizione. E il Giappone? Ad onta delle statistiche che danno in stagnazione semi-perenne il paese del Sol Levante, il Giappone manterrà il quarto posto, per scendere al quinto solo tra quarant’anni.

Ma si tratta proprio di previsioni scritte nella pietra? Gli analisti della Pwc elencano una serie di nodi critici, che potrebbero portare a rivedere le dinamiche di crescita stimate: l’elevato disavanzo pubblico in India e Brasile; l’eccessiva dipendenza da petrolio e gas in Russia e Nigeria; l’aumento della disparità di reddito e le relative tensioni sociali in Cina e altri paesi in via di sviluppo; l’instabilità in Vietnam. Su tutto il mondo, poi, gravano le pressioni delle risorse naturali e il pericolo del surriscaldamento globale: secondo il rapporto Pwc, è probabile che i pericoli associati ai cambiamenti climatici aumenteranno nei prossimi quattro decenni.

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La mancanza di competitività deve essere affrontata

Parte da qui Lorenzo Bini Smaghi, già membro del board della Bce, per affrontare sul Financial Times le carenze dell’attuale campagna elettorale in Italia: “i leader dei principali partiti politici si accusano a vicenda per lo stato di dissesto del Paese. Tuttavia, nessuno di loro propone misure idonee a risolvere i problemi dell’Italia reale”.

E questo perché , sostiene Bini Smaghi, in Italia “c’è stato un fallimento collettivo da parte di politici, accademici, giornalisti e del pubblico in generale per comprendere le origini della crisi in Italia”. Queste ultime, suggerisce Bini Smaghi, non risiedono nella crisi del 2008 e nell’austerity imposta dall’Ue, per ridurre il disavanzo di bilancio. Appena la pressione dei mercati è scomparsa, vinta la guerra contro lo spread impazzito, insomma, l’Italia si è seduta.

Bini Smaghi ricorda che “dall’inizio della crisi della zona euro, l’economia in Italia ha sofferto più di ogni altra, salvo la Grecia. Il prodotto interno lordo è sceso del 7% dal 2008, più di Portogallo (5,5%), Irlanda (5%) e in Spagna (4%). Il reddito pro capite è sceso a livelli visti l’ultima volta a metà degli anni 1990″. E tuttavia, “il dibattito elettorale continua a concentrarsi sulle misure fiscali: tassazione degli immobili e le modalità per aumentare la domanda aggregata. L’intervento dello Stato è visto come l’unico modo per aumentare l’occupazione, e per proteggere le imprese in difficoltà”.

La parola mancante è competitività

“L’economia in Italia ha perso competitività negli ultimi dieci anni” , dice Bini Smaghi. I nostri guai, insomma, non se li è inventati la Merkel o la Bce negli ultimi 2 anni: “Dalla creazione dell’euro, in Italia il costo del lavoro unitario è aumentato di circa il 30% in più rispetto alla media dell’eurozona”.

Per uscire da questo percorso di declino, bisogna ritrovare competitività e questo impone – è il punto dolente per ogni politico in Italia – provvedimenti che incontrano fortissime resistenze corporative e di chi protegge ‘diritti acquisiti’.

Per Bini Smaghi, uno dei fattori responsabili di questa cronica mancanza di coraggio della classe politica è la concertazione: “Da metà anni ’70, i governi si sono abituati a prendere decisioni in concerto con tutti i tipi di sindacati e gruppi di interesse, in rappresentanza del lavoro, dei datori di lavoro, del commercio e delle banche, con l’obiettivo di conseguire la coesione sociale”.

Ce l’abbiamo fatta, prosegue Bini Smaghi, perché i costi di queste politiche li abbiamo riversati sul bilancio pubblico e sul valore della moneta, svalutata molte volte: “L’onere del debito è raddoppiato in un decennio, dal 60% del PIL nel 1980 al 120% nel 1992. La lira italiana è passata da un cambio di 1 a 250 contro il marco a metà degli anni ’70 a quota 990 prima di unirsi all’euro”.

Quando l’Europa e l’eruo hanno reso impossibile ricorrere a questo meccanismo, l’Italia ha smesso di crescere: “In queste condizioni, è improbabile che la coesione sociale possa durare. Il nuovo governo dovrà affrontare decisioni difficili. A meno che non si voglia provare a tornare alle politiche degli anni 1970 e 1980, il che non può avvenire all’interno della zona euro, l’esecutivo dovrà iniziare a prendere decisioni senza aspettare che siano d’accordo tutte le parti sociali”, un po’ come fatto da Hollande in Francia con la riforma del mercato del lavoro.”Questa azione potrebbe essere politicamente costosa, ma sarà inevitabile”, conclude Bini Smaghi.

Intanto altri dati arrivano dal fronte macro dell’economia reale: a novembre gli ordinativi dell’industria sono calati dello 0,5% rispetto a ottobre e del 6,7% su base annua (dato grezzo). Lo rileva l’Istat, segnalando che si tratta del quindicesimo calo tendenziale consecutivo. A novembre la discesa annua e’ dovuto alla negativa performance del mercato interno.