L’IRAN AL BIVIO: TRA PETROLIO E DEMOCRAZIA

8 Marzo 2000, di Redazione Wall Street Italia

A 20 anni dalla rivoluzione Komeinista, l’Iran del 2000 e’ un paese alla ricerca di un’identita’, ma soprattutto di una riapertura verso il resto del mondo. L’isolamento voluto dagli Ayatollah dal 1979 non ha infatti prodotto un progresso economico per il paese che oggi si trova, tra l’altro, a dover combattere una disoccupazione al 13%.
Le elezioni parlamentari di febbraio hanno però dato un nuovo impulso al processo di democratizzazione del paese con la maggioranza dei seggi conquistati dai riformatori del Presidente della Repubblica Khatami che di fronte al Gran Consiglio degli ayatollah conservatori sta adottando una politica di un passo per volta.

La democratizzazione dell’Iran, che comunque resta e resterà un paese dove vige la legge islamica, riveste però un’importanza particolare non solo per la stabilizzazione di quell’area geografica, ma per il ruolo economico di un paese produttore di petrolio.

Anche se l’estrazione di greggio è la metà di quella dell’Arabia Saudita, l’Iran produce 3,6 milioni di barili al giorno e il suo ruolo nel calmierare il prezzo è fondamentale in vista della riunione dell’OPEC di fine mese a Vienna.

Non per nulla l’accordo annunciato martedì 8 a Dubai, tra Arabia Saudita e Iran – rispettivamente le colombe e i falchi dei paesi produttori- ha già giovato al prezzo del greggio.

L’Iran, che è tra i paesi che avevano abbassato la quota d’esportazione del petrolio insieme a Libia ed Algeria, ha infatti ammesso che “le attuali condizioni di mercato e le prospettive future necessitano da parte dei produttori Opec e non Opec una adeguata e puntuale fornitura di petrolio per riequilibrare il mercato per raggiungere un livello di prezzi sostenibili, che contribuisca alla crescita dell’economia mondiale e alla stabilità del mercato.”

Il problema iraniano è quello di temere che l’aumento della produzione significhi un crollo del prezzo. E Tehran non può gestire la produzione diversamente da quello che già fa. Ovvero non può permettersi di continuare ad estrarre la stessa quantità di greggio stornando dalle necessità interne una maggiore quota per l’esportazione che oggi si assesta introno a quota 1,3-1,4 milioni di barili al giorno.
E tra l’altro gli impianti produttivi sono in condizioni precarie e vanno tutti ristrutturati.

Secondo il Ministro degli Esteri Lamberto Dini, da poco tornato da una visita in Iran dove ha anche incontrato il Presidente Khatami, “quando l’Opec riuscirà ad aumentare la produzione il prezzo del greggio dovrebbe tornare alla sua normale valutazione intorno ai 20 dollari al barile” (da settimane invece ha superato i 30 dollari).

Una visita importante quella del nostro Ministro. L’Italia e’ infatti il primo partner commerciale europeo dell’Iran e il secondo a livello mondiale dopo il Giappone. Il nostro paese è stato tra i primi a dare fiducia al nuovo corso dei riformisti di Khatami che hanno stravinto le elezioni di febbraio per il rinnovo del Parlamento.

Una politica estera che ha permesso all’Italia di assicurarsi una fetta del piano economico quinquennale di Tehran.
Si tratta di circa 5 mila miliardi in commesse per le nostre imprese.
Una situazione che potrebbe essere interessante anche per le piccole e medie imprese se -come ha ricordato Dini “le banche italiane si assumessero più rischi nel campo del credito senza pretendere, come fanno oggi, garanzie totali”.

Tanto che Larry Summers, ministro del Tesoro americano, sostiene che il ritardo economico italiano è legato proprio ai problemi del finanziamento alle imprese. In Usa infatti, ha sottolineato il nostro Ministro degli Esteri durante la sua visita a Tehran, un buon progetto può essere finanziato anche se viene presentato da una piccola impresa.

Intanto è la Fiat ad essere pronta a scendere in campo. L’azienda di Torino è infatti in corsa per acquistare l’85% della locale fabbrica di automobili Pars-Khodro .

Più difficile la situazione tra l’Iran e gli Stati Uniti. Il disgelo tra i due paesi è ancora lontano. Entrambi aspettano una prima mossa dell’altro. Il ministro degli esteri Iraniano Kharazi in una conferenza stampa a Tehran durante la visita del suo omologo italiano non ha fatto mistero che nel futuro, grazie al nuovo corso politico, tutto può accadere, ma i tempi, ovviamenti sono lunghi.

La prima notizia positiva in merito arriva però dal “Los Angeles Times” secondo il quale gli Stati Uniti sarebbero pronti ad allentare le sanzioni economiche all’Iran consentendo l’esportazione in USA di prodotti come il caviale, i tappeti e i famosi pistacchi persiani. I prodotti d’esportazione più importanti per l’Iran dopo il petrolio e il gas.

Un segno che Washington ha accolto positivamente, come il resto d’Europa, il recente risultato elettorale.
Inoltre il ricavato di queste vendite non sarebbe tale, per gli Usa, da temere l’uso del ricavato per produrre armi di distruzione di massa.