L’INTERNET NON E’ SICURO

6 Marzo 2000, di Redazione Wall Street Italia

Il 16 febbraio, pochissimo tempo dopo gli attacchi di hackers che bloccarono l’accesso alle web page Yahoo, eBay, CNN, Amazon.com e altri importanti siti commerciali, il direttore dell’ FBI, Louis J. Freeh, dichiarava che i suoi investigatori stavano facendo rapidi progressi.

L’arresto dei colpevoli sembrava imminente.

Tuttavia, l’1 marzo veniva contraddetto da Michael A. Vatis, direttore del National Infrastructure Protection Center e colui che piu’ si avvicina al ruolo di capo polizia del ciberspazio. Vatis diceva che centinaia di possibilita’ erano ancora in fase d’esame. Un modo educato per dire che l’investigazione in realta’ non aveva portato ad alcun risultato.

Le enormi implicazioni di tali sviluppi sono chiare a tutti. Nato come luogo per comunicazioni disinteressate, l’Internet e’ diventato un mercato – e tutti i mercati che si conoscono, esistono perche’ esiste una qualche autorita’ d’ordine che puo’ esercitare un controllo con ragionevole efficienza.

Tale autorita’ puo’ essere rappresentata dall’intera struttura legale dello Stato, o da un ente specializzato come la SEC (Securities and Exchange Commission, l’organo di controllo della Borsa USA), o anche dal crimine organizzato, che mantiene ordine nelle zone a luci rosse di tutto il mondo – altrimenti i clienti ne starebbero alla larga.

A prescindere da chi e da come vengano perpetrati, il vandalismo, la violenza, il furto e la frode vanno mantenuti entro limiti economicamente accettabili. Ma una protezione adeguata non e’ alla portata di tutti i mercati.

Il problema, palese, e’ che le agenzie di polizia affrontano insormontabili difficolta’ nell’assumere investigatori informatici di talento – la verita’ e’ che per tali persone esistono troppe altre opportunita’ di lavoro piu’ remunerative e piu’ interessanti.

Il problema fondamentale ovviamente, e’ che l’Internet da’ spazio illimitato a comunicazioni anonime e a distanza, aspetti, entrambi, che impediscono la repressione di attivita’ ad intento criminale.

La frode elettronica ha bisogno di un indirizzo per incassare i suoi guadagni, anche se non ben nascosto. E’ possibile quindi contenerla catturando alcuni criminali dell’elettronica, certo non tutti, ma un numero sufficiente che faccia da deterrente ad un fenomeno di frode di massa.

Il vandalismo e’ un’altra cosa: non vi e’ un tracciato di guadagni da seguire fino alla fonte originaria, e senza uno sforzo massiccio, solo i vandali piu’ distratti, quelli che omettono di usare precauzioni elementari, possono cadere nelle mani degli investigatori.

Le risorse a disposizione degli investigatori USA sono tali che i loro colleghi europei o asiatici se le possono solo sognare.

Ebbene, se gli americani non sono in grado di catturare i vandali – o acciuffarne un numero sufficiente da prevenire che altri si facciano sotto – non vi e’ speranza di controllare il vandalismo.

E non occorre un vandalismo sfrenato per portare alla chiusura di un’attivita’ economica: si provi semplicemente ad usare un telefono pubblico in un qualsialsi quartiere povero in un paese qualsiasi del mondo.

L’unica ragione per la quale il vandalismo ha colpito cosi’ poco fino ad ora, e’ che lo stesso commercio Internet e’ talmente nuovo da non essere ancora divenuto l’ovvio bersaglio della rabbia individuale e del risentimento di gruppo che sono presenti in ogni societa’ dinamica.

E’ possibile, quindi, che per il commercio Internet i tempi siano gia’ scaduti.