L’INCONSCIO
NEL CARRELLO

di Redazione Wall Street Italia
13 Luglio 2005 08:15

Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Non siamo un paese povero. Sui 193 paesi del nostro pianeta, siamo tra gli otto più ricchi. Ogni italiano dispone di un reddito pro-capite pari a 24.000 dollari. Per capire di che si tratta, occorre tenere presente che ogni americano dispone di 29.000 dollari e ogni abitante del Congo dispone di 100 dollari. Roma può essere considerata addirittura una città ricchissima. Tutte le ricerche dimostrano che, tra le città italiane, la nostra è quella che crea e produce di più. Ne deriva che ogni cittadino romano dispone di 31.000 dollari l’anno: ben 2.000 dollari più di un americano.

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Tutti, però, avvertiamo che, nella nostra società e nella nostra Roma postindustriale, la ricchezza è diventata particolarmente precaria e volatile. In passato, nell’epoca rurale, essa dipendeva dal possesso della terra, solida per definizione. Nell’Ottocento e nel Novecento, cioè durante l’epoca industriale, dipendeva dal possesso delle fabbriche: meno durature della terra, ma tuttavia dotate di una notevole stabilità. Oggi la ricchezza dipende dall’indice di occupazione, dall’andamento delle borse, dal costo del petrolio, dalle vicende belliche, dai rapporti globalizzati, dal capriccio della natura: tutti fattori complessi, sfuggenti, imprevedibili. Di qui la sensazione di vivere sulle sabbie mobili e la paura di una minacciante povertà, che va ad aggiungersi alla paura delle catastrofi naturali, delle invasioni barbariche, della bomba demografica, del terrorismo, delle epidemie, della criminalità, della disoccupazione, e via dicendo.

Più si è ricchi, più si ha da perdere e, quindi, più si ha paura. A meno che non intervengano fattori antropologici e caratteriali capaci di conferire al nostro atteggiamento un’impronta particolarmente ottimistica.
Essendo la città più ricca, Roma dovrebbe essere anche la città più paurosa. Ma il carattere dei romani, levigato dal corso della sua lunga storia e dalla presenza del Vaticano, che fa da parafulmine sia nei confronti del Padreterno, sia nei confronti dei nemici terreni, propende alla giovialità.

Praticamente, insieme all’Inghilterra, l’Italia è l’unica grande potenza rimasta in Iraq, accanto agli Stati Uniti. Ciò dovrebbe spingere i romani a restarsene rintanati in casa per evitare attentati. Invece i ristoranti, i cinema, i luoghi dell’Estate Romana, piazza del Popolo, Campo dei Fiori, sono più affollati che mai. La spiegazione di questo paradosso sta appunto nel nostro carattere godurioso e speranzoso.

Ma la paura, per quanto la si voglia comprimere nell’inconscio, da qualche parte deve pure sfogarsi. Ed ecco esplodere il gioco tutto casereccio e bonario del risparmio nella spesa. Casalinghe e bancari, studenti e professori, tiburtine e parioline fanno a gara nello scovare supermercati neo-barocchi e mercatini paleo-commerciali dove si può acquistare a sottocosto dentifrici e pedalini, provoloni e cellulari. È il gioco dei ricchi che hanno paura di diventare poveri, e il gioco dei poveri che hanno voglia di comprare come i ricchi.

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