L’Imu di cui nessuno parla e che depreda l’agricoltura

13 Gennaio 2012, di Redazione Wall Street Italia
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Roma – L’Italia pare aver completamente dimenticato il fatto di possedere anche un patrimonio agricolo. Se ristrutturato da politiche intelligenti, che lo mettessero almeno in parte al riparo dall’instabilità dei mercati, potrebbe essere un’enorme porta aperta sul futuro di un’economia finalmente sostenibile.

Favorire le zone rurali significa da un lato sviluppare il turismo legato a paesaggio, natura ed ambiente; dall’altro significa potenziare quella immensa fonte di cultura che è la gastronomia, strettamente legata alla peculiarità ed eccellenza dei prodotti del nostro territorio.

In entrambi i casi ciò si traduce in posti di lavoro. E in una forma di sviluppo economico che rappresenta forse l’unica alternativa pienamente accettabile alla globalizzazione, rispettosa dell’uomo, dell’ambiente, della storia e della cultura.

Invece questo Governo, oltre a quadruplicare le tasse sui terreni agricoli ha deciso che l’IMU va applicata non solo ai fabbricati rurali, ma anche ai frantoi, ai silos, alle stalle, ai fienili, alle cantine.

Il sacrificio che vergognosamente non si richiede ai grandi patrimoni lo si cava dalla terra e dalla forza lavoro, esattamente come ai tempi in cui Cristo si fermava a Eboli. Tempi di cui nessuno dovrebbe aver nostalgia.

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