L’ EROE IN BILICO
TRA CATASTROFE
E TRIONFO

28 Gennaio 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – A due passi dal trionfo e a uno dalla catastrofe, sospeso tra la studiata strategia e le occasionali mattane, merlo maschio nei giorni meteorologici della merla, in questi giorni il Cav. è come la tramontana: tira forte. Se poi la tramontana, come dicono quelli del centrosinistra, l’abbia persa del tutto, o se invece il premier trovi conforto ideologico tanto nel classico e chiosato “Elogio della pazzia” quanto nelle antiche parole della “Tramontana” di Antoine a Sanremo – “e adesso cosa dirai per farci ridere un po’/ che cosa inventi dicci, dicci perché./ Quello che adesso dirò per farvi ridere un po’/ non è invenzione ma è la verità” – è faccenda che si vedrà.

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Perché se una cosa il Cav. sa fare benissimo (oltre a tutte le altre che, come ricorda sempre, sa fare bene) è quella di non farsi trovare dove te lo aspetti. Insomma, politicamente difficile da mettere nel mirino. Per dire, fa la guerra ma poi fa la campagna elettorale con il ritiro. Ci si aspetterebbe l’elogio (non folle) degli affari e della politica, e lui maledisce il groviglio tra affari e politica, vade retro, roba infrequentabile e mai frequentata. E nel finale di legislatura, dopo lo stremo con Follini, la scelta di un po’ di sana follia – che fa lacrimare Fede e poetare Bondi – è più che comprensibile.

Dopo aver fatto come diceva la coalizione, visti i sondaggi e visto l’orlo del precipizio, il Cav. ha deciso di fare come dice lui. Ed essendo del berlusconismo il manufatto di maggior pregio, quello ha scelto di rimettere sul mercato, facendosi notare dal New York Times, “sia egli lucido o folle, quel che è certo è che Berlusconi si è gettato con la sua solita energia in un blitz sui media molto insolito, un’asta televisiva 24 ore su 24 rivolta agli elettori italiani che, dimostrano i sondaggi, sono sempre più stanchi di lui dopo averlo avuto cinque anni in carica”.

Ovviamente, al Cav. i giudizi del Times fanno meno impressione della ricrescita tricologica. Lui sa quello che ci vuole, e quello che i suoi vogliono. Ha l’occhio aperto sui sondaggi, e sa che bene non vanno. Decimale in più o in meno, sempre di cinque-sei punti quegli altri stanno avanti. E fa il furbo, adesso, il Professore: mica si fa vedere, parla poco (del resto, quel poco a volte a sproposito, come è successo su Roma), fa le maratone, si nega al confronto.

Pure per cercare di stanarlo, il Cav. sta facendo questa specie di danza della pioggia, rilucida l’argenteria di famiglia – le canzoni francesi, le crociere di un tempo, le battute migliori. Che essendo appunto, questo tempo di emergenza, tempo di battutista (“se c’è una caratteristica mia è quella di essere un battutista”) più che da statista, si aprono questioni bizzare. Così, l’ultima disputa con Marco Travaglio non è stata intorno a un mattinale di procura, ma nientemeno nell’orgogliosa rivendicazione delle proprie mattane.

Il giornalista accusa il Cav. di aver copiato le sue battute e quelle di Luttazzi, il primo ministro risponde che “la presunzione di questi personaggi è incredibile”, essendo notorio il suo “senso dell’umorismo”. Un rivendicare, da una parte e dall’altra, più sul terreno di Zelig che su quello dell’etica, nei dintorni della Dandini più che di De Gasperi. Con cuore e corpo, si è buttato il Cav. in questi marosi: ciò che è stato deve conservare, ciò che sarà guadagnare. Non è facile, ma per ora non cede: si sente cura e soluzione, non intralcio e problema. Per almeno un altro mese, non cambierà linea (i ritmi, putroppo, saranno spezzati dalla par condicio): incursioni, intromissioni, scatti di posizione. La noia governativa non porta (o non sposta i necessari) voti, piuttosto l’allarme generale (“i comunisti!”) e lo scoppiettio quotidiano.

Ma se a fine febbraio i sondaggi saranno ancora quelli – e pure Vespa farà capire che è meglio una serata su come smaltire le frappe di carnevale piuttosto che discutere del programma di governo – il Cav. ha già pronto il colpo di scena. Come il misterioso e spionistico “quarto protocollo” di Forsyth, lui ha già allertata – nella lagna generale del gioco a tre punte – la quarta, di punta: quella vera, quella destinata alla tiara governativa, suo autentico e vero “ecce homo” al popolo del centrodestra: Gianni Letta.

L’uomo che non ha né la prima né la milionesima tessera di Forza Italia, né deputato né senatore, sconosciuto agli uscieri di via dell’Umiltà, che può presentare un libro su Rossella Falk ma mai presenziare a una riunione del Motore Azzurro, ecco: l’unico che il Cav. ritiene degno di succedergli. Ed è l’unico, del resto, che potrebbe davvero farcela, ché Letta è impalpabile, quegli altri, Casini e Fini, più che altro (politicamente) esangui. E’ il colpo da maestro che il Cav. ha in mente, la mossa del cavallo capace di rafforzare il blocco del centrodestra, di attirare i voti sfuggiti alle battute, e soprattutto di mandare in tilt il campo avversario graniticamente stabile sopra il 50 per cento.

E se già da tempo il Cav. faceva circolare segnali di fumo in questo senso – e sempre il diretto interessato alzava gli occhi al cielo, nell’espressione “Domine non sum dignus” – ieri è stato invece addirittura sfacciato: “Credo che la coppia Berlusconi-Letta non abbia eguali nella storia della Repubblica”. E poi: “Vorrei spendere ancora una parola per Gianni Letta, che segnalo a tutti gli italiani per la sua dedizione all’attività di governo. E’ veramente l’anima del governo, con una presenza fisica a Palazzo Chigi e al tavolo dell’esecutivo dove passano tutte le cose che succedono in Italia e all’estero”. E in un crescendo: “Lavora senza sosta. La domenica, a Natale, a Capodanno, lavora sempre. E’ veramente un personaggio eccezionale, di cui la sinistra non ha traccia”.

Infine, quella che se una benedizione non è, a una benedizione somiglia: “Un personaggio che io credo sarebbe davvero fondamentale mantenere al posto di governo per il bene del paese”. La novità è soprattutto questa qui: il Cav. che usa per Letta parole che sono appena una tacca sotto quelle che usa per se stesso. Che nel caso farebbe ottimamente al Quirinale, o dove il suo destino di “lucida follia” lo porterà. Segnali, si diceva, erano gia venuti: come l’editoriale sul Domenicale dellutriano, le cui bozze potrebbero avere con la segreteria di Palazzo Grazioli lo stesso rapporto – con rispetto parlando – che Civiltà cattolica ha con quella vaticana. Il Cav. rimugina, nei giorni di follia, sullo sparigliamento che la candidatura di Letta potrebbe causare negli avversari. Di colpo, dalle barzellette alla tediosa rassicurazione, da Erasmo allo scrivano Bartleby, quello di “preferirei di no”.

S’immagina Prodi costretto a questo confronto, e D’Alema e Rutelli e Veltroni e Bertinotti: non uno di loro che almeno una volta non abbia detto bene del nuovo sfidante. E chissà, la sinistra allora dovrebbe mettere in campo il nipote Enrico. Ma il Letta del Cav. non ha mai detto una parola di troppo, il Letta del Prof. l’altra sera a Markette ironizzava su Fassino che amava la figiccì e Chiambretti più propenso alla “fi…”. Parola sospesa, sostanza intesa. Per prima cosa, lo zio gli darebbe una tirata d’orecchie.

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E SE A MARZO ARRIVASSE LA QUARTA PUNTA?

Milano. Un’ipotesi fantapolitica, ma
neanche troppo. Un minuto prima di presentare
le liste elettorali, Silvio Berlusconi
decide di rimescolare le carte e annuncia
che “per il bene del paese” il candidato
premier del centrodestra non sarà lui, ma
“un personaggio eccezionale”, “l’anima del
governo”. Ovvero il dott. Gianni Letta. Una
genialata o un colpo di teatro? Una balla o
un ballon d’essai?

Edmondo Berselli: “Se il candidato fosse
Letta, sarebbe una rassicurazione per il
paese. Ritroveremmo la coperta di Linus,
la garanzia delle garanzie, la pettinatura
suadente, l’andreottismo incipriato. Sarebbe
la soluzione perfetta: dopo aver colpevolmente
rinunciato al maggioritario, ritroveremmo
la democristianità del proporzionale.
Dirò di più: anche se non vincesse sarebbe
un trionfo”.

Aldo Grasso: “Il colpo di teatro indubbiamente
ci sarebbe. Letta è la perfetta
eminenza grigia nata per non apparire, è
uno che indossa l’abito politico come abito
da lavoro. Per restare nella metafora, è
come il grande Toni Capuozzo che si è presentato
ai Telegatti con lo smoking preso a
noleggio: l’abito del dovere professionale
e non dell’interesse personale. Sarebbe
un ribaltamento d’immagine rispetto a
Berlusconi: Letta è la quint’essenza dei
vecchi democristiani, che sapevano far
credere di fare politica per gli altri, non
per se stessi. E poi è un grande smussatore,
l’uomo che non offenderebbe mai nessuno,
neanche Prodi. Detto questo, non mi
sembra uno scenario possibile. Primo,
perché i grandi nemici dell’operazione sarebbero
proprio Casini e Fini, i pretendenti
al trono delusi. Secondo, perché comunque
Letta per gli elettori non ha immagine
propria, sarebbe una maschera
trasparente: dietro di lui gli italiani continuerebbero
a vedere Berlusconi”.

Renato Mannheimer: “Letta non mi pare
che abbia un grande appeal. Con tutto il rispetto
nei suoi confronti, è sconosciuto.
Certo se poi va in tv e si rivela un grande
comunicatore, allora tutto è possibile… Ma
se è così, Berlusconi deve fare il cambio subito,
oggi stesso, anzi avrebbe dovuto farlo
già ieri. Se lo fa troppo a ridosso delle elezioni,
Letta non avrà il tempo di farsi conoscere.
Escludo però che ci possano essere
scambi significativi di voti tra un polo e l’altro.
Berlusconi o Letta, gli elettori di centrosinistra
correranno a votare Prodi. La
sfida quindi è sugli indecisi. Berlusconi sta
tentando di convincerli, e ci potrebbe ancora
riuscire. Fini ci riuscirebbe, probabilmente
anche Casini”.

Gad Lerner: “Io personalmente brinderei
di fronte a una scelta di questo tipo, di
fronte a un tale gesto di debolezza. Con
tutto il rispetto per Letta non credo abbia
appeal elettorale. Comunque io non ci credo.
Un’ipotesi di questo tipo a poche settimane
dal voto suonerebbe come una ritirata.
Per gli elettori di centrodestra sarebbe
deprimente, quasi come gettare la
spugna. E’ più probabile che Berlusconi
faccia un colpo di teatro simile soltanto
dopo un’eventuale vittoria, qualora volesse
puntare al Quirinale lasciando a Letta
l’ordinaria amministrazione”.

Gianni Cuperlo: “Questo scenario non
cambierebbe nulla, non modificherebbe i
rapporti di forza ormai consolidati. Non
sarebbe la classica mossa del cavallo,
spiazzante. Piuttosto sembrerebbe una
mossa disperata, la presa d’atto che il centrodestra
è destinato a perdere. Sei mesi
fa probabilmente avrebbe avuto qualche
effetto, avrebbe contribuito a creare
un’offerta nuova per gli elettori di centrodestra.
Fatta così, a ridosso del voto, non
mi pare possa risolvere la crisi strategica,
di consenso e di contenuti, del centrodestra.
Sarebbe un palliativo. Al centrosinistra
cambierebbe poco, perché non è soltanto
una coalizione antiberlusconiana.
Come tutte le opposizioni del mondo democratico,
ovviamente fa una campagna
contro il suo governo ma ha anche una seria
proposta”.

Antonio Socci: “Letta chi, Enrico? Rivendico
innanzitutto di averla avanzata io,
questa candidatura di Gianni Letta, prima
di altri. Detto questo, se Berlusconi avesse
fatto una mossa di questo genere alcuni
mesi fa – magari anche scegliendo una figura
di maggiore impatto politico sugli italiani,
Tremonti o Formigoni, non importa –
avrebbe compiuto un gesto da grande politico.
Oggi, mi sembra fuori tempo massimo.
Vorrebbe solo dire che Berlusconi, ai primi
di marzo, si accorge che la sua campagna
mediatica supplementare non ha spostato
nulla nell’elettorato, e allora manda avanti
una controfigura a perdere. L’articolo del
Domenicale di Dell’Utri che ha lanciato la
candidatura di Letta mi sembra un po’ ipocrita,
un modo per dire ‘dovresti farti da
parte’ senza saperlo dire. Per carità, Letta
è bravissimo, ma in queste condizioni servirebbe
solo a coprire la sconfitta”.

Angelo Panebianco: “Mi sembra un’ipotesi
più vicina alla fantapolitica. Poteva
avere un senso politico un anno fa, o
ancora in dicembre. Buttare Letta nella
mischia ora, o peggio a marzo, sarebbe solo
un’ammissione di debolezza ed equivarrebbe
a bruciarlo politicamente. L’unico
aspetto positivo sarebbe quello di
sottrarre all’opposizione il simbolo odiato
contro cui concentrare la propria azione.
Ma in ogni caso l’operazione avrebbe
un costo: Letta è poco conosciuto dagli
elettori, non ha alcuna riconoscibilità
pubblica, perciò la sua campagna elettorale
sarebbe a handicap”.

Marco Travaglio: “Peggiorerebbe la situazione.
Intanto perché non credo che
Gianni Letta abbia mai suscitato passioni
politiche. Sarà anche un politico molto efficace
dietro le quinte, ma se guidasse il
centrodestra sembrerebbe un ritorno alla
preistoria politica, neanche alla Prima repubblica
ma agli anni Cinquanta. Abituato
a Berlusconi, il popolo di centrodestra resterebbe
spiazzato. Non ho mai capito se in
Berlusconi prevalga il narcisismo di chi
crede che al mondo non esiste nessuno migliore
di lui oppure il narcisismo di chi non
accetta l’idea di perdere, quindi fa perdere
un altro al posto suo. Rispetto al centrosinistra,
questo colpo di teatro non cambierebbe
nulla. Letta è uno dell’azienda. Altra
cosa sarebbe se Berlusconi scegliesse Casini
o Fini. A quel punto sparirebbero conflitto
di interessi, editto di Sofia eccetera.
Sarebbe un bel casino per il centrosinistra.
Ma secondo me Berlusconi non si fida di loro.
Credo che voglia mantenere la guardia
al bidone, perché deve ancora risolvere i
suoi problemi. Sa che perderà le elezioni,
ma cerca di prendere più voti possibile per
provare a contare nel caso il centrosinistra
si sfasci come l’altra volta”.

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