L’ EREDITA’
DEL GOVERNO BERLUSCONI

29 Novembre 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Gli italiani devono eterna
gratitudine al governo
Berlusconi e personalmente
al suo premier Silvio
Berlusconi. E ciò non tanto per
avere salvato la libertà e la democrazia
italiana «dal terrorismo
e dalla tirannia sovietica»,
impresa certamente non da poco;
né per avere ripristinato la
proporzionale che ha prodotto
governi instabili per 45 anni, e
che, finalmente, riaprirà la strada
al dominio delle centrali dei
partiti contro le fughe in avanti
e gli sbandamenti goliardici della
società.

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Gratitudine gli è dovuta
anche per avere ripristinato
gli antichi statarelli italiani
dei quali si andava colpevolmente
perdendo memoria e
che sono invece così cari a tutti
noi, nella memoria dei nostri
avi.Ciò permetterà anche,finalmente,
di ricuperare seriamente
lo studio dei dialetti, altro patrimonio
nazionale che si andava
perdendo. Lo studio della lingua
è, infatti, in tempi di globalizzazione,
sempre utilissimo.

Grandissima è poi la gratitudine
che gli italiani devono a Berlusconi
per avere egli, resistendo
spavaldamente e coraggiosamente
alle pressioni delle
massonerie internazionali ed alle
stravaganze della Commissione
Europea,manovrato abilmente
per mantenere saldo in
sella quel governatore della
Banca d’Italia che si è fatto una
fama mondiale come talent
scout di nuovi banchieri, individuando,
guidando e sostenendo
quel Fiorani, giovane banchiere
di grandi speranze e di assoluta
dirittura morale e imprenditoriale,
ed anche come sicuro ed
affidabile giudice dello stato di
salute delle banche impegnate
in operazioni di acquisizione;un
vero grande esperto che il mondo
ci invidia.

Gratitudine inoltre
dovuta dagli italiani al governo
Berlusconi per avere promosso
un’ampia operazione di svuotamento
delle carceri con l’accorciamento
delle prescrizioni ad
opera della legge ex Cirielli; per
avere sostanzialmente risolto i
problemi della magistratura e
dell’amministrazione pubblica
con l’ininterrotta serie di condoni
e concordati; e per avere,
finalmente, portato in porto la
finta riforma dell’Università.
Tutti questi sono contributi
importanti ma, in un certo senso,
attesi da una personalità
straordinaria ed in odore di
santità, come quella di Silvio
Berlusconi.

Ma dove la nostra
gratitudine deve attingere il
massimo livello è in materia
economica. Qui i risultati vanno
al di là di ogni ragionevole
aspettativa e soprattutto la loro
natura e qualità è tale da segnare,
senza incertezze, la via
da seguire. La personalità di
Berlusconi si proietta così anche
nel futuro. Egli, come un
profeta, indica la via stretta da
seguire ed il governo prossimo
venturo sarà obbligato a muoversi,
senza divagazioni, lungo
tale via. E valga il vero.

Il rapporto debito/Pil a fine
2005 supererà quello del 2004
di due punti attestandosi al
106,6%. Per evitare il rischio di
default e per ridare al governo
quella flessibilità strategico-finanziaria,
indispensabile per
fronteggiare gli effetti della congiuntura,
il caro energia, e l’ormai
avviato processo di incremento
dei tassi, è necessario ridurre,
urgentemente e con
un’operazione chirurgica decisa,
il debito del 106,6% del Pil
almeno al 70%, cioè di 430 miliardi.
E’ una stima fatta dal
professor Guarino, con il quale
concordo pienamente. Così come
concordo con lui che l’unica
via per perseguire questo obiettivo
è di monetizzare tutti i beni
monetizzabili dallo Stato e sue
articolazioni: partecipazioni societarie
di ogni tipo,crediti fiscali
o di altra natura, beni inamovibili
di ogni tipo e genere
(esclusi, dico io, quelli di valore
storico, archeologico, artistico).

Non sono d’accordo sulle modalità
suggerite da Guarino per
raggiungere questo obiettivo,
ma questo è un aspetto tecnico
secondario. Bisogna vendere
tutto il vendibile ricorrendo alle
immense risorse dei mercati
mondiali.E che cosa è questo se
non una politica liberale e liberista?
Ecco la genialità di Berlusconi:
riuscire a imporre a chi lo
seguirà, finalmente, una politica
liberale. Allora anche i Bertinotti
dovranno, volenti e nolenti,
mettersi in riga e i sindaci e i
presidenti di provincia affascinati
dal neo-socialismo municipale
dovranno riporre nel cassetto
l’aspirazione a trasformarsi
in uomini d’affari.

In realtà si potrebbe operare
anche sulla spesa corrente
primaria che il governo Berlusconi
ha avuto l’abilità e l’accortezza
di far lievitare dal 2001 ad
oggi, di due punti sul Pil, pari a
circa 30 miliardi annui. Ma a
questa alternativa si oppone un
altro importante risultato economico
realizzato dal governo
Berlusconi: la caduta del reddito
pro-capite. Tale reddito era,
in realtà, in declino dal 1996
(quando era di 16.900 euro pari
ad un indice 114, con la media
europea a 100,la Spagna a 87,la
Gran Bretagna a 111,la Francia
a 115, la Germania a
120).L’indice è sceso
a 112 nel 2000. Ma
dopo di allora dal
lento declino siamo
passati al crollo, con
un indice 103 mentre
l’indice della Spagna
saliva a 99, cioè a solo
quattro punti da
noi,contro i 27 punti di differenza
di dieci anni fa.

Tutto ciò segna
una strada obbligata: non è
possibile perseguire l’obiettivo
di riduzione del debito e di risanamento
della finanza pubblica
attraverso misure di austerità,
sacrifici,nuova fiscalità.Bisogna
invece suscitare sviluppo e dunque
stimolare retribuzioni, consumi,
produttività ed abbassare
le imposte come sta facendo il
socialista Zapatero. E’ solo sul
costo del governo allargato e
sul costo degli speculatori (i furbetti
del quartierino), che si potrà
incidere riducendo strutture
pubbliche, furti, sperperi, clientele,
assistenzialismi,consulenze
e razionalizzando le mostruose
duplicazioni tra Stato, Regioni
o altri enti territoriali.Ai lavoratori
di ogni tipo, non bisognerà
chiedere sacrifici ma solo un
maggiore impegno di lavoro e
di produttività come si fa in Usa
e, faticosamente, ma sempre di
più, anche in Germania.

Ai sindacati
bisognerà fare tutto il
possibile per far loro capire cosa
sta succedendo e, come, andando
avanti così rischiamo un
declino secolare. Anche sotto
questo profilo, dunque, la via
stretta che il governo Berlusconi
lascia in eredità ai suoi successori,
chiunque essi siano, è
quella di una politica liberale e
tale da rivitalizzare quegli spiriti
imprenditoriali del paese, che
Berlusconi ha astutamente
soffocato per esigenze tattiche,
cioè per accontentare i suoi alleati,
ma in modo tale da rilanciarne
ora con forza la necessità,
indicando una via obbligata
ai suoi successori.

Vi è solo un settore nel
quale il governo Berlusconi
non lascia retaggio né indicazioni:
mi riferisco ai temi dello
sviluppo. Come fare una politica
energetica seria? Come modernizzare
veramente le grandi
infrastrutture? Come fare una
vera riforma dell’Università?
Come introdurre la concorrenza
nelle professioni? Come togliere
alle regioni del Sud il
cappio soffocante della malavita
gemellato con
quello della malapolitica?
Come liberare
la sanità dall’affarismo
partitico e trasformarla
in fattore
di sviluppo? Come
riconquistare quote
nel commercio
mondiale? Come favorire
l’internazionalizzazione
delle imprese italiane? Come
stimolare l’innovazione tecnologica
e organizzativa? Come
ricuperare attrattività e competitività
per il turismo mondiale
nonostante le misure legislative
e amministrative che hanno stimolato
la più grande devastazione
del territorio e dell’ambiente
italiano dagli anni ’50?
Come ridare fiducia, speranza,
orgoglio di appartenenza alla
maggioranza degli italiani e soprattutto
ai giovani?

Su questi temi Berlusconi
non lascia indicazioni; non lascia
nulla se non il buffo cosiddetto
Mit di Genova. I successori
dovranno cavarsela da soli.
Forse lo ha fatto perché non
ha avuto tempo o perché voleva
lasciare ai successori qualche
spazio di autonomia e di
creatività e non essere troppo
incombente anche in queste
aree. Auguriamoci che tanta
generosità non venga mal ripagata
dai successori.

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