L’ECONOMIA ZOPPICA,
MA IL MERCATO
SALE

16 Maggio 2003, di Redazione Wall Street Italia

Eppur si sale. Non ci sarebbe molto di cui rallegrarsi in questi giorni, vista la ripresa del terrorismo
internazionale, con gli attentati in Arabia Saudita, e il quadro congiunturale, fiacco in America e quasi
moribondo in Europa; ciononostante i mercati azionari continuano a salire, seguiti anche dagli
obbligazionari, un fenomeno, questo del doppio rally, che alla lunga non potrà durare ma per ora fa felici tutti. A
nostro avviso, l’errore di valutazione più comune in questa fase è che l’ascesa dei listini debba essere collegata al
flusso di notizie provenienti dall’economia e dalle realtà aziendali; un esercizio affannoso, anche da parte di chi
condivide un moderato ottimismo, visto che le novità non sono obiettivamente delle più incoraggianti.

I più critici
arrivano quindi a ritenere assurdo il rialzo dei listini, trascurando di riconoscere che la vera ragione sottostante
potrebbe essere soltanto la reazione ad un precedente, eccessivo pessimismo legato ai timori per il conflitto
iracheno e ai suoi effetti su crescita e prezzo del greggio. E’ bastato che gli scenari più cupi non si realizzassero
per far risalire automaticamente le quotazioni, ripristinando condizioni di mercato più equilibrate: l’ottimismo
dunque finora c’entrerebbe poco. Il punto è che, come già dopo l’11 settembre, il recupero fisiologico della caduta
precedente prima o poi si esaurirà, e perchè il rialzo prosegua occorreranno davvero nuovi stimoli.

Sarà quello il
momento della verità: si può decidere se sbilanciarsi subito in pronostici o mantenersi cauti fino ad allora, come
stavolta preferiremmo fare. Ma è inutile scandalizzarsi già da subito della risalita dei listini: il vero scandalo
semmai era quanto fossero scesi in precedenza sulle assurde psicosi legate all’Iraq (il petrolio a 100 dollari, un
“nuovo Vietnam” e amenità del genere).

E veniamo appunto all’economia. Dicevamo nei giorni scorsi che in questa fase anche a dati inferiori
alle attese sarebbe stata attribuita l’attenuante “geopolitica”, dunque non ci sarebbero state le reazioni
negative che tra un mese o due andrebbero invece messe in conto a fronte di delusioni. Per quanto
riguarda l’America, il quadro è apparso, come temuto, un po’ più debole delle attese, salvo qualche isolata
sorpresa positiva.

Ieri, ad esempio, i due indici più freschi sull’andamento dell’industria manifatturiera, nello Stato
di New York e nella regione di Philadelphia, hanno mostrato una notevole divergenza, con un recupero nettissimo
nel primo caso ed uno molto più stentato nel secondo. Se l’Empire State Index ha infatti registrato un balzo da
quota –20,2 in aprile a +10,6 in maggio, equivalente ad un deciso riavvio di attività e ordinativi, il più noto indice
della Fed di Philadelphia è rimasto in territorio negativo, equivalente ad una contrazione di attività, con una lettura
a quota –4,8, da –8,8 in aprile.

Anche la produzione industriale non ha brillato, confermandosi in calo di un altro
0,5% anche in aprile. E visto che stavolta non c’è nemmeno stata l’attenuante stagionale delle utilities (-4% in
marzo, +0,1% invece in aprile), nel comparto manifatturiero si è passati da un –0,1 ad un –0,6%. Di nuovo ha
frenato l’industria dell’auto (-2%, dopo il –1,5% di marzo) ed è risalita l’area high tech, con un +1% che segue il
+1,7% di marzo e conferma un recupero vicino al 10% su base annua (contro il –1% registrato dalla produzione
industriale senza high tech).

Anche la capacità utilizzata è continuata a scendere (al 74,4%), ancor più nel
manifatturiero (72,5%) e nel comparto dei beni durevoli, dove è scivolata addirittura al 68,3%. Meno brutte di
quanto non sembrassero a priva vista erano apparse invece le vendite al dettaglio di aprile, il cui –0,1% appariva
condizionato dal calo della benzina (-5,9% le vendite relative), senza il quale si sarebbe avuto un migliore +0,4%.
Nonostante tutti i sondaggi e i vari indicatori di fiducia, che si confermano anche stavolta di scarsa affidabilità, le
vicende irachene non sembrano aver affatto influenzato il comportamento delle famiglie, visto il +2,3% registrato
dalle vendite in marzo, proprio al culmine delle incertezze sull’imminente avvio del conflitto.

L’unica sorpresa in
qualche modo positiva ieri è giunta dai sussidi di disoccupazione, scesi a quota 417mila unità nella settimana
dalle precedenti 453mila, ma con il numero complessivo dei richiedenti sussidi in ascesa fino a 3,67 mln di unità,
un massimo a partire dallo scorso ottobre. Notizie poco incoraggianti per le aziende (ma positive per l’inflazione e
i tassi) sono giunte anche dai prezzi alla produzione, calati dell’1, 9% in aprile e dello 0,9% senza la componente
energia. In quest’ultimo caso saremmo già in deflazione (-0,2% l’aggregato rispetto a dodici mesi fa), una
prospettiva ancora distante per i prezzi al consumo (lo verificheremo oggi), anche se, al netto della componente
affitti, che pesa per quasi un terzo sul paniere americano, il tendenziale degli ultimi sei mesi è già
pericolosamente vicino alla crescita zero. La Fed appare giustamente preoccupata e, alla luce del quadro emerso
finora, avrebbe ottimi motivi per un taglio di ben mezzo punto nel prossimo incontro di politica monetaria a fine
giugno; ancora più preoccupata dovrebbe però essere la BCE, che invece continua a combattere i mulini a vento
dell’inflazione.

Ieri si è avuta la conferma che l’economia continentale è ormai in stallo (crescita zero nel 1°
trimestre 2003), appesantita dalla discesa della Germania (-0,2%) e da un’Italia quasi ferma (+0,1%). Solo la
Francia segna un migliore +0,3% nel trimestre, e se tra i Paesi minori la Grecia vola (+2,9%), l’Olanda è già
tecnicamente in recessione, con due trimestri consecutivi in calo (-0,3 e –0,2% gli ultimi). Per la Germania questa
prospettiva si affaccerà con il prossimo dato, dunque non c’è da stare affatto allegri. Eppure la gran parte degli
analisti continentali continua ad essere fiduciosa su una forte ripresa degli utili 2003, in contrasto con i segnali di
cautela che giungerebbero a livello aggregato partendo dallo scenario per l’economia e dall’andamento del
cambio: una contraddizione che tra qualche mese verrà apertamente a galla e che forse i listini, almeno nei
comparti industriali, per fortuna da noi quasi assenti, non hanno scontato a dovere.

*Michele Pezzinga e’ capo strategist di Eptasim.