L’amico del premier e il fronte NO nella battaglia per l’IVA

17 Agosto 2011, di Redazione Wall Street Italia
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“La potremmo chiamare «la battaglia dell’Iva» ed è quella che in queste ore si sta combattendo attorno all’eventualità di aumentare l’aliquota di almeno un punto. L’ipotesi di far salire la tassazione Iva è stata presa in considerazione più volte in questi mesi dal governo e poi sempre scartata. Ma prima ancora che a una misura legislativa la battaglia dell’Iva rimanda alle difficoltà del governo guidato da Silvio Berlusconi nel mediare all’interno della sua constituency elettorale”.

Nel pezzo, firmato Dario Vico e pubblicato sul Corriere, si legge che “gli imprenditori di osservanza confindustriale vedono di buon occhio l’aumento dell’Iva, ma al loro interno devono fare i conti con la Federalimentare decisamente contraria. Rete Imprese Italia vede al suo interno posizioni diverse, con gli artigiani sostanzialmente neutrali e i commercianti schieratissimi per il no”.

La vera anima della rivolta dell’Iva è infatti il gran capo di Confcommercio Carlo Sangalli, personaggio di spicco del mondo camerale ma soprattutto amico personale di Silvio Berlusconi. Sangalli da tempo sostiene che per aumentare l’Iva bisognerà passare sul suo corpo e dalle dichiarazioni del premier di ieri evidentemente non c’è questa intenzione.

Del resto la parola «consumi» nel lessico berlusconiano ha una storia di tutto rilievo, il Cavaliere non dimentica che la gran parte dei suoi successi sono nati da Publitalia e dal meccanismo più spot/più vendite. Di conseguenza è portato a considerare come sinonimi la crescita dei consumi e lo sviluppo dell’economia.

I grandi centri commerciali sono per Berlusconi il cuore e il termometro del capitalismo e sa come oggi siano poco frequentati. Il mondo della distribuzione vive una stagione difficile: la moda degli ipermercati è alle nostre spalle, le liberalizzazioni incrociano l’opposizione della Cgil e gli unici che riescono ad attutire i contraccolpi della crisi sono per ora i colossi stranieri come Ikea che vogliono aprire nuovi punti vendita come niente fosse.

I piccoli commercianti, poi, sono vittime di una lenta moria . Nelle
grandi città gli spazi destinati ai negozi rimangono spesso vuoti
o danno vita a rotazioni schizofreniche nel giro di pochi mesi . Stentano ad affermarsi formule nuove, idee capaci di colpire l’attenzione del consumatore e il piccolo commercio si sente la Cenerentola del Paese .

E’ chiaro che il mondo dei consumi complessivamente preso vale molto elettoralmente e quindi «il partito Sangalli» ha un forte potere di dissuasione. Invece il ceto medio privato, quello più colpito dalla tassa di solidarietà e impossibilitato ad evadere le tasse, conta molto meno. Le associazioni dei dirigenti non hanno forza lobbistica e comunque agli occhi del tardo berlusconismo sono giudicati più infedeli dei commercianti.

Perché la verità è che quando si parla di ceti medi oggi si individua un perimetro molto largo al cui interno le contraddizioni aumentano e non ci sono
provvedimenti che accontentino tutti.

La parola Iva evoca anche la maggiore densità di evasione. Si parla di 270 miliardi di ricavi nascosti al Fisco ogni anno. Un ammontare destinato forse a crescere perché via via che si struttura maggiormente la presenza degli
extracomunitari nell’economia italiana si ha la sensazione che il sommerso cresca. Esiste infatti una sorta di circuito parallelo a cui ricorrono le comunità straniere più forti e che si nutre di evasione . Il caso limite è quello dei cinesi di Prato ma non è l’unico. Cosaè riuscito a fare in questi anni il governo in questo campo? Non molto per la verità.

Nei momenti in cui il rientro dal debito pubblico non era una priorità assoluta
non si sono riuscite a impostare politiche di respiro . «Gli uffici Iva sono stati investiti della lotta all’evasione con poteri dettati dalla norma ma con anni per così dire spuntate e con relativo spreco di energie sia presso le pubbliche amministrazioni sia presso il mondo delle partite Iva; sostiene
Guido Piceila, un revisore contabile milanese che ha messo a punto uno schema di intervento radicale sull’evasione Iva (una sintesi la si può trovare sul blog generazianeproproecarriere,it).

Gli uffici Iva, in sostanza, si sono riorganizzati con mezzi informatici più moderni ma non avendo problemi di concorrenza hanno investito poco per migliorare adeguatamente le relazioni con i loro utenti di partita Iva . Quando hanno dovuto migliorare la loro efficienza gli uffici si sono poi limitati a imporre agli utenti di partita Iva nuove incombenze ed oneri amministrativi senza alcun concambio in efficienza. Ora il governo per asciugare il mare dell’evasione dell’Iva sembra puntare su nuovi strumenti come il redditometro, i cui risultati verrebbero incrciati con gli studi di settore. La sensazione, però, che si sia perso del tempo utile resta.

Una novità contenuta nel decreto e finora rimasta inosservata è l’espresso riconosci mento contenuto nell’articolo 8 secondo comma dei rapporti
di lavoro con partita Iva. E’ la prima volta che il legislatore ne parla ma la scelta fatta è di rinunciare (almeno per ora) a uno Statuto del lavoro autonomo e demandare la regolamentazione di questo particolare rapporto di lavoro alla contrattazione aziendale/territoriale .

«Il governo ha deciso di includere le partite Iva alla pari del lavoro dipendente? si chiede Anna Sori, presidente di Acta, l’associazione del terziario avanzato, – Ma come si fa? E’ possibile solo per le situazioni in cui il lavoratore con partita Iva svolge attività analoghe a quelle
dei dipendenti».

Ma pensiamo a una consulenza di marketing o di organizzazione aziendale o alla
creazione di un sito sveli, come potrà essere regolata dalla contrattazione aziendale, sulla base di quali parametri? E quali sono le parti sociali che rappresenterebbero le partite Iva? I sindacati confederali, forse? Tutti interrogativi che formulati da Acta riporta no però alla più generale difficoltà del governo di ritrovare il bandolo della matassa del rapport o
con i ceti medi. Si procede a tentoni nel buio e il rischio di inciampare, non una ma più volte, è altissimo.
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