L’AMERICA FA
PIU’ FIGLI
PERCHE’ E’ RICCA O…

17 Ottobre 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Meglio parlare di un lieto evento. Un parto.
Dovrebbe accadere oggi a ora di
pranzo, intorno all’una e mezzo, se i miei calcoli
non sono errati. Il clock della popolazione
americana scorre inesorabile verso quota
300 milioni di esseri umani. Quando ho chiuso
quest’articolo e l’ho trasmesso al Foglio,
alle ore 17,35, era a quota 299.993.546. Secondo
il sito del governo statunitense che fa il
conto istante per istante (ne ho appreso l’esistenza
da un articolo di Mario Platero sul
Sole 24 Ore), negli Usa nasce un nuovo essere
umano ogni 7 secondi, muore un essere
umano ogni 13 secondi, entra un nuovo immigrato
ogni 31 secondi. Vuol dire che ogni
11 secondi un altro americano si aggiunge al
totale.

Appena 39 anni fa, nel 1967, gli americani
erano 200 milioni. Io avevo 11 anni e il
presidente era Lyndon B. Johnson. Mentre
nei campus americani i pacifisti gli davano
dell’infanticida per la guerra del Vietnam urlando
“ehi ehi LBJ, how many children you
killed today?”, nella sua Great Society nasceva
felicemente il child numero 200 milioni.
Oggi è mia figlia ad avere 11 anni, e avrà
poco meno della mia età quando, nel 2043,
quello stesso orologio segnerà la cifra di 400
milioni di americani. Il ritmo implacabile
della vita nel nuovo mondo non rallenta. Comincia
un altro secolo americano.

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E da noi, nella vecchia Europa? Da noi
quello stesso orologio fa il conto alla rovescia.
Dei 728 milioni che siamo oggi, nel 2043
ne avremo persi 58. Saremo scesi a 670, che è
più o meno dove stavamo ai tempi di Lyndon
Johnson. Comincia un altro secolo di decadenza
europea.

Non per dare ragione a Giavazzi e Alesina,
che ci invitano a guardare agli Usa se vogliamo
ragionare del nostro futuro, ma dalle nostre
parti le cose si mettono veramente male.
E, quel che è peggio, la crisi demografica è
quasi un tabù nel nostro dibattito pubblico,
se non come refrain di qualche isolato natalista.
Io so, come scrive Ferrara, che i figli
non nascono da un decreto legge sugli asili
nido, e che sono un atto di fede. Ma c’è fede
e fede. C’è la fede in Dio e nella sua Provvidenza.

C’è la fede in noi stessi e nelle nostre
forze. E c’è anche la fede nella nazione, quel
sentimento di ottimismo collettivo che ti fa
dire: dai, questo nostro bambino avrà una vita
migliore della nostra, più ricchezza, più
opportunità, più tempo libero. Forse sarà
perfino più felice. Non ho titolo per discutere
delle prime due fedi, ma della terza non
vedo traccia, e da un bel po’. Vedo solo il dilaniarsi
in un gioco a somma zero, tipico di
una società che ha perso fede in se stessa,
nella quale il guadagno di uno non può che
corrispondere alla perdita di un altro, pezzettini
di pil che si spostano di categoria in
categoria, brandelli di reddito contesi: la logica
win-win, quella sana logica anglosassone
per cui se si cresce ci guadagniamo tutti,
sembra del tutto sparita dal nostro orizzonte
collettivo, insieme con l’idea di interesse nazionale.

Eppure la politica generalmente si
occupa, seppur con risultati alterni, della
scarsità di risorse: acqua, aria, energia. Perché
si ritrae quasi pudica di fronte alla scarsità
della risorsa essenziale per una nazione,
il fattore umano? Non vi sembri cinico, ma le
nascite servono anche a rimpiazzare la forza
lavoro, perché senza forza lavoro una comunità
non ha la forza per reggere. Nel gergo
dei think tank ormai lo chiamano “capitale
umano”: come si genera e come lo si educa.

L’Economist ci informa che due centri di ricerca
europei hanno provato a calcolarlo,
dandoci le pagelle. Inutile dirvi in che posizione
siamo noi italiani. La cura del capitale
umano comincia col generare, ma non si ferma
lì. Per esempio richiede un investimento
di tempo nel parenting, il mestiere di genitori.
Vi sembrerà incredibile per un paese
così familista, ma pare che anche in questo
siamo ultimi, con i gelidi svedesi in testa. Il
70 per cento del declino totale della forza lavoro
europea nei prossimi 25 anni sarà dovuto
all’Italia e alla Germania, l’altro grande
pessimista d’Europa.

Manca la fede, certo. Ma le nazioni si reggono
anche su una religione civile. Dov’è finita
la nostra? Non credo che inglesi e francesi
siano meno secolarizzati di noi, eppure
fanno molti più figli. Perché? Negli Stati Uniti
le coppie di fatto hanno superato per la
prima volta il numero delle coppie unite dal
vincolo del matrimonio, eppure fanno più figli.
Perché? Qual è il male oscuro che ci fa
sentire così individualisti, così egoisti, così
sfiduciati, da averci fatto abbandonare la
principale attività umana da che mondo è
mondo? E da avere quasi paura di parlarne?

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