L’AFFONDO DEI PM
SU GERONZI

6 Aprile 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – «Va posto nella massima evidenza che mai
fatti tanto gravi come quelli in esame avrebbero potuto essere reiteratamente
consumati se l’attuale imputato non fosse in grado di esercitare un potere
assolutamente incontrastato e incontrastabile nelle strutture operative della
banca». Il Pm di Parma, Vincenzo Picciotti, non usa parole dolci nei confronti
del presidente di Capitalia Cesare Geronzi. E, nella memoria che ha depositato
al Tribunale di Bologna quando quest’ultimo si doveva pronunciare
sull’interdizione del numero uno di Capitalia, “smonta” tutte le tesi difensive:
Geronzi – sostiene – continuava a commettere illeciti anche mentre erano in
corso le indagini e l’intera banca, «dal gestore del cliente all’amministratore
delegato» gli «chinava il capo» e continuava a «obbedire docilmente».

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Il documento depositato dal Pm ripercorre la vicenda della vendita alla
Parmalat di Calisto Tanzi della Ciappazzi, società fallita del gruppo
Ciarrapico: evento “chiave” nell’accusa a Geronzi nell’ambito del default della
Parmalat. Come noto, gli inquirenti sostengono che Capitalia voleva sgaravarsi
dell’esposizione verso il gruppo Ciarrapico e per questo ha chiesto a Tanzi di
rilevare la Ciappazzi sebbene fosse decotta.

Per dimostrare questo punto, il Pm
nella sua memoria racconta due particolari finora inediti. Uno: «I soci, il
cda, gli organi di controllo interni a Banca di Roma nonché alla Banca d’Italia
erano stati tenuti all’oscuro dell’irrecuperabilità di tre quarti dei 400
miliardi circa erogati sino al dicembre ’98 a favore del gruppo Ciarrapico».
Due: «Nel 1999 è stato approvato un terzo piano di ristrutturazione del gruppo
Ciarrapico, il Piano Gallo, con cui era stata programmata l’erogazione di nuova
finanza per 255 miliardi di lire». È per questo – sostiene il Pm – che Geronzi
preme su Tanzi affinché acquisti la Ciappazzi e gli sgravi l’esposizione su
Ciarrapico.

Ma Tanzi già allora era in crisi. E Capitalia lo aveva capito. Nella primavera
del 2001 – scrive a chiare lettere il Pm – «mentre l’area crediti segnalava
l’opportunità di escludere le aziende turistiche di Tanzi dal novero dei
clienti della banca, Geronzi lo cooptava addirittura nel cda». Così si arriva
al 2002, quando la vendita della Ciappazzi si è conclusa. Quando però Tanzi
scopre che la società delle acque potabili del gruppo Ciarrapico era in
sostanziale stato fallimentare, ha deciso di interrompere i pagamenti. Poi,
però, ci ha ripensato. Perché? Secondo il Pm perché aspettava un
finanziamento da 50 milioni di euro da Banca di Roma per salvare la Hit, la
società turistica di famiglia. Insomma: Geronzi – secondo l’accusa – costringe
Tanzi a rilevare la Ciappazzi in cambio del credito.

Ma anche su questo finanziamento, il documento depositato dal Pm di Parma rivela
retroscena inediti. «Subito dopo la pausa estiva – scrive il Pm – le verifiche
delle strutture tecniche di Capitalia-Mcc comprovavano l’impraticabilità della
soluzione presidenziale» (cioè del finanziamento alla Hit, ndr). Anche Arpe,
l’allora direttore generale e oggi amministratore delegato, «manifestava
contrarietà».

Ma questo non interrompe l’erogazione: «Il finanziamento –
scrive il Pm – veniva naturalmente in seguito approvato, e meno di due mesi dopo
il recalcitrante Arpe (…), sia pure con le opportune cautele, concedeva la sua
approvazione dell’aggressivo piano industriale Hit». Il via libera – continua
il Pm – arriva sebbene Arpe fosse ben consapevole «delle modalità illecite del
finanziamento» e «della non credibilità del piano industriale della Hit».
Poi il Pm racconta altre vicende, come l’offerta sulla Ciappazzi arrivata dalla
Busi Ferruzzi solo per dimostrare che la società del gruppo Ciarrapico fosse
appetibile anche ad altri.

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