JFK: FU CUBA A SEGNARE SCONFITTE E SUCCESSI

21 Novembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

John Fitzgerald Kennedy fu il più giovane Presidente degli Stati Uniti, e il suo slogan elettorale, subito suggestivo, fu la «Nuova Frontiera». C’erano le premesse di una grande popolarità, destinata tragicamente a tramutarsi in mito. La Frontiera era il simbolo della grande avventura nazionale, della conquista di sempre nuovi spazi, dall’Atlantico verso il Pacifico (il West). La Nuova Frontiera voleva dire da una parte il rinnovamento della società, il superamento di vecchie barriere, e dall’altra una nuova missione degli Stati Uniti nel mondo, nel segno della sicurezza nella libertà, per tutti. Quarant’anni dopo l’assassinio, quale bilancio si può fare di quelli che furono solo 1035 giorni di governo?

Kennedy cominciò male. Tre mesi dopo l’insediamento alla Casa Bianca, nell’aprile 1961, il disastro della Baia dei Porci, la fallita invasione di Cuba. Il progetto era dell’Amministrazione Eisenhower, ma Kennedy aveva permesso alla Cia di svilupparlo e di renderlo esecutivo. I rapporti tra gli Stati Uniti e il regime castrista erano ormai al punto di rottura, Kennedy puntava a un nuovo piano di relazioni economiche e politiche con l’America Latina (la «Alianza para el Progreso»), ma era convinto che Castro, ormai sempre più vicino all’Unione Sovietica, lo avrebbe sabotato, e che quindi bisognasse colpire la fonte del «contagio» rivoluzionario e antiriformista. Un’illusione che gli costò cara, anche perché non volle esporre direttamente il governo di Washington, affidandosi alla Cia e alla sua organizzazione degli esuli cubani. E, con la spedizione era a un passo dalla disfatta, non autorizzò l’intervento dell’aviazione.

Ne risultò un’impressione d’irresolutezza, che il leader sovietico, Nikita Krusciov, credette di veder confermata nel loro incontro a Vienna, il 3 giugno, al punto da sentirsi in grado d’imporre una svolta alla cronica crisi di Berlino, dando il via libera al regime comunista tedesco-orientale per l’erezione del Muro, due mesi più tardi. Di nuovo, la reazione americana fu cauta, al di là della condanna formale. Solo due anni dopo, nel fatale 1963, nel suo ultimo viaggio in Europa, Kennedy andò ai piedi del Muro e pronunciò in tedesco la frase famosa, che suonò come un pesante monito all’Urss: «Ich bin ein Berliner», io sono un berlinese. Ma l’immagine del giovane presidente era nel frattempo radicalmente cambiata, c’era stata un’altra crisi di Cuba, e in quel caso egli aveva vinto e Krusciov e Castro avevano perso.

Fu nell’ottobre 1962, durante tredici, drammatici giorni, che videro il mondo, come mai prima e mai dopo, sull’orlo di una catastrofica guerra nucleare. Un Krusciov che ormai credeva di potersi permettere tutto (benché accreditatosi come un riformatore del sistema sovietico, dopo la denuncia dell’orrore staliniano, restava un duro attore sulla scena mondiale) aveva concordato con Castro l’installazione a Cuba di missili nucleari a medio raggio, una minaccia senza precedenti per gli americani.

Kennedy seppe evitare lo scontro nucleare, resistendo a pericolosi consigli dei suoi generali, e nello stesso tempo ottenne il ritiro dei missili sovietici e delle loro testate. Una straordinaria prova di controllo e di autocontrollo, che vide protagonista anche il fratello Robert, ministro della Giustizia, poi destinato anch’egli a una tragica fine. Ne fu impressionato, questa volta in senso contrario, lo stesso Krusciov, che finalmente decise di collaborare, accordandosi sul bando degli esperimenti atomici nell’atmosfera (luglio 1963), primo passo del «controllo degli armamenti».

Nel bilancio di Kennedy ci sono molti altri punti. In chiaroscuro. Il Vietnam. C’è chi dice che fu ucciso perché stava per decidere il ritiro americano, di fatto i consiglieri militari a Saigon erano diventati sedicimila. I rapporti con l’Europa: Kennedy era per una «equal parnership», per un polo europeo coeso e affidabile, fu De Gaulle, che pure lo ammirava, a opporre la visione francese.

Quanto alla politica interna, almeno dopo le marce «non violente» di Luther King, sposò senza riserve di tempo e di modo la causa dell’integrazione razziale. In chiaroscuro ci sono anche le sue amicizie private, le voci di rapporti, a fini di sostegno politico o altro, con personaggi di mafia, e le certezze d’infinite relazioni «sentimentali». Il mito, dopo la sua morte, si è alimentato anche di questo, senza restarne scalfito.

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