Italiani non vogliono lavorare? “Offro posti stabili, nessuno si presenta”

14 Febbraio 2017, di Alessandra Caparello

VERONA (WSI) – In un momento storico in cui non si fa altro che parlare di precarietà nel mondo del lavoro e mancanza di prospettive per il futuro dei giovani, una storia curiosa che ha il sapore della beffa arriva dal Veneto. A raccontarla il Corriere della Sera.

La storia è quella di un imprenditore, Cristiano Gaifa, proprietario e fondatore di Zushi, una catena di sushi restaurant con 21 locali sparsi in tutto il Nord Italia e con prossime aperture a Villafranca di Verona, Roma, fino a Miami beach.

“Se sento ancora parlare di disoccupazione giovanile racconto gli ultimi colloqui che abbiamo fatto”.

Così scrive su Facebook l’imprenditore, che racconta di una realtà dai toni beffardi in cui il lavoro c’è ma mancano i dipendenti, quei giovani troppo presi da altro come racconta Gaifa.

“Che tipo di lavori offrite? “Ce n’è per tutti i gusti. Prevalentemente camerieri e servizio in sala. Ma anche direttori e vicedirettori di ristorante. Specie per quelli di nuova apertura. Ne ho uno qui sotto mano: cerchiamo un vicedirettore, dunque con uno stipendio ben superiore alla media. I colloqui li ho fatti io stesso”. E come sono andati? “Un disastro. Gli ultimi questa settimana. Tre interpellati su tre, tutti disoccupati, mi hanno detto: “”ci penso e vi faccio sapere”. Non hanno telefonato nei giorni successivi come d’accordo. Allora li abbiamo richiamati noi. “No, grazie”.

Forse la causa è da ricercarsi nei faticosi e stressanti periodi di prova semi-pagati che non promettono alla fine la tanto agognata assunzione?  Gaifa dice no, anzi.

“Il nostro è un contratto di lavoro a stipendio pieno fin dal primo giorno. Quattordici mensilità e contributi pagati. Tre mesi a tempo determinato, poi nella grandissima parte dei casi assunzione a tempo indeterminato. Eppure tre su dieci neanche si presentano“.

Insomma il ritratto dei giovani italiani che esce dalle parole e dall’esperienza dell’imprenditore del sushi non è certo lusinghiero e forse, secondo Gaifa, il problema è da ricercarsi nel fatto che forse alla spalle questi ragazzi una certa ricchezza ce l’hanno già.

“In questi anni ne abbiamo sentite di tutti i tipi. L’ultimo che ho incontrato, anche lui disoccupato, quando gli ho detto che avrebbe cominciato la settimana successiva mi ha risposto: eh, ma avevo prenotato una vacanza. Con un altro, un veronese, è andata anche peggio. Ci ha chiesto dov’è il ristorante: a Borgo Trento. Troppo lontano, abito a Borgo Milano, ci ha detto. Neanche un chilometro di distanza, capisce? Alcuni vengono a colloquio con la fidanzata, o il fidanzato, e dobbiamo spiegare che è un colloquio individuale. E poi, c’è la ragazza della casa (…) Il caso più emblematico. Sui trent’anni, alla prima esperienza lavorativa. La sera prima di cominciare ha chiamato in ristorante. Mi spiace, non vengo più, papà mi ha regalato una casa e per i prossimi mesi dovrò arredarla. Sa cosa mi preoccupa di più? Che se danno queste risposte vuol dire che c’è ancora una ricchezza alle spalle, quella della famiglia. Ma cosa diranno questi ragazzi ai loro figli, tra quindici anni, quando i soldi saranno finiti?”

Nel caso degli stranieri, la situazione è diversa:

“Sa qual è la proporzione tra italiani e non italiani? Due a uno. Per ogni curriculum che ricevo di connazionali, ne ho almeno due di altri”. Nessun problema ad assumere gli stranieri. Nel caso di “lavapiatti, pulizie, gestione dei locali: abbiamo solo non italiani. Ma ci sono delle mansioni per le quali è richiesta una competenza linguistica molto buona. Tutti i lavori a contatto con il pubblico, insomma. E’ lì che abbiamo richiesta. Ma manca la domanda. O per lo meno quella dei ventenni. Per i più anziani è diverso, lì c’è richiesta. Magari perché hanno una famiglia da mantenere, o sono divorziati e hanno il mutuo”.