Italiani non spendono, hanno paura di nuove tasse

15 Aprile 2016, di Daniele Chicca

ROMA (WSI) – Anche una crescita del Pil dell’1,2% come sperato dal governo, un risultato che l’Ocse ritiene possibile al contrario dell’Fmi, potrebbe non essere sufficiente a fare dormire sonni tranquilli al governo italiano. Questo perché la minaccia deflativa spinge le famiglie italiane e le imprese a non spendere. Gli italiani preferiscono risparmiare.

È quanto emerge dai dati del rapporto del Centro Studi di Unimpresa. I risparmi privati sono aumentati di oltre 20 miliardi di euro nell’ultimo anno, aumentando a quota 915 miliardi. Secondo il report la crisi e la paura di nuove tasse frenano i consumi dei cittadini, bloccano gli investimenti delle imprese e congelano la liquidità delle banche: da febbraio 2015 a febbraio 2016 l ‘ammontare delle riserve in Italia è salito di quasi 40 miliardi (+2,52%) da 1.555 miliardi a 1.595 miliardi.

Il saldo dei conti correnti, da parte sua, è cresciuto di 61 miliardi, da 808 a 869 miliardi (+7%), mentre si registra un calo di oltre 34 miliardi per i depositi con durata prestabilita: segno che c’è una certa preferenza ad avere liquidità a disposizione, senza vincolarla in alcun modo. I salvadanai delle famiglie sono saliti di 23 miliardi, quelli delle imprese di 10 miliardi, quelli degli istituti di credito sono invece calati di 723 milioni.

Dall’indagine emerge inoltre che le riserve di assicurazioni e fondi pensione hanno registrato un lieve aumento, salendo di 1 miliardo in 12 mesi (+5%), mentre quelle delle imprese familiari sono salite di quasi 4 miliardi (+8%). Lo studio, che si basa su dati della Banca d’Italia, il totale delle riserve di famiglie, banche e imprese è passato dai 1.555,7 miliardi di febbraio 2015 ai 1.595,5 miliardi di febbraio 2016 con un incremento di 39,2 miliardi (+2,52%).

“È evidente che si sta innescando un circolo vizioso – dichiara il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi – nel quale la paura di tasse e di nuovi scossoni della crisi frena i consumi delle famiglie e blocca gli investimenti delle imprese. Un meccanismo perverso che genera un ulteriore problema, quello di portare al ribasso i prezzi e quindi il paese in deflazione“.