“Italia salvata dalla Cina”

22 Febbraio 2011, di Redazione Wall Street Italia

New York – A molti italiani l’idea non piacera’ per niente, ma a salvare dal crack fiscale l’Italia potrebbe essere la Cina. Come? Facendo scorpacciata di titoli di stato sul mercato, anche nel caso di un eventuale rialzo dei rendimenti.

“Se e’ successo in Portogallo, Grecia e Irlanda, non c’e’ ragione per pensare che non possa venire anche il turno dell’Italia”, ha detto in un’intervista rilasciata a Wall Street Italia il seguitissimo blogger Joshua Brown, tra i consulenti finanziari leader di Fusion Analytics, a proposito dell’impennata record del tasso di rendimento dei bond dell’area periferica.

Brown non prevede il collasso dell’euro (“non succedera’, non lo permetteranno, e’ solo il primo vero test per una moneta giovane”) ma la crisi del debito sovrano dei PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) rappresenta sicuramente uno dei rischi sistemici mondiali.

“A salvare l’Italia potrebbe essere la Cina”, ha osservato l’analista, aggiungendo che per il principio del do ut des “e’ un matrimonio che funzionerebbe, perche’ anche Pechino ha bisogno di acquirenti per i suoi prodotti”, almeno finche’ la domanda interna non salira’. Ma perche’ questo accada ci vorra’ tantissimo tempo, con le aeree centrali del paese asiatico che sono ancora terre di agricoltori, allo stato brado dell’evoluzione industriale.

Il Dragone sta cercando di muoversi in questa direzione, ma e’ gia’ impegnato a cercare di contrastare una pericolosa bolla che si sta formando: quella immobiliare. Motivo per il quale Brown sconsiglia vivamente di puntare i propri soldi in Cina, dove “ci sono broker immobiliari ovunque, anche in strada”. Una crescita esponenziale che ha costretto il governo a porre dei limiti all’acquisto delle case. “Se si guarda alle statistiche hanno veramente dell’incredibile”, ha commentato lo stock advisor, citando il boom delle costruzioni e delle attivita’ nel mercato del mattone nell’area periferica e nelle grandi citta’. “Magari perderemo un’occasione di grandi guadagni, ma preferiamo non rischiare”, ha continuato Brown parlando delle strategie di investimento del suo gruppo.

Dove invece conviene rischiare e’ in Sudafrica e Sudamerica, dove Cile, Peru e Colombia trarranno giovamento dall’accordo di fusione delle rispettive borse stretto di recente. Anche l’Ecuador e il Vietnam offrono buone opportunita’. Quanto agli Stati Uniti, “c’e’ ampio spazio per un miglioramento”, con numerosi investitori che stanno indirizzando in America i soldi in uscita dai mercati emergenti – si pensi alla crisi che sta attraversando nel 2011 del blocco BRIC (Brasile, Russia, India, Cina). Da tenere sotto stretta osservazione saranno le mosse della Federal Reserve, che potrebbe presto invertire rotta: “sarei scioccato se dovessi vedere i tassi ancora allo zero quest’estate”.

Una stretta monetaria obbligata se Washington non vorra’ fare la fine dei mercati emergenti, dove la crescita e’ strozzata dall’inflazione, come avvenne in Sudamerica a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, una delle maggiori crisi della storia mondiale. Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Peru e Uruguay hanno subito anni di iperinflazione (con tassi medi sino al 121% tra il 1970 e il 1987). In Bolivia i prezzi sono aumentati del 12.000% nel 1985. “Gli Usa non se lo possono permettere”, ha osservato Brown. Per ora l’inflazione e’ sotto controllo, ma lo scenario tra qualche mese cambiera’ e le maglie larghe professate da Ben Bernanke sono destinate a stringersi.

E’ indubbio che il rincaro delle risorse di base rappresenta un rischio e a contribuire all’aumento poderoso dei prezzi delle commodity – non e’ un segreto – sono anche le speculazioni sui mercati. Basti guardare al caso di Deutsche Bank – segnalato da Brown sul suo blog. La banca ha improvvisamente e senza spiegazioni deciso di interrompere l’emissione del fondo PowerShares DB Agriculture Double Long Exchange Traded Note (DAG). Il veicolo di investimento aveva un’esposizione in mais, farina, semi di soia e zucchero (quattro delle materie prime piu’ richieste che hanno riscontrato i rialzi maggiori negli ultimi tempi). Pare che le attivita’ su quel fronte avessero raggiunto i limiti della legalita’, attirando l’attenzione delle autorita’ di controllo della Commodity Futures Trading Commission.

Come scelte settoriali, per avere rialzi annuali pari al 10% senza correre troppi rischi Brown non ha dubbi su quale sia la strategia da adottare: “puntare sui gruppi economicamente piu’ resistenti nel tempo che garantiscono anche maggiore crescita”, ovvero “i grandi nomi dell’energia e della tecnologia, che si ‘fonderanno’ in una sola industria in futuro, quando ci sara’ bisogno di sviluppare energie alternative all’inflazionato carburante”, area in cui si verifichera’ “una vera esplosione della domanda”.

Da inizio anno il petrolio e’ sottoposto a forti pressioni nei mercati energetici e ora che i problemi nell’area mediorientale si stanno intensificando sempre piu’, a causa delle rivolte in Libia, ma non solo. Anche in Yemen, Algeria, Arabia Saudita, Giordania e Bahrein, cui si sono aggiunte le tensioni tra Israele e Iran.

“Non hanno piu’ opzioni”, sostiene Brown riferendosi a Giordania e Arabia Saudita che hanno gia’ cecato di sfruttare i mezzi politici ed economici – sopratutto a livello di risorse – a loro disposizione per tenere a bada la popolazione. Con le dovute differenze, i motivi delle rivolte sono principalmente da ricercare nel carovita e nella crisi occupazionale.

Infine un pensiero rivolto alla semiparalisi economico politica italiana, dove “la tradizione sta intralciando la crescita”. Brown non crede piu’ “nel romanticismo del ‘Made in Italy'”, sottolineando che “non e’ piu’ cosi’ che funziona il mondo”. E il discorso non riguarda solo il business dell’abbigliamento, ma si puo’ estendere a tutti i settori. Gli Stati Uniti da parte loro hanno invece il problema opposto: “da noi non gira valore reale, ci facciamo causa a vicenda, ci vendiamo assicurazioni a vicenda, speculiamo. Ma cosi’ circolano solo attivita’ non produttive”.