ITALIA NEL PALLONE

di Redazione Wall Street Italia
10 Agosto 2005 10:32

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Che cosa triste è diventata il calcio, sentina emotiva dell´italianità più arcaica e fragile. Quella del campanilismo amorale. Con vescovi e podestà uniti nello sdegno a corto raggio, quello che si ferma ai confini daziari di un Paese che pare ricalcare, in piena modernità, la sua impronta medievale e municipalista, e opinioncine pubbliche sempre pronte a confondere l´onore cittadino con le sorti della squadra di pallone travolta dai debiti o infamata da illeciti e manfrine.

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E puntuali sommosse di ultras che bloccano stazioni o traghetti in un “boja chi molla” a fisarmonica che si sposta a Nord o a Sud, a Est o a Ovest a seconda che la giustizia sportiva e le istituzioni calcistiche tirino la coperta troppo corta in su o in giù, di qua o di là.
Nessun colpevole, mai, solo vittime di ingiustizia dalle Alpi al Mediterraneo, solo pesi e misure che vengono ripudiati perché sospettati di provenire da potentati ostili, da città più influenti e maneggione, con grotteschi cartelli inalberati in cima a grotteschi cortei che maledicono le tribù nemiche. E titoli di giornale colpevolisti o innocentisti a seconda dell´area di diffusione, perché nessuna regola e nessuna giustizia è riconosciuta super partes, non solo l´arbitro è cornuto, anche il giudice sportivo.

E adesso – notizia di ieri – pure il Tribunale di Genova che, pro-Genoa, chiede la sospensione dei calendari del calcio, atto che avrà certamente il suo perché tecnico-tattico, ma intanto precisa e aggrava l´impressione di parossistico orgoglio municipalistico che ispira qualunque atto o gesto di questi giorni di follia collettiva, con il vecchio, rispettato e rispettabile avvocato Biondi che parla da principe del diritto ma pure da tifoso genoano, e vai a capire, in questo clima, dove cominciano le ragioni e dove finisce la cecità delle passioni.

Nei giorni scorsi ci è toccato il puro scandalo del blocco dello Stretto da parte di due o trecento ultras del Messina, passati in poche ore dalla sedizione agli osanna perché la loro squadra è riuscita a infilarsi, in extremis, attraverso la tardiva e smagliata griglia dei controlli finanziari e fiscali imposti a uno sport pluricondonato, scandalosamente moroso nei confronti del fisco, con società bancarottiere riesumate e rimesse in carreggiata manco fossero patrimonio dell´umanità come i Sassi di Matera. E ovunque risuona, come giustificazione di blocchi stradali e lanci di petardi, cassonetti in fiamme e indignazioni istituzionali, la commiserevole giustificazione italiota che “gli altri hanno fatto anche di peggio”, concetto che vale, in Italia, la pretesa dell´impunità assoluta, esattamente come fu per Tangentopoli, “rubano tutti, perché proprio io devo rimetterci?”.

E non avete idea delle e-mail che fioccano, a scrivere queste cose, anche da parte di lettori di conclamata cultura e magari civilmente impegnati, come se il tifo soffocasse la ragione di chiunque, dell´ultrà incanaglito come del professore democratico, resi uguali dal virus interclassista del tifo come nel Seicento dalle pestilenze, che si portavano via popolani e signori con quasi identica spietatezza.
Non una regola regge, non un codice etico, quando è la squadra del cuore a finire ai ceppi.

Fino a qualche anno fa, poi, c´era sempre almeno qualche voce che si levava per avvertire che il calcio non è tutto, una squadra non è una città, un dirigente sbadato o fanfarone o disonesto beccato a trescare dietro le quinte non è un santo patrono da difendere a fil di spada. “Il calcio è solo il calcio, resti al suo posto” era puro buon senso, magari rafforzato dal senso del ridicolo e dall´idea (giusta!!) che ci sono cose più importanti, drammi sociali ben più dolorosi. E le opinioni pubbliche locali non erano diventate curvaiole al punto da confondere l´amarezza di una retrocessione con “l´immagine di una città”, espressione che abbiamo sentito risuonare fin troppe volte, negli ultimi giorni, perfino nella cauta e intelligente Genova. L´immagine di una città dev´essere diventata poca cosa se basta uno striscione di stadio a ricoprirla tutta, e basta una valigetta piena di contanti a farla sentire, la città intera, vittima di un complotto.

Le parole sono diventate anche loro petardi, lanciate in campo per minacciare la sospensione del gioco. Pochissime le differenze percepibili tra città e città, ovunque si considera sacrosanto ciò che assolve e premia, orrendo e iniquo ciò che punisce e condanna, con gli onorevoli di destra e di sinistra che fraternizzano comunque con le viscere esulcerate dei propri collegi elettorali, rilasciando dichiarazioni demagogiche e sventate, manco uno che abbia il coraggio di prendere le distanze dai cortei ululanti.

Ed è questo indistinto vittimismo, questo indiscriminato ego-innocentismo, a ben vedere, il paradosso più patetico: il calcio, da qualche anno in qua, ci rende tutti uguali e tutti peggiori, e il famoso e pittoresco municipalismo italiano, che dovrebbe farci così diversi e speciali, diventa diffuso spirito nazionale, una specie di immenso gemellaggio tra tifoserie unite dalla convinzione che la sola legge giusta è quella che ti dà ragione, che gli altri sono raccomandati, i dati truccati, i giudici venduti, la propria mamma vergine, le altre tutte puttane.

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