Italia e Germania, due pesi due misure. Sì Ue a salvataggio Nordbank

3 Maggio 2016, di Alessandra Caparello

BRUXELLES (WSI) – Mentre le banche italiane crollavano in Borsa, la giornata di ieri è stata cruciale anche per un’altra banca, l’amburghese Hsh Nordbank. Dopo 3 anni di colloqui, la Commissione Ue e il governo tedesco hanno trovato un accordo sul salvataggio pubblico dell’istituto di Amburgo.

Una vicenda che potrebbe ricordare quella delle quattro banche italiane fallite a Novembre (Etruria, Marche, Chieti e Ferrara), ma le differenze ci sono e non sono certo insignificanti. La prima che balza subito all’attenzione di molti è la differenza di trattamento che Bruxelles ha riservato al salvataggio della banca tedesca: dopo tre anni infatti non ha ancora reso noto di quanto verrà abbattuto il valore dei crediti in default dell’istituto di Ambrugo, cosa che invece venne annunciata subito nel caso italiano, destabilizzando ovviamente i mercati.

Altra differenza sostanziale è che la Commissione Ue ha concesso oltre 1 anno di tempo per cedere la Hsh Nordbank, mentre per le quattro banche italiane furono dati solo 5 mesi, decretando così una maggiore difficoltà nello svendere in così poco temo gli istituti. Differenze di trattamento che, come sottolinea il Corriere della Sera rivelano “quanto fragile sia la fiducia verso l’Italia nel resto d’Europa”.
Da qui la critica all’Ue ma anche al nostro governo che invece che uscire dall’impasse, con il decreto varato venerdì scorso non rafforza gli attuali bilanci delle banche.

“Il provvedimento influenzerà infatti soprattutto il credito concesso da domani in poi, non lo stock esistente di 360 miliardi lordi di prestiti oggi a rischio di insolvenza. Mancano informazioni certe, perché in Italia è ormai normale evitare di presentare i testi delle misure appena varate dal governo. Eppure nel decreto sembra esserci poco di utile a far risalire il valore dei crediti deteriorati nei bilanci delle banche. È caduta l’ipotesi di rendere obbligatorio un rito semplificato, a giudice unico, per accelerare i recuperi degli immobili a garanzia dei prestiti. È sparita l’idea di permettere alle banche di entrare in possesso delle quote di controllo delle imprese che non rimborsano. Probabile che abbia pesato sul governo una constatazione oggettiva: in Italia gli elettori indebitati sono più numerosi dei loro creditori”.

In questa situazione ieri i titoli bancari sono crollati a Piazza Affari perché gli investitori si sono resi conti che il valore dei crediti in default resta al minimo e molti istituti non hanno accantonato riserve sufficienti a coprire le perdite. Perciò è probabile che la Bce possa chiedere loro di trovare nuovo capitale sul mercato, cosa non facile come dimostra il recente caso della Popolare di Vicenza.

“Tutto sarebbe più agevole se una vera ripresa sollevasse come un’alta marea tutte le barche in Italia. Per ora però il fondo Atlante ha eliminato solo il rischio del crash di Vicenza e di una nuova falcidie di risparmiatori legati a quell’istituto. Il problema sistemico del settore bancario rimane”.