ITALIA A CRESCITA ZERO, L’OTTIMISMO NON SERVE

di Redazione Wall Street Italia
17 Luglio 2005 17:42

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(WSI) – E´ possibile parlare di un´Italia «zero» e di una compagine governativa incosciente, o almeno sbadata, come quei bambini che dimenticano sempre a casa il quaderno dei compiti? E´ possibile. In questi giorni, ad esempio, si manifesta una grande allegria ufficiale e si fa di nuovo sfoggio di grande ottimismo perché nel secondo trimestre dell´anno (da aprile a giugno) l´Italia sarebbe finalmente uscita dalla recessione, nella quale si trovava da sei mesi. Le grancasse sono tornate a suonare insieme alle trombe: ve l´avevamo detto che era cosa di poco conto, qualche mese al massimo e poi di nuovo via con la crescita, siamo un bel paese, ricco e fortunato.

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Le cose, tanto per cambiare, non stanno proprio così. E´ vero che, probabilmente, con il secondo trimestre l´Italia è uscita dall´area della recessione. Questo almeno dicono gli esperti, anche se per ora manca una conferma ufficiale. Ma gli stessi esperti dicono che la crescita del secondo trimestre (sul trimestre precedente) dovrebbe essere al massimo dello 0,1 per cento. Qualcosa che in termini annualizzati non arriva nemmeno allo 0,5 per cento. Più che una ripresina, quella del secondo trimestre, appare come un leggerissimo stormir di foglie. Uno molto attento può anche averla vista. Gli italiani no. E infatti basta parlare con gli imprenditori per sentirsi dire due cose molto semplici.

La prima è che nel secondo trimestre del 2005 le cose sono andate effettivamente un pochino meglio. La seconda è che questo miglioramento (quasi impercettibile) è dovuto al solo fatto che il dollaro si è un po´ ripreso e questo ha aiutato le nostre esportazioni in quell´area. Non di molto, come si è detto, visto che alla fine la crescita sarà stata dello 0,1 per cento.
Una crescita del genere, chiunque lo capisce, è talmente bassa, quasi inconsistente, che basta niente per liquidarla. E di elementi che possono insidiare questa ripresina e farla morire magari già nel terzo trimestre ce ne sono in giro parecchi. Due in particolare: il dollaro e il petrolio.

La moneta americana oggi appare in ripersa, e questo va bene perché sospinge in avanti e tiene a galla la ripresina italiana. Però si sa che i mercati delle valute sono mutevoli e anche molto bizzarri. Per un niente i signori delle monete, i signori che nelle sale operative spostano migliaia di miliardi di euro o di dollari nel giro di pochi minuti, possono decidere che è ora di lasciare il dollaro per spostarsi su un euro o su un´altra valuta.

Insomma, su una ripresina sostenuta dalla rivalutazione del dollaro non c´è da contare troppo. Oggi appare improbabile (va detto) un arretramento del dollaro. Però è meglio essere cauti. Il secondo elemento è rappresentato dal prezzo del petrolio. E anche questo è un elemento molto insidioso. Adesso sembra calmo, da qualche giorno. Ma non è possibile liberarsi con una semplice alzata di spalle delle previsioni che parlano di un petrolio a 90 dollari al barile. Se mai questo prezzo dovesse essere raggiunto (e magari in tempi rapidi), qui in Italia si può tranquillamente chiudere bottega. Altro che ripresina: in autunno potremmo conoscere una recessione dura e cattiva. Proprio di quelle che nessun governante e nessun paese vorrebbe mai incontrare sulla propria strada. Non è detto che accada e bisogna fare voti perché non succeda. Ma, nel caso, qui salta per aria tutto: tanto i conti delle imprese quanto quelli dello Stato (con la necessità, quindi, di nuove tasse e subito).

Insomma, fare festa aiuta e stimola l´ottimismo, ma in questo caso, forse, sarebbe bene essere un po´ prudenti e tenere un paio di uomini di vedetta sul pennone più alto della nave a scrutare l´orizzonte. Pronti a rientrare nel porto se il petrolio dovesse salire ancora o se il dollaro dovesse scendere.

Visto che si parla di numeri, conviene dare un´occhiata anche alle previsioni del governo, e in particolare a quella che vede nel 2006 una crescita italiana all´1,5 per cento. In realtà, più che una previsione questa è una speranza. Dato lo scenario internazionale, nessuno è in grado di dire che cosa succederà nel 2006. Quello che si sa, ad esempio, è che se il petrolio dovesse arrivare a 70 o a 80 dollari al barile, probabilmente anche il 2006 sarebbe di recessione secca.

Circolano, comunque, report di analisti indipendenti (non del governo) che per il 2006 parlano, prudentemente, di una crescita appena inferiori all´1 per cento (lo 0,9 per la precisione). Una cifra modesta, ma che potrebbe essere rapidamente dimezzata da un eventuale scossone del petrolio o del dollaro. In questo caso finiremmo di nuovo dalle parti di una crescita intorno allo 0,5 per cento. Insomma, si riconfermerebbe che siamo appunto un paese «zero», condannato a girare intorno al nulla. Forse per l´eternità. Soprattutto se nessuno fa niente e se si lascia che il degrado e il declino continuino a andare avanti. La Germania è stata in crisi più di noi, ma adesso si sta muovendo. Noi abbiamo una crisi più dolce, ma siamo sempre in crisi. Fermi, come statue di gesso.

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