Irlanda, debiti, euro: “Tutte le paure del mercato sono esagerate”

21 Novembre 2010, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Perché assistiamo a questo surreale psicodramma di un’Europa che vuole obbligare l’Irlanda a essere aiutata, facendone per di più una questione di ore, altrimenti chissà che cosa succede? E perché i mercati vendono euro e comprano dollari come se l’America fosse il paese con le prospettive di finanza pubblica più solide del pianeta? Le borse scendono, l’oro perde 100 dollari e i titoli di stato di mezza Europa si inabissano per cosa, per 20 miliardi di buco in più?

Lo psicodramma ha molte concause. C’è la Merkel che deve fare vedere ai suoi elettori che l’Europa sta in piedi. C’è ancora la Merkel che vuole costringere l’Irlanda ad alzare la tassa sulle società (ovviamente l’opposizione irlandese è strenua, dal momento che sono in gioco migliaia di posti di lavoro di società americane ed europee basate a Dublino). Ci sono le faide intraeuropee sul coinvolgimento dei privati nelle ristrutturazioni del debito pubblico dal 2013 in avanti. Ci sono i mercati che, vedendosi bombardati ogni dieci minuti da Bloomberg che annuncia i nuovi massimi di spread di questo o di quel paese, pensano che la fine di Eurolandia sia nuovamente vicina e vendono.

Ci sono i governi di un terzo di Europa, che devono pagare tassi crescenti per vendere la loro carta, che vogliono mettere una bella toppa all’Irlanda e che non se ne parli più. C’è la Bce preoccupata per i titoli delle banche irlandesi che sta scontando (le banche centrali detestano le perdite sul loro portafoglio, le considerano un’ammissione del fatto che stanno facendo impropriamente politica fiscale e temono che, dovessero un giorno essere ricapitalizzate, addio autonomia).

Infine c’è sempre il politico finlandese o austriaco (in aprile slovacco e tedesco) alla ricerca del warholiano quarto d’ora di celebrità che gonfia il petto e dice che lui il debito greco o irlandese non lo vuole pagare (e i mercati subito a credergli). Insomma, tutti preoccupati tranne il malato, l’Irlanda, che ha soldi fino a metà 2011 senza dovere emettere più nulla.
Quanto al contagio, dietro alla Grecia e al Portogallo (ma non erano già malati terminali?) il bersaglio grosso è la Spagna. Pochi notano tuttavia che
in generale i paesi della nuova austerità mediterranea, quelli che dovevano precipitare nella deflazione e nell’implosione del loro apparato produttivo, stanno andando molto meglio del previsto.

La produzione industriale spagnola è del 6.3 per cento più alta di un anno fa e gli ordini sono buoni. Il disavanzo pubblico sta scendendo più velocemente di quanto concordato con Bruxelles. Il prezzo delle case è sceso alla fine solo del 13 per cento rispetto ai massimi del 2007 (molto meno che in America, in Irlanda e in Inghilterra) e ora scende molto lentamente (a una velocità annualizzata del 2 per cento). Diminuisce con regolarità la quantità di titoli che le banche spagnole portano a scontare alla Bce, segno che le banche riescono sempre più a finanziarsi attraverso i canali ordinari.

Accanto ai temi europei, grande apprensione sta generando l’inflazione cinese e la possibilità di ulteriori rialzi dei tassi. L’inflazione (in Cina, ma anche in molti paesi emergenti) è in questo momento soprattutto alimentare, ma non solo. Il governo ha istituito un blocco dei prezzi (tutto pur di non rivalutare, ha commentato Krugman) e altri aumenti delle riserve obbligatorie delle banche sono in cantiere.

Lo strumento più potente di politica monetaria in Cina non è tuttavia costituito dalle riserve bancarie o dai tassi (che si aumentano il meno possibile nel timore di essere inondati di capitali della diaspora cinese, con conseguente rivalutazione del renminbi) bensì dalla quantità complessiva di nuovo credito erogabile. E’ probabile che nel 2011 non venga ridotta, ma è possibile che la distribuzione durante l’anno sia caricata soprattutto sul secondo semestre, in modo da avere un po’ di decongestionamento nei prossimi mesi. E’ fine tuning, non è una tragedia.

Altro tema di paure, questa volta in America, è la confusione sul Quantitative Easing. Si teme che sia troppo efficace. Si teme che sia inefficace. Si teme che venga interrotto. Si teme che non venga interrotto. Nel frattempo i titoli lunghi continuano a perdere terreno (temendo l’inflazione dietro l’angolo), anche se l’oro scende e anche se l’inflazione (quella effettiva, non quella fantasticata) tocca il livello più basso da 70 anni (0.6 per cento anno su anno il core Cpi).

Viene dato rilievo al manifesto di protesta di alcune centinaia di economisti contro il QE2, ma si tratta di una battaglia soprattutto politica. La Fed andrà avanti a testa bassa sulla sua strada, ma la novità è che la stessa madre di tutte le colombe, la Yellen, dice che con questo clima sarà difficile pensare a un eventuale QE3. Su un terreno più costruttivo, sembra molto buono il piano ufficiale bipartisan sul risanamento strutturale delle finanze pubbliche americane (è il terzo piano in una settimana ed è il più autorevole). Iva federale al 6.5 da destinare totalmente a riduzione del debito, due sole aliquote (di cui la più alta abbassata al 27), tagli intelligenti a sanità e pensioni e disboscamento di detrazioni e deduzioni.

Il nuovo Obama (un cane bastonato, lo descrive Krugman) sponsorizzerà questo piano nell’ambito di una svolta neoclintoniana che potrebbe essere confermata dalla nomina dell’ottimo Roger Altman a successore di Summers. L’adozione del piano potrebbe indurci a rivedere l’opinione strutturalmente negativa sul dollaro, ma è meglio non entusiasmarsi, perché la battaglia sarà durissima. Obama e il piano dovranno vedersela, prima ancora che con i repubblicani, con l’ala liberal dei democratici del Congresso, guidata ancora una volta dalla riconfermata Nancy Pelosi.

Le paure su Europa, Cina e Stati Uniti non sono totalmente prive di fondamento, ma sono esagerate. A ingigantirle non è altro che il posizionamento dei portafogli dopo nove settimane di forte e veloce rialzo. La stessa cosa accadde un anno fa a quest’epoca.

Vi ricordate Dubai? Se non ci fosse stata la crisi fra pochi mesi, nell’aprile 2011, sarebbero partiti i lavori del progetto Alpi Dubai, una catena montuosa artificiale coperta di 36 chilometri, con 19 montagne, numerosi ghiacciai e un vulcano artificiale. Invece niente, venne la crisi e il mondo temette il colpo di grazia per le banche inglesi creditrici e il contagio verso tutti i debitori deboli. Dubai ovviamente aveva problemi veri, ma il panico sui mercati fu dovuto essenzialmente al fatto che erano saliti ininterrottamente da marzo e qualsiasi scusa era buona per consolidare. Dubai allora, l’Irlanda oggi.

Che fine ha fatto Dubai? I prezzi delle case sono scesi parecchio, ma si sono stabilizzati. I bond di entità semisovrane sono stati ristrutturati, ma non è stato devastante. L’emirato è tornato sui mercati e ha raccolto di recente 250 milioni. La borsa è scesa fino a due mesi fa. Sui minimi perdeva il 75 per cento, ma è già risalita del 15. Oggi ha i multipli più bassi del mondo e i rendimenti più alti, con uno dei rapporti più bassi tra debiti e mezzi propri.
Abu Dhabi dista solo 119 chilometri da Dubai e l’autostrada è molto trafficata, specialmente la mattina. Abu Dhabi ha aiutato molto Dubai. Dublino dista di più da Bruxelles, 773 chilometri, ma verrà aiutata lo stesso (anche da Francoforte e perfino da Londra). Anche se non vuole.

Copyright © Il Rosso e il Nero, settimanale di strategia di Kairos Partners SGR. All rights reserved

*Questo documento e’ stato preparato da Alessandro Fugnoli, strategist Kairos Partners SGR. ed e’ rivolto esclusivamente ad investitori istituzionali ovvero ad operatori qualificati, così come definiti nell’art. 31 del Regolamento Consob n° 11522 del 1° luglio 1998 e successive modifiche ed integrazioni. Le analisi qui pubblicate non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.