IRAN, IL GRANDE BROGLIO

13 Luglio 2009, di Redazione Wall Street Italia
Dietro lo pseudonimo “Tudor City Citizen” si nasconde una fonte dell’intelligence occidentale. Questo rapporto, che Wall Street Italia pubblica in esclusiva, circola in ristrettissimi ambienti delle Nazioni Unite a New York. Il contenuto esprime il pensiero dell’ autore e non rappresenta la linea editoriale di WSI, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Il 12 Giugno si sono avute in Iran le elezioni Presidenziali ed Ahmadinejad ha vinto con un tale margine di vantaggio che si è subito gridato al broglio. La gente ha cominciato a protestare e scendere per strada, prima a Tehran e poi in altri centri urbani. Dopo oltre due settimane di contestazione e confronto si sono avuti una ventina di morti e qualcosa come un migliaio di arresti. Mai, dai tempi della Rivoluzione, si eran visti nel Paese cortei e manifestazioni di tale entità. La società iraniana ne è uscita ferita e dilaniata ed il regime ha visto esplodere al suo interno una lotta di potere così intensa da poterne minare la stabilità.

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A seguito delle proteste dei candidati sconfitti vi è stata ieri la riconta del dieci per cento dei voti: Ahmadinejad ne è uscito nuovamente vincitore ed è ora da considerarsi a tutti gli effetti eletto Presidente.

Si è trattato di una vera e propria farsa: la maggior parte del Paese avrebbe espresso il suo suffragio a favore di Mir-Hossein Moussavi ed Ahmadinejad, più che rieletto, sarebbe da considerarsi nominato. Secondo dati del Ministero degli Interni, raccolti da fonti dell’intelligence occidentale, Moussavi avrebbe trionfato raccogliendo qualcosa come 19 milioni di voti. Dopo di lui si sarebbe piazzato Karroubi, con circa 8–9 milioni di suffragi. Ahmadinejad sarebbe giunto terzo con pressappoco 4 milioni di preferenze ed ultimo Mohsen Rezai, con non più di 800mila.

La successiva riconta delle schede sarebbe stata puro teatro. Infatti, se non vi fossero stati brogli, la riconta si sarebbe fatta subito e non dopo poco più di due settimane: con questo sistema si è avuto tutto il tempo per preparare le schede ed ottenere il risultato voluto. Le fazioni al potere sapevano perfettamente che avrebbero dovuto mentire e che queste bugie, per risultare credibili, dovano essere colossali. Cosa aspettarsi a questo punto?

Ci si dovrebbe aspettare un primo anno segnato dalla scelta di dar precedenza alla politica interna ed ai fatti di casa. La fiducia della nazione, rispetto alla politica, ha subito un duro colpo e si è incrinata. Il paradigma repubblicano ed il principio di sovranità popolare sono stati violati: il voto ha finito col contar ben poco e l’elettore si è visto ignorato, tradito e scavalcato. Sono seguite sommosse, morti, feriti, una dura repressione e non pochi arresti tra moderati, riformisti e tutti coloro favorevoli ad un sistema più aperto e ad un dialogo tra le parti.

L’alleanza tra l’Ayatollah Khamenei, Capo Supremo della Rivoluzione, ed i Pasdaran si è rinsaldata. Ahmadinejad, come portavoce di quest’ alleanza, ne è emerso più forte e si è visto rinnovare la sua carica di Presidente. Per giungere a questo risultato sono stati gradualmente isolati gli altri gruppi: Moussavi, con sua moglie, agli arresti domiciliari; le comunicazioni interrotte; la stampa imbavagliata; i siti oscurati; Rafsanjani tagliato fuori: la sua nomina a capo del Consiglio degli Esperti ed a quello del Discernimento è da interpretarsi come un contentino offerto all’ altare della sua irrilevanza. Tutti i principali gruppi riformisti e gli elementi più moderati sono stati esautorati o tolti di mezzo. Molti son finiti in carcere, le loro pubblicazioni bloccate ed i loro siti chiusi. Hanno fatto la fine del Movimento per la Libertà dell’Iran di Yazdi. Si è trattato a tutti gli effetti di un vero e proprio colpo di stato.

In politica Estera i prossimi quattro anni saran marcati da confronto e tensioni: Ahmadinejad ha descritto il Presidente Obama come un nuovo Bush e Khamenei ha posto un freno al dialogo con gli Stati Uniti, arrivando al punto di menzionare una lettera riservata indirizzatagli dal Presidente Americano. Malgrado ciò, tuttavia, non sono da escludersi tentativi di approccio con Washington. Resta comunque dubbio che per il primo anno si possa iniziare ad aprire un dialogo fecondo con l’amministrazione Americana.

Riguardo al popolo, è oggi impossibile far predizioni. Una cosa è però certa: sotto le ceneri continua a covare il fuoco. L’orgoglio e la fiducia della nazione iraniana sono usciti in frantumi. Buona parte della gioventù vedrebbe con favore un sistema caratterizzato da maggior democrazia, libere elezioni, concorrenza politica ed un informazione non imbavagliata. Indipendentemente dal loro credo politico o religioso, coloro che hanno sostenuto Moussavi e Karroubi vorrebbero fruire di più ampie libertà.

La domanda è: che cosa questi giovani intendono per libertà e quale tipo di governo sembrerebbero richiedere? È dato sapere che cosa pensa la maggioranza di loro? Sono per conservare la Repubblica Islamica, pur volendola modificare in senso liberale, oppure le loro scelte andrebbero ad uno stato laico caratterizzato da una democrazia come la si concepisce in Occidente?

E’ una domanda di non facile risposta: mancano i sondaggi, non vi sono referendum, i giovani non vengono consultati e ciò che si sa è frammentario ed incompleto. È tuttavia evidente che le opinioni sono numerose e tra loro discordanti: non tutti sono ostili all’idea di una Repubblica Islamica, altri vedono come nefasto il concetto sciita del Velayat – al – Faqih, ovvero il Governo del Giurista, nel quale uno studioso di dottrina coranica – presumibilmente di nomina divina – esercita piena autorità sul governo ed il corpo degli eletti. Costoro eliminerebbero volentieri il termine “Islamico” dalla parola Repubblica. I tempi non sono ancora maturi e forse è ancora presto per avere una risposta.

Per i prossimi quattro anni non vi sarà purtroppo da scherzare: il controllo politico risulterà molto intenso, come fortissima la tentazione di chiudere il Paese e soffocare il dissenso. Assisteremo ad uno scontro di lunga durata con protagonista uno stato nazionalista e militarizzato, sostenuto dagli apparati di sicurezza, animato da un unica ideologia e mirante al controllo di ogni settore della società, incurante dell’opinione pubblica e senza la minima intenzione di spartire questo controllo. Regnerà sul Paese un atmosfera di chiusura e di censura a scapito soprattutto dei giovani, degli elementi riformisti e di tutti coloro che vorrebbero un Iran più moderno e meglio integrato nella comunità internazionale.

Il popolo è oggi piegato al silenzio. Fino a quando potrà durare? Due anni? Quattro anni? Dieci anni? Rispondere a queste domande non è per ora possibile: molto dipende da ciò che finirà con l’accadere in seno alla società. La situazione economica è in fase di peggioramento, il lavoro difficile da trovare, la repressione dura ed efficace. Nei confronti del cittadino aspettarsi, purtroppo, maggiore durezza e violazione dei diritti umani. Di particolare interesse sarà l’osservazione del mondo femminile che in questi anni si è mostrato sempre più attivo ed aperto alla contestazione. Al suo interno fervono discussioni sui diritti sociali, giuridici, politici, di lavoro, di divorzio, di eredità. Per un gran numero di queste donne libertà, e tutto ciò che recepiscono come loro diritti fondamentali, va ben oltre il pensiero religioso: sono da intendersi come essenza stessa dei diritti umani.

Dopo il giuramento di Ahmadinejad e la formazione del nuovo governo, l’obbiettivo principale, in campo internazionale, sarà assicurarsi che il Paese mantenga – se non addirittura accresca – il suo ruolo di potenza regionale, facendo passare in secondo piano persino il dialogo con gli Stati Uniti e l’ Europa. Questa politica avrebbe anche l’appoggio di Mosca e di Pechino che, non a caso, sono stati i primi a riconoscere come valida l’ elezione di Ahmadinejad. Tra Russia, Cina ed Iran vi è anche cooperazione strategica per limitare la portata delle sanzioni internazionali, come reso evidente dalla recente presa di posizione del Ministro degli Esteri Russo Lavrov nel corso dell’ultimo vertice di Trieste.

I Russi sono furbissimi e fanno di tutto per giocarsi al meglio la carta Iraniana. Per loro la partita consiste nel controllare ed eventualmente tenere sotto scacco la presenza di Washington in Medio Oriente ed in Asia Centrale, in particolar modo nelle regioni del Caucaso e l’area del mar Caspio. Fondamentale per Mosca è veder diminuire la pressione Americana in quelle zone ed anche in Pakistan, India e Turchia.

La carta dell’ Iran è dunque di grande importanza per la Russia. Serve per ricavarsi uno spazio all’interno di queste crisi regionali e riequilibrare la presenza degli Stati Uniti. Oltre a non nutrire una grande fiducia nell’ azione Americana, Mosca vede con sospetto la politica della NATO, come evidenziato dai recenti sviluppi in Georgia ed Ucraina. Non è troppo entusiasta neanche della sua presenza in Afghanistan e del ruolo della Turchia al suo interno. Di particolare fastidio è stata la recente creazione di una base Francese negli Emirati, seguita dalla vendita di un certo numero di modernissimi aerei da caccia e da conversazioni con gli Stati Uniti per un eventuale installazione di missili. È bene anche ricordare il ruolo di Parigi nelle recenti elezioni in Libano. Non a caso Tehran ha passato alla Cina una concessione di ricerche petrolifere precedentemente destinata alla Total.

Per Tehran, la Russia è sopratutto strumento di temporeggiamento che consente di guadagnare tempo. Inoltre, pur rimanendo contraria alla produzione di un suo ordigno nucleare, essa offre all’Iran tecnologie sofisticate anche in campo militare. Per assicurarsi questo rapporto l’ Iran viene incontro a tutta una serie di timori di Mosca, negando il proprio appoggio ai numerosi gruppi separatisti Islamici operanti negli ex-territori Sovietici, come Daghestan e Cecenia.

La Cina ha intenzionalmente separato la politica dall’economia. L’Iran è per Pechino un partner economico di grande importanza, con qualcosa come 56 miliardi di dollari di interscambio annuale. Esporta soprattutto gas e petrolio, ricevendone in cambio una quantità di prodotti finiti, incluse componenti missilistiche per la sua industria bellica.