INVESTITORI DI TUTTA ITALIA, UNITEVI !

2 Gennaio 2004, di Redazione Wall Street Italia

I risparmi, le liquidazioni e le pensioni finite nelle voragini aperte da
Cirio, Parmalat e Argentina. Poi tante altre vicende minori ma altrettanto
gravose, come i collocamenti gonfiati di molte società del Nuovo Mercato di
qualche anno fa.

Le storie da “parco buoi” in Italia sono decine, ma
questa volta la reazione dei risparmiatori sembra essere diversa, il solito
sdegno moralista si coniuga con la tendenza a reagire e a organizzarsi. Hanno
cominciato le associazioni dei consumatori, si sono mossi piccoli azionisti di
grandi società (Bnl, Telecom Italia) per vedere riconosciute prerogative che
nei paesi di capitalismo evoluto sono prassi comune.

E’ ancora un fronte
magmatico, dove l’anima consumeristica si affianca a strutture sofisticate
utilizzate all’estero dagli investitori istituzionali – soprattutto fondi
pensione – ma entrambe si scontrano con un sistema che è normativamente e
culturalmente impreparato a gestire queste situazioni. Allora si procede con
il “fai da te”: la tecnologia aiuta, come dimostra il sito messo su dalla
procura di Milano per dare le informazioni ai risparmiatori coinvolti nel crac
della Parmalat.

L’esempio più imponente è quello della task force Argentina,
oltre 400 mila iscritti che, con l’aiuto delle stesse banche, hanno portato
una voce unica al tavolo delle trattative con il governo sudamericano. Sui
casi Cirio e Parmalat c’è chi tenta di importare la class action in Italia
(non è prevista dall’ordinamento). E’ il meccanismo con cui negli Usa
migliaia di consumatori/risparmiatori truffati riescono ad agire
collettivamente contro le grandi aziende.

«In Italia noi dobbiamo realizzare
centinaia di atti singoli per ogni nostro associato – spiega Domenco Bacci,
presidente del Siti, un’associazione che dal 1994 si occupa di assistere gli
azionisti – Il sistema di tutela è migliorabile da molti punti di vista: c’è
il problema delle troppe authority che inevitabilmente giocano allo
scaricabarile e anche la magistratura dovrebbe capire che in questi casi
condannare i colpevoli è solo una parte dei suoi compiti, è altrettanto
importante assicurare un risarcimento a tutti coloro che hanno perso il
proprio denaro».

Miglioramenti legislativi che nessuno tra i due poli (in senso politico)
sembra voler sostenere. I politici italiani non se ne accorgono, troppo
impegnati a tifare per Tremonti o per Fazio, ma il 20% delle famiglie italiane
possiede azioni e oltre l’80% del patrimonio degli italiani è costituito da
attività finanziarie diverse dai depositi bancari, gli unici
costituzionalmente garantiti. Insomma un problema del sistema finanziario
diventa automaticamente un problema politico.

Come negli Stati Uniti, questi
temi peseranno sempre di più agli occhi degli elettori. Per questo la
tentazione tra le associazioni dei consumatori di buttarsi direttamente in
politica è forte, fortissima. Se ne sta discutendo, anche in vista delle
prossime europee.

Lo ammette Elio Lannutti, leader storico del movimento dei
consumatori italiani, presidente dell’Adusbef, una delle quattro sigle (le
altre sono Adoc, Codacons e Federconsumatori) che compongono l’Intesa
consumatori. Lannutti aveva già tentato la via della politica, presentandosi
alle elezioni del maggio 2001 con la lista di Antonio Di Pietro. «Ma oggi –
dice – non si può ripetere un errore così grande. Perché schierandosi –
argomenta – le associazioni dei consumatori perdono di autonomia e di
credibilità.

Tuttavia non c’è dubbio che i rappresentanti dei consumatori
debbano pesare di più nelle istituzioni». «C’è un enorme ritardo degli
uomini politici ad affrontare i nodi sistemici», sottoscrive Bruno Tabacci,
ex Dc, oggi Udc, presidente della Commissione Attività produttive della
Camera che è diventato, suo malgrado, una sorta di “difensore civico” dei
piccoli risparmiatori truffati.

Detto ciò, Tabacci esclude che dai movimenti
dei risparmiatori possa prendere corpo una sorta di partito politico. Anche
perché la diffidenza nei confronti della politica è una costante di chi
lavora per i risparmiatori. «Su Parmalat, la reazione da parte del sistemi
politici è pessima – commenta Umberto Mosetti, professore universitario e
consulente di Deminor, la società europea che in sei paesi assiste piccoli e
grandi investitori e in questo momento sta preparando un’azione su Parmalat –
ma parlare di vuoti normativi suona come un alibi.

In realtà la legge sulla
finanza ha solo cinque anni ed è buona. Proviamo ad utilizzare fino in fondo
gli strumenti che ci sono e vediamo. Ma soprattutto cerchiamo di realizzare un
cambio culturale: i fondi d’investimento o gli analisti non sono abituati a
dissentire con gli azionisti di maggioranza». E’ nel mercato, più che nei
controllori o nei paladini politici, che va cercata la tutela degli
investitori. Che intanto si organizzano.

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