INVESTIMENTI: CHE FARE NEL DOPO SADDAM?

9 Aprile 2003, di Redazione Wall Street Italia

Con l’invasione dell’Iraq ormai alle battute finali, le borse potrebbero finalmente intraprendere quel trend rialzista in cui tutti sperano. Uno dei consigli piu’ gettonati del momento e’: “Uscite dai titoli di Stato a lunga scadenza e sovrappesate l’equity”.

Le banche d’affari piu’ ottimiste si spingono a raccomandare portafogli tipo con un 65-70% investito in azioni, un 25% in obbligazioni e il resto in liquidita’. La domanda da porsi, pero’, e’ se questo sia un consiglio adatto a tutte le tasche.

Tralasciamo i trader aggressivi in cerca di singole occasioni, che probabilmente hanno tutto da guadagnare dalla volatilita’ che continua a dominare i mercati. Per gli investitori privati che gestiscono in proprio il patrimonio a disposizione i dubbi sulla validita’ di simili raccomandazioni sono molti. Basta guardare il grafico degli indici azionari piu’ seguiti sulla scena mondiale per capire che non ci sono al momento indicazioni univoche che i mercati siano entrati in un trend rialzista sostenibile nel lungo periodo.

E’ probabile che dopo un periodo tanto nero per le borse, l’investimento azionario tornera’ a regalare qualche soddisfazione agli investitori. Tuttavia, cercare di centrare con precisione il punto di svolta tra un trend ribassista e uno rialzista potrebbe costare caro a chi non ha una forte propensione al rischio.

Certo, la storia insegna che chi ha azzeccato il momento giusto per investire in borsa alla fine di un mercato orso ha portato a casa lauti guadagni in breve tempo. Ma non illudiamoci: si tratta di investitori incoscienti o molto capaci. Tutti gli altri dovrebbero tenere a mente che la prudenza negli investimenti e’ avara di soddisfazioni nel breve termine, ma e’ altresi’ generosa nel lungo periodo. A distanza di anni la corretta gestione del rischio e una buona asset allocation tendono a battere anche il migliore dei timing e la migliore strategia di stock picking.

Che fare allora? Il consiglio di sottopesare i titoli di Stato a lunga scadenza e’ probabilmente valido, soprattutto per quanto riguarda l’area USA. Il venire meno del rischio guerra, i tassi d’interesse ai minimi storici e l’aggravarsi dei deficit di bilancio suggeriscono l’opportunita’ di ridurre l’esposizione su questo comparto.

Prima di tornare ad investire selvaggiamente sui titoli tecnologici e’ opportuno pero’ valutare un parcheggio momentaneo che offra un compromesso tra rischio e rendimento in attesa che in borsa si sviluppi un trend piu’ definito.

Da questo punto di vista, l’area corporate bond a breve scadenza e basso rating puo’ essere un’opportunita’ da valutare. Inutile negare che comprare obbligazioni con rating “BBB”, “BB” o addirittura “B” e’ rischioso. Tuttavia, all’interno di questo comparto si possono acquistare titoli con prezzi sotto la parita’ e rendimenti interessanti, in grado di restituire con buone probabilita’ il denaro al risparmiatore in tempo perche’ questo rientri in borsa su nomi piu’ aggressivi.

Casi come Cirio, WorldCom ed Enron hanno dimostrato che anche in questo caso e’ possibile perdere parecchi soldi, anche se in generale il rischio e’ inferiore rispetto a quello che si corre comprando le azioni delle stesse societa’. Lo svantaggio delle obbligazioni e’ che si tratta di titoli meno liquidi e con una differenza tra prezzo di acquisto e vendita che rende scomodo, se non poco conveniente, uscire anticipatamente dall’investimento.

Il vantaggio, oltre al minor rischio rispetto all’investimento azionario, e’ che questi bond offrono un rendimento interessante e godono di condizioni al contorno al momento piuttosto favorevoli. I tagli alla spesa in conto capitale e le pressioni dei money manager hanno portato molte societa’ ad adottare politiche di riduzione dell’indebitamento. Cio’ potrebbe tradursi in un prossimo futuro in una riduzione del rischio di insolvenza e in un innalzamento del merito di credito da parte delle societa’ di rating.

Tra le tante opportunita’ a disposizione degli investitori italiani si possono citare:

  • GAP: 5,00%, scadenza 30/09/2004, prezzo indicativo 100,50, rendimento 4,62%, rating “Ba2”. La societa’ continua ad attraversare un momento di debolezza. Il debito totale rimane troppo alto rispetto ai mezzi propri. Con un interest coverage ratio di 0,96, GAP mostra una capacita’ di servire il debito (pagare gli interessi grazie alla generazione di utili) molto al di sotto del settore di appartenenza (0,96 contro il 7,25 di Multex).
  • Tyco: 4,375%, scadenza 19/11/2004, prezzo indicativo 98,75, rendimento 5,19%, rating “Ba2”. Dopo gli scandali finanziari dovuti a pratiche poco chiare del vecchio management, la societa’ ha intrapreso un’energica opera di pulizia del bilancio. Il debito a lungo termine e’ in costante calo e l’intenzione della societa’ di ricomprare parte di quanto e’ stato gia’ emesso testimonia una volonta’ di proseguire in questo senso. La percentuale di capitale finanziato con debito rispetto all’equity e’ una delle piu’ basse del settore (0,94 contro 3,10). Il margine operativo (EBIT) non e’ ancora sufficiente per servire adeguatamente il debito.
  • Ericsson: 3,625%, scadenza 12/07/2004, prezzo indicativo 95,75, rendimento 7,28%, rating di Moody’s “B1”, di S&P “BB”. Il gigante dei cellulari svedese continua a versare in difficili condizioni patrimoniali. L’equilibrio finanziario e’ migliorato grazie all’apporto di mezzi freschi conferiti dagli azionisti, e lo stesso ha fatto il rapporto tra debito a lungo termine ed equity, che rimane pero’ al di sopra della media della categoria (0,46 contro 0,26). Al momento, con un interest coverage ratio negativo, la societa’ non e’ in grado di servire il debito con la semplice generazione di utili.
  • Xerox: 5,25%, scadenza 03/12/2004, prezzo indicativo 88,50, rendimento 11,95%, rating “B1”. Anche in questo caso la societa’ ha dimostrato un forte impegno per ristrutturare dei conti poco chiari e una situazione finanziaria difficile. Pur rimanendo con un rapporto tra debito ed equity tra i piu’ alti della categoria, Xerox ha compiuto un grande sforzo sul fronte del free cash flow e ha ridotto l’indebitamento netto.

Quelli sopraelencati sono ovviamente investimenti con un profilo di rischio piuttosto elevato. La diversificazione, in questo caso, e’ d’obbligo.