Inps, Boeri difende Jobs Act. Ma valori pre-crisi lontani

7 Luglio 2016, di Laura Naka Antonelli

Niente aumento dei licenziamenti con l’abolizione dell’art 18 dello Statuto dei lavoratori. Piuttosto, nel rapporto annuale dell’INPS appena reso noto, emerge che lo scorso anno i licenziamenti in Italia sono scesi del 12%.

Così il numero uno dell’Inps, Tito Boeri:

“Si temeva che il superamento della cosiddetta reintegra avrebbe aumentato i licenziamenti. Non sembra essere stato così. L’incidenza dei licenziamenti nel 2015 è diminuita del 12% rispetto all’anno precedente, molto di più di quanto ci si sarebbe potuto aspettare alla luce del miglioramento del quadro congiunturale (per esempio nel 2010 il tasso di licenziamento era diminuito del 3% rispetto al 2009, nonostante la ripresa quell’anno fosse stata più accentuata). Il contratto a tutele crescenti non è fatto per licenziare, ma per stabilizzare l’impiego, incentivando investimenti in capitale umano. Ci vorrà comunque del tempo per compiere una valutazione approfondita della riforma”.

Boeri ha insomma difeso il Jobs Act, che a suo avviso ha funzionato, permettendo al 2015 di confermarsi un anno di grande cambiamento nelle modalità d’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro: “il numero dei contratti a tempo indeterminato è aumentato del 62% e addirittura del 76% per gli under 30 anni, così come la percentuale di occupati con contratti a tempo o stagionali, tra i giovani, è scesa dal 37 al 33%”.

La ripresa delle assunzioni non sarebbe stata sostenuta solo dagli sgravi fiscali.

“Non vi è dubbio che l’esonero contributivo triennale abbia giocato un ruolo cruciale nel cambiare la natura delle assunzioni” , ha ammesso Boeri, che ha fatto notare tuttavia che a beneficiare del provvedimento nel 2015 è stato circa un terzo delle imprese con dipendenti. E il calo delle assunzioni seguito al “grande balzo’ dello scorso anno, “non è stato tale da riportarci al numero di contratti a tempo indeterminato precedente il 2015”. Esattamente, sul nodo degli sgravi fiscali: “al netto del calo fisiologico di inizio 2016, il numero di contratti a tempo indeterminato è aumentato di più di mezzo milione nel 2015. E a partire da marzo 2016 il saldo mese per mese di assunzioni e cessazioni in questi contratti sta ricalcando le dinamiche degli anni precedenti al 2015 per stabilizzarsi su questi livelli più alti”.

Certo, la situazione del mercato del lavoro italiano rimane molto precaria, e a certificarlo è lo stesso rapporto dell’Inps.

In ben 7 anni, esattamente dal 2008 al 2014, nelle aziende con oltre 15 dipendenti sono stati distrutti circa due milioni e mezzo di posti di lavoro (esattamente 2.453.000), tre su quattro dei quali (1.840.000) a causa della chiusura di imprese attive nel 2008. Nel restante 25% dei casi (613.000) i posti di lavoro sono stati distrutti per la decisione, da parte delle aziende che sono tuttora operative, di ridurre la dimensione. Nello stesso arco temporale sono stati creati circa 2,2 milioni di posti di lavoro (2.236.000), di cui poco più della metà (1.170.000) per via della nascita di nuove imprese e la parte restante per l’espansione di imprese già attive nel 2008.

Dalla fine del 2013 è iniziato in ogni caso un “lento movimento di recupero” dei dati sull’occupazione anche se i valori pre-crisi “non sono ancora a portata di mano”. La ripresa della domanda di lavoro ha interessato esclusivamente il lavoro dipendente, mentre riguardo al lavoro indipendente non sono stati rilevati ancora segnali tangibili di una inversione di rotta.

Sulle pensioni il quadro rimane poco confortante. Dal rapporto dell’Inps emerge che:

Circa 6 milioni di pensionati (5.962.650), meno di quattro su dieci pari al 38%, percepiscono assegni lordi mensili sotto i mille euro. Rispetto all’anno precedente (2014) la percentuale di chi ha un reddito da pensione inferiore ai mille euro è calata (era del 40,3% pari a circa 6,5 milioni di pensionati). Il numero dei pensionati Inps è pari a 15.663.809 con un importo lordo medio mensile di 1.464,41 euro (calcolato dividendo l’importo complessivo annuo del reddito pensionistico per 12 e quindi comprensivo del rateo della tredicesima). Il numero delle prestazioni previdenziali è invece di 17.184.075 con un importo lordo medio mensile di 1.093,54 euro.

I pensionati sotto i 500 euro sono 1.686.944 pari al 10,8%. Quelli tra 500 e mille euro sono 4.275.706 (27,2%). Oltre i 3mila euro ci sono 1.010.378 pensionati (6,5%). Le pensionate sono 8.370.756 e percepiscono assegni lordi medi mensili di 1.224,86 euro. I 7.293.053 pensionati maschi percepiscono importi lordi medi mesnili di 1.739,35 euro. Il 47,2% delle pensioni è erogato al Nord; il 19,5% al Centro; il 30,7% al Sud; e il 2,6% all’estero.