INDIGNAMOCI PURE, MA HA VINTO
IL REALITY SHOW

19 Marzo 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Se esistesse uno strumento che misura
l’ipocrisia come si misurano le
polveri sottili delle nostre città, la
scorsa settimana avrebbe battuto tutti
i record. Altro che blocco del traffico,
ci vorrebbe uno sciopero della parola
lungo tre settimane per tornare a respirare
con un minimo di libertà. È come
se il caso Corona, con le sue diverse
appendici politiche, avesse risvegliato
una banda di marziani appena
sbarcati sulla terra.

Ma davvero qualcuno
può ancora far finta di non sapere
che le élite si selezionano da anni, in
tutte le democrazie, con il modello gladiatorio
del reality show?
Dopo che la più importante democrazia
del mondo è stata paralizzata
per anni da un pompino (per non
parlare di dozzine di casi minori)?
Dopo gli scandali che scuotono con
frequenza quasi settimanale il governo
inglese? Dopo che, a partire dai
paesi anglosassoni, la cultura del gossip
si è impadronita perfino di luoghi
che fino a ieri ne erano immuni, dal
Portogallo alla Finlandia?

Nella società
dell’informazione, tutto fa notizia.
Anche la cellulite di Ségolène, o le
pene d’amore di Sarkozy. Proprio in
Francia, l’anno scorso, per la prima
volta, un giornalista si è preso la briga
di raccogliere in un libro tutti i pettegolezzi
a sfondo sessuale
che circolavano da anni nella
capitale. Il risultato,
Sexus Politicus, è diventato
subito un bestseller.

Se questa è la situazione
in un paese nel quale, fino a
qualche tempo fa, un presidente
della Repubblica poteva
nascondere, con la
complicità dell’intera categoria giornalistica,
il fatto di star crescendo una
figlia illegittima, viene da chiedersi
perché le cose dovrebbero essere diverse
qui da noi. Ma ce lo siamo già
scordati che la cosiddetta seconda repubblica
è nata dal grande reality
show di Tangentopoli? Che ha esposto
alla gogna pubblica un’intera classe dirigente,
confondendo tutto e tutti in
un unico, gigantesco calderone? Ma
c’è davvero qualcuno che ancora può
far finta di non capire che le intercettazioni
e le foto rubate sono diventate
il format dominante, non solo nello
show-business, ma anche in
politica e nella finanza? Dopo
il caso Fazio, il caso Lapo
e infiniti altri?

Sono anni, ormai, che la
classe dirigente italiana si seleziona
sulla base di un modello
gladiatorio. Che scaraventa
tutti nell’arena e lascia
che solo i più forti sopravvivano.
Con grande diletto del pubblico
sugli spalti, che non desidera altro che
vedere i suoi beniamini combattere
nel fango. È l’effetto Dagospia, che
annulla la distinzione tra spettacolo ed
esercizio del potere. I vip sono vip, a
qualunque sfera appartengano, in
quanto tali suscitano
la curiosità morbosa
di un popolo di
voyeur che vuole entrare il più possibile
nella loro intimità, scandagliare lo
stile di vita dei ricchi e dei famosi.

Non c’è più alcuna differenza tra
“La vita in diretta” e il Tg5, né tra Eva
3000 e la Repubblica: tutti i media sono
impegnati nello sforzo forsennato
di soddisfare l’inesauribile fame di intimità
e di glamour che percorre la
nostra società e non risparmia nessuno,
dalla casalinga di Voghera al professorino
con gli occhiali che fa finta
di indignarsi. Qualcuno, risvegliandosi
improvvisamente dopo un lungo
sonno, parla di barbarie. Può anche
darsi che abbia ragione. Ma queste sono
le nuove regole del gioco. Inveire
contro questo stato di cose significa
adottare l’atteggiamento dell’imperatore
persiano Serse; che dopo la sconfitta
navale di Salamina diede ordine
di far frustare il mare.

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