«INCAPACE DI COMUNICARE»
PRODI BOCCIATO

25 Gennaio 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Un disastro che neanche il peggior Fantozzi. Goffo, sommesso e mai in sintonia con gli elettori. Con quell’aria da secchione che, come a scuola, dà sui nervi a tutta la classe. Solo che la classe, nel caso di Romano Prodi, sono gli italiani.

E poi quei paragoni disastrosi, dal punto di vista dell’immagine di Palazzo Chigi, tra il suo compito di capo del governo e il lavoro del casaro alle prese con la mozzarella. «Sa come si fa la mozzarella? Si gira e si rigira con pazienza fino a formare una matassa. Diciamo che io sto facendo una mozzarella». Ecco cosa resta, dopo i primi sei mesi di governo, della comunicazione del Professore.

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Prodi rimedia una bocciatura anche lì e da una giuria che non t’aspetti: quella sinistra finora stampella indispensabile del suo governo. L’analisi, impietosa, è di Edoardo Novelli, docente di comunicazione politica all’università di Roma Tre, sulla rivista “aideM” diretta dall’ex girotondino Giulietto Chiesa. Il problema, spiega Novelli, è che su Palazzo Chigi grava il fardello del “fattore C”.

Ovvero di una comunicazione che ha inanellato una serie impressionante di errori. E non si tratta di una cravatta sbagliata o di un manifesto sballato, ma di una strategia miope figlia di una visione critica, di derivazione catto-comunista, della comunicazione in sé, di una coalizione rissosa impossibile da disciplinare e di un premier che per sua natura è lontano «dalle logiche, dai tempi e dai formati della televisione e dell’informazione». Il risultato è quello di un presidente del consiglio simile più ad un ragionier Fantozzi in versione tetra che a un capo del governo.

Fin dall’inizio, accusa Novelli, la coalizione di centrosinistra e il suo leader hanno operato per «trasmettere all’esterno un’immagine penalizzante». Una compagine governativa di oltre cento membri tra ministri e sottosegretari e appena sei donne nell’esecutivo dopo i proclami della campagna elettorale rappresentano «la peggior campagna di comunicazione» che un nuovo governo «possa augurarsi». Il campionario di gaffe e passi falsi continua il giorno dell’insediamento del governo. Quando Prodi, invece di lanciare un messaggio positivo agli italiani per la legislatura appena iniziata, se ne esce così: «L’Italia aspetta. Non possiamo fallire».

Non proprio un inno all’ottimismo. Piuttosto un monito e una minaccia. Come quando risponde così ad una domanda sulla litigiosità dell’Unione: «Se vado a casa io, vanno a casa anche loro. Ci pensino bene». Il guaio di Prodi è che un giorno fa il professorino saccente che sa tutto («sarò il primo della classe», dice il 14 giugno il giorno dopo la visita all’Unione europea), l’altro il premier ostaggio della maggioranza e non, al contrario, il motore di essa («non sono un leader per tutte le stagioni, se vogliamo esaurire la nostra politica al “chi dice, che dici” e al “si dice”, allora prendetevi un altro presidente del consiglio»).

Come se gli elettori dell’Unione, ricorda Novelli, non avessero votato per lui alle Primarie e alle Politiche. Un’abdicazione di fatto al ruolo di leader che si è poi ripetuta nella mancata difesa di un suo ministro, Pierluigi Bersani, ai tempi degli attacchi sulle liberalizzazioni, e nell’assenza dalla tv e quindi di fronte agli italiani – durante della legge Finanziaria o lo scandalo Telecom. Poi ci sono gli errori di forma e di sostanza.

I primi segnalano una trascuratezza eccessiva perfino per chi, come Prodi e il suo stratega Silvio Sircana, hanno scelto la linea del basso profilo per segnare la differenza con Silvio Berlusconi. L’elenco è lungo: conferenze stampa super affollate e spesso senza microfono; dichiarazioni in mezzo alla strada in condizioni ambientali sfavorevoli; scarsa attenzione a palchi, pedane, sfondi e scenografie in occasione di interventi pubblici.

Quanto alla sostanza, chi non ricorda il penoso balletto di prese di posizione sul caso Telecom-Rovati? «Il governo non era a conoscenza dei piani Telecom» (13 settembre 2006); «Dimissioni di Rovati? Non se ne parla proprio» (15 settembre); «Riferire in Parlamento? Ma siamo matti?» (15 settembre); «Per il governo riferirà il ministro Gentiloni» (18 settembre); «Prodi parlerà alla Camera» (19 settembre). Qualche giorno dopo, Prodi fa il bis a proposito della sicurezza del Papa, minacciato dagli estremisti islamici dopo il discorso di Ratisbona e le polemiche sulla frase su Maometto. «Cosa vuole che ne sappia io», risponde il Professore, «vedranno le sue guardie, non so. (…) Non so perché devo rispondere ad una domanda di cui non so assolutamente nulla». Problemi di comunicazione che per Prodi, come afferma il 29 ottobre 2006, «sono di breve periodo. Dopo un po’ ci si accorge che quel che conta è la sostanza». Il guaio per lui è che non c’è neppure quella.

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