In Italia la questione femminile e’ ancora aperta

24 Maggio 2012, di Redazione Wall Street Italia
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Roma – Il rapporto Istat annuale sull’Italia è sempre una miniera inesauribile di informazioni e di statistiche sul nostro paese: una fotografia che, da vent’anni a questa parte, è sempre più allarmante. Ogni indicatore – condizione economica, occupazione, crescita, povertà, servizi erogati, disuguaglianze sociali – evidenzia un progressivo declino, che colpisce come al solito le fasce più deboli, donne, cittadini del sud, disabili, famiglie numerose.

Ecco alcuni dati meramente economici: nelle “Prospettive per l’economia italiana 2012-2013” l’Istat prevede che al sud sono povere 23 famiglie su 100, al Nord 4,9 (dati 2010). Il 67% delle famiglie e il 68,2% delle persone povere risiedono nel Mezzogiorno. Il Pil quest’anno subirà una contrazione dell’1,5% per poi aumentare dello 0,5% nel 2013 trainato dalle esportazioni mentre il tasso di disoccupazione raggiungerà in Italia il 9,5% nel 2012 salendo ulteriormente al 9,6% nel 2013.

Riporta il sito helpconsumatori.it: “Dal 2008 il reddito disponibile delle famiglie è aumentato del 2,1%, ma il potere d’acquisto è sceso del 5%. Nel 2011, per far fronte a questa caduta della capacità d’acquisto, le famiglie hanno ridotto la propensione al risparmio (definita dal rapporto tra il risparmio lordo delle famiglie e il loro reddito disponibile), portandola all’8,8%, il valore più basso dal 1990. Solo nella parte finale dell’anno si è registrata una leggera risalita (al 9,1%), favorendo un’accelerazione della caduta dei consumi. Il reddito disponibile delle famiglie italiane in termini reali é diminuito nel 2011 (-0,6) per il quarto anno consecutivo, tornando sui livelli di 10 anni fa. Il reddito procapite è inferiore del 4% al livello del 1992 e del 7% a quello del 2007. In 4 anni la perdita in termini reali è stata pari 1300 euro a testa.

È peggiorata la condizione delle famiglie numerose: nel 2010 è risultato in condizione di povertà relativa il 29,9% delle famiglie con 5 e più componenti. Secondo l’Ocse, negli ultimi 30 anni è cresciuto molto il divario tra ricchi e poveri nella maggior parte dei paesi avanzati: in Italia la disuguaglianza è aumentata nella prima metà degli anni ‘90 per poi stabilizzarsi.

«Il 2011 verrà ricordato come l’anno dell’instabilità dell’euro» – ha detto il Presidente dell’Istat Enrico Giovannini, ricordando che il 2011 si era aperto nel segno della ripresa, ma poi ha subito l’instabilità della finanza internazionale e la crisi degli Stati sovrani. Giovannini ha sottolineato come «negli ultimi mesi del 2011 ci sia stato un netto cambiamento nella psicologia collettiva del Paese» e che «la vulnerabilità del sistema Italia, dalle imprese alle famiglie, abbia obbligato in maniera traumatica a prendere atto di alcuni problemi e ad auspicare soluzioni rapide e concrete»”.

Tra gli elementi più significativi del rapporto si stagliano le analisi sulla condizione femminile. L’occupazione delle donne, rispetto a quella dei maschi, è aumentata grazie alla diffusione del part time: fra il 1993 e il 2011 due terzi dell’aumento sono riconducibili agli impieghi a orario ridotto. Per una donna che ha figli le cose si complicano terribilmente.

Ecco un’analisi più puntuale del fenomeno: “Solo il 77,3% delle neo madri che erano occupate all’inizio della gravidanza lo sono ancora a due anni dalla nascita del figlio, un dato che è in calo rispetto all’81,6% del 2006. E tra i motivi per i quali si è lasciato o si è perso il lavoro (evento che ha colpito il 22,7% delle neo mamme che erano occupate all’inizio della gravidanza) crescono i licenziamenti con il 23,8% del totale a fronte del 6,9% del 2002/2003. E anche la crescita dell’occupazione delle donne (oltre il 22% in più passando da 7,6 milioni a 9,3) è in chiaroscuro con l’aumento tutto concentrato al Centro e al Nord (+1,5 milioni) mentre nel Sud le donne al lavoro nel 2011 rispetto al 1993 sono appena 196.000 in più. L’Istat segnala come per le donne il cammino nel mondo del lavoro sia comunque molto più complicato di quello degli uomini con una forte presenza nei contratti di collaborazione e nei rapporti a tempo determinato.

La crescita dell’occupazione femminile si è concentrata in questi anni soprattutto nei settori nei quali la presenza femminile era già relativamente più numerosa (insegnanti, ragionieri, infermieri, segretari, commessi, parrucchieri, camerieri, addetti alle pulizie e colf). Le mamme, secondo il Rapporto Istat sono molto più penalizzate dei papà nell’accesso al mondo del lavoro: la probabilità di trovare lavoro per le madri rispetto ai padri è infatti 9 volte inferiore nel Nord, 10 nel Centro e ben 14 nel Mezzogiorno. «Le minori opportunità di occupazione e i guadagni più bassi delle donne, insieme alla instabilità del lavoro, sono fra le principali cause di disuguaglianza in Italia».

La struttura famigliare, che ha subito grandi mutazioni in questi decenni, sembra sia rimasta molto indietro nei rapporti di genere. Riporta l’annuario Istat: “In Italia la divisione dei ruoli di genere all’interno della coppia è ancora tradizionale: l’uomo continua in moltissimi casi ad avere il ruolo di breadwinner e il lavoro domestico e di cura pesa soprattutto sulle donne, indipendentemente dalla loro condizione occupazionale. I dati dell’ultima Indagine Eu Silc indicano che nei due terzi delle coppie in cui la donna ha tra i 25 e i 54 anni il suo contributo economico è nullo o inferiore al 40% del reddito della coppia. Inoltre, anche se non è trascurabile la percentuale di quante guadagnano redditi non distanti da quelli del partner, le donne che hanno una retribuzione più elevata sono una decisa minoranza: il 24,5% delle donne, infatti, percepisce un reddito compreso tra il 40 e il 59% di quello della coppia, il 6,2% un reddito compreso tra il 60 e il 99% e solo nel 2,2% dei casi la donna è l’unica percettrice di reddito. Guardando anche alla divisione dei carichi di lavoro domestico e di cura, in quasi un terzo delle coppie le donne non contribuiscono al reddito familiare e si fanno carico della totalità o quasi del lavoro domestico e di cura; quando c’è una qualche divisione con il partner, è la donna a farsene prevalentemente carico, mentre sono rarissimi i casi nei quali prevale un equilibrio. L’indice che misura l’asimmetria nella distribuzione delle ore allocate ai lavori domestici e di cura è sempre elevato, anche nei casi in cui la donna è l’unica percettrice di reddito (64%) e arriva ad un massimo dell’84% quando la donna non percepisce redditi”.

Insomma ancora una volta il futuro si gioca sulla condizione sociale e familiare della donna. “Dal rapporto annuale dell’Istat – afferma il segretario della Cgil, Susanna Camusso – emerge un paese in cui continua a rimanere una forte discriminazione nei confronti delle donne e una grande disattenzione verso i giovani. L’immagine che viene fuori è quella di un paese che aveva bisogno di investire e riqualificare il sistema industriale e non lo ha fatto”.

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