IN DIFESA DEL PONTE DI MESSINA

13 Ottobre 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Facciamo i ponti per… Baghdad.
Ma guai a fare i ponti per
Messina.Eh già,scrive su Repubblica
Alberto Statera che la sa lunga,ce
l’aveva già promesso Mussolini: il
duce voleva costruirlo appena vinta
la guerra.Eh già.Ma che vuol dire?
Abbiamo perso la guerra, è caduto
Mussolini. L’Italia è (ancora?) una
delle sette grandi potenze economiche,
ma se dopo 60 anni ancora non
siamo stati in grado di costruire un
ponte di tre chilometri e mezzo,non
possiamo gonfiare il petto di orgoglio.

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Riccardo Barenghi scrive sulla
Stampa che è un’opera pubblica
«immensa, faraonica, costosissima,
uno dei più lunghi ponti del mondo,
modernissimo». Non si sarà fatto
prendere la mano dall’entusiasmo,
perché altri ponti nel mondo sono
altrettanto lunghi e “faraonici”e magari
costruiti decenni prima? No,
tranquilli, Barenghi tira la sua sciabolata
sull’impatto ambientale disastroso
e la contiguità con Berlusconi,
«la sua cultura,la sua filosofia,la
sua immagine,il suo rapporto con la
gente,la sua politica».A un lettore di
centro-sinistra non resta che fare gli
scongiuri, sperare in una vendetta
del cielo, un terremoto, le cavallette.
O (hic Rhodus hic salta) nella mafia.

Sì, perché è immediato sulla
stampa italiana il parallelo. «Quell’affare
che fa gola ai boss delle due
sponde», titola la Repubblica.Faceva
gola il porto di Gioia Tauro,e prima
ancora la promessa e sfortunata
acciaieria.Fa gola il business dei traghetti,
la raccolta delle arance e del
bergamotto.Fa gola l’edilizia,gli appalti
per le fognature,il mercato delle
braccia, la riscossione dei tributi.
Le mani sul Ponte dopo le mani sulla
città, il sacco dello Stretto dopo il
sacco di Palermo.

L’allarme è scattato. Intendiamoci,
l’allarme è già scattato, esiste
un ricco dossier della Dia,la direzione
investigativa antimafia.E ora che
i lavori stanno davvero per partire,
polizia e magistratura debbono lanciarsi
pancia a terra per creare un
cordone sanitario e stroncare ogni
minima infiltrazione.Ma è sbagliato
il messaggio che la grande stampa
nazionale lancia. E’ come dire affamiamo
i siciliani e i calabresi per
stroncare la mafia, anziché stronchiamo
la mafia per non affamare
siciliani e calabresi.Passi per Libero.

In fondo Vittorio Feltri è coerente:
che gliene importa al nord del ponte
sullo Stretto? Sono risorse sottratte
al popolo delle partire Iva.
Ma che dire di giornali che quando
Impregilo (aveva nel mirino il progetto
da almeno un decennio) era
della Fiat o di Romiti mobilitavano
le loro migliori penne per cantare le
magnifiche sorti e progressive del
Ponte, e adesso arricciano il naso o
addirittura gettano fango.
Ogni grande opera pubblica suscita
dibattiti, opposizioni, lacerazioni
politiche e sociali.Tanto più un ponte
che ha di per sé un particolare valore
simbolico.

Quando svedesi e
danesi decisero di costruire il loro
(di 8 chilometri anche se non a una
sola campata) per collegare Malmoe
e Copenhagen,scoppiò un putiferio.
I verdi insorsero. Gli xenofobi
temevano l’invasione degli immigrati
dal continente. Tra Svezia e
Danimarca rispuntaro rivalità etnico-
culturali, storiche e militari persino.
La sutura scatena la reazione
delle cellule in tutti gli organismi,
anche quelli nazionali. Adesso a
Malmoe e a Copenhagen l’unica
questione è se il pedaggio riuscirà a
coprire i costi di gestione.Ma quelli
sono popoli pragmatici e luterani.
Noi che siamo idealisti e cattolici
non scenderemo mai a un tale
materialismo. Noi leveremo alte le
voci dello spirito. «Né un uomo né
un soldo per quell’inutile e pericoloso
monumento», scrive Guglielmo
Ragozzino sul Manifesto.Tra
quei mostri di Scilla e Cariddi si
aprano le bocche dell’inferno.

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