Ilva di Taranto: riassunto della crisi

12 Dicembre 2019, di Alessandra Caparello

Non c’è pace per l’Ilva di Taranto. Prima l’esproprio alla famiglia Riva accusata di aver violato per anni le leggi di sicurezza e quelle ambientali, ora l’addio di ArcelorMittal che minaccia di mandare a casa migliaia di persone tra operai e indotto.

La crisi e l’arrivo di ArcelorMottal nel 2018

Lo scorso anno, dopo la gara di aggiudicazione vinta a giugno 2017, il via libera dell’Unione Europea a maggio 2018 e l’accordo con i sindacati al Mise a settembre 2018, la multinazionale indiana ArcelorMittal mette le mani sul sito siderurgico italiano non senza polemiche.

Quest’anno, il colosso indiano annuncia la volontà di recedere dal contratto e riaffidare l’ex Ilva di Taranto ai commissari e quindi allo Stato.

“Saranno avviate tutte le operazioni necessarie per realizzare l’ordinanza e graduale sospensione delle attività produttive. Il contratto è risolto di diritto per sopravvenuta impossibilità ad eseguirlo e in via di ulteriore subordine se ne chiederà la risoluzione giudiziale per i gravi inadempimenti delle concedenti e/o per eccessiva onerosità della nostra prestazione”.

Si legge così nella lettera di recesso firmata ArcelorMittal.

I motivi dell’addio

Le motivazioni addotte da ArcelorMittal per l’addio all’ex Ilva sono in primo luogo il venir meno dell’immunità penale sul piano ambientale  – il cosiddetto scudo penale –  inserito nel decreto Imprese.

Lo scudo penale per l’Ilva è l’immunità penale prevista per i gestori i relativamente all’attuazione del piano ambientale della fabbrica, introdotto dal governo Renzi nel 2015 e poi rimosso quest’anno dall’ex ministro dello sviluppo economicoLuigi Di Maio. Per  i legali di ArcelorMittal Italia l’esecuzione del contratto sull’ex Ilva “è divenuta impossibile” e “non sarebbe possibile eseguire il contratto”

Altro motivo, il rischio di veder spento l’altoforno 2 per la mancata adozione delle prescrizioni di sicurezza e, a seguire, per le stesse ragioni, anche degli altiforni 1 e 4.

L’Altoforno 2 è l’impianto che a giugno 2015 fu teatro di un incidente mortale e da lì la Procura aveva proceduto al sequestro  senza facoltà d’uso. Successivamente il Governo intervenne on un decreto legge che permise la continuità dell’impianto a fronte di lavori di messa a norma da farsi in un tempo da concordare con l’autorità giudiziaria. La scorsa estate la Procura ha ripristinato il vecchio sequestro del 2015.

Con un ricorso al Tribunale del Riesame, l’Ilva è però riuscita a ottenere nuovamente a settembre la facoltà d’uso ma nella lettera di recesso denuncia:

“Nonostante le indimostrate dichiarazioni contenute nella vostra lettera del 30 ottobre, gli organi competenti non hanno confermato in alcun modo che la presentazione dei progetti e dei cronoprogrammi relativi all’esecuzione della prescrizione entro il 13 novembre sia sufficiente per ottemperare all’ordinanza. Allo stato, quindi, Afo 2 dovrebbe essere spento”.

La mediazione con il governo

Fin da quando è stata resa nota la lettera di recesso, il governo si è mosso per scongiurare una crisi occupazionale senza precedenti. Dopo vari incontri, i vertici di ArecelorMittal hanno presentato un piano industriale 2020-2024 per l’ex Ilva che prevede 2.891 esuberi subito, per arrivare a 4.700 nel 2023, solo 300 in meno rispetto ai 5.000 paventati inizialmente. Irricevibile il piano di ArcelorMittal, si era affrettato a dire il governo.

Cosa succede adesso

Ora si avanti a trattare almeno fino al 20 dicembre, quando si terrà l’udienza al tribunale di Milano sulla causa civile tra commissari straordinari e azienda.

In settimana il Tribunale ha rigettato l’istanza presentata dai commissari per prorogare lo spegnimento dell’Altoforno 2 dello stabilimento. Da qui i sindacati Fim-Cisl rendono noto che, dopo esser stati informati da ArcelorMittal, “a breve invierà l’avvio della procedura della cassa integrazione straordinaria per 3.500 lavoratori dell’ex Ilva di Taranto.