IL TONFO FIAT
L’ EFFETTO DOMINO

21 Aprile 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Assalto alla Fiat con un vero e proprio panic selling in Borsa. Scalata alla Rcs. Bordate del contropatto in Bnl. Attacchi e contrattacchi in Antonveneta con Bpl oltre il 26% mentre Abn sale sopra il 20%. Chi dubita che la finanza sia una guerra condotta con altri mezzi, viene smentito da quel che accade a piazza Affari e dintorni (spesso più nei dintorni). Già, ma cosa accade? Non c’è un’unica strategia dietro le guerre in corso sul piccolo mercato italiano. O no? Leggendo le cronache, alcuni analisti amanti di grandi scenari sostengono che è in corso un assalto di outsiders (come Caltagirone) e new comers (come Ricucci) alla cittadella dell’establishment, approfittando di una serie di debolezze (l’azionariato Rcs e la crisi Fiat) o di dissidi interni (tra Geronzi e Fazio).

In conseguenza di tutto ciò, si assiste a un riequilibrio geoeconomico con lo spostamento dell’asse settentrionale da ovest a est e il tentativo di Roma di uscire dalla sua lunga fase di emarginazione, coincisa con la fine delle Partecipazioni statali. Si potrebbe dire che l’Italia è di nuovo afflitta dalla sindrome descritta da Francesco Guicciardini. I signorotti locali litigano, chiedono aiuto all’estero, gli eserciti stranieri varcano in forza le Alpi, un papa cerca di riunire gli italiani al grido di «fuori i barbari», ma la lega santa fallisce perché gli alleati tornano a scontrarsi su interessi in conflitto.

In queste analisi c’è, senza dubbio, della verità. Ma perché tutto sembra accelerarsi e scatenarsi proprio adesso? Pura coincidenza o qualche fattore “esterno” fa da catalizzatore? Di fattori, in realtà, ce ne sono almeno due: la parabola politica di Silvio Berlusconi e la parabola economica degli Agnelli. E scusate se è poco. E’ attorno a questi soli calanti che si accendono bagliori rossastri. Ma con una differenza di fondo: all’eclisse politica del cavaliere potrà seguire un’espansione del suo potere finanziario, per il club degli Agnelli, invece, sarà molto più difficile salvare quel ruolo chiave che ancor oggi mantengono.

Berlusconi ha già cominciato a riposizionarsi con la vendita del pacchetto Mediaset che ha fatto scendere la quota di Fininvest al 34%. Lo ha fatto, dicono gli analisti, per molti motivi: sistemare i figli di entrambi i matrimoni, approfittare della quotazione borsistica (ha venduto al massimo, se solo avesse atteso un paio di giorni avrebbe perso un bel po’ di quattrini), mettere al sicuro la sua azienda da vendette politiche se vince la sinistra e prepararsi una polizza per il futuro.

Con due miliardi liquidi in cassa si possono fare molte cose, si possono muovere passi consistenti nella diversificazione di Fininvest. Oggi è una finanziaria che ha in portafoglio come asset principali Mediaset, Mondadori e Medusa distribuzioni, quindi molto concentrata sui media che resteranno il core business, ma non più il business pressoché esclusivo. Su come Berlusconi impiegherà il suo tesoro, in Borsa si favoleggia molto. Ma l’opinione più diffusa è che guardi a Telecom Italia. Come capo del governo non può farlo, apriti cielo, ma come capo dell’opposizione chi glielo potrà impedire? Tanto meno se lascerà la politica sullo sfondo.

Comprerà anche una quota sostanziosa nel Corriere della sera? Nell’incontro con Paolo Mieli, Berlusconi ha giurato che resta fuori dall’assalto a fortezza Bastiani. Con la scalata a Rcs, non c’entra nulla. Nessuno può giurare che non c’entrino nulla uomini a lui vicini. Per esempio Salvatore Ligresti. Il costruttore milanese è già nel capitale con Fondiaria, la sua compagnia di assicurazioni. Ha atteso a lungo prima di avere un posto a tavola, e ha fatto sedere la figlia Jonella. Ma non gli basta, vuole entrare in plancia di comando.

In borsa si sta agitando molto Stefano Ricucci che avrebbe raggranellato tra il 7,5 e l’8 per cento. Giura di muoversi per proprio conto. Se no per conto di chi? Si era guardato a Francesco Gaetano Caltagirone, con il quale l’immobiliarista è legato nel contropatto di Bnl. Ma il costruttore romano ha detto di non aver comprato né venduto azioni Rcs negli ultimi 12 mesi e si tiene congelato il suo 2% fino alla fine di quest’anno.

La battaglia di (via) Solferino dipende dall’altro grande tramonto, quello degli Agnelli. A settembre, condivideranno con le banche la proprietà del gruppo Fiat, cioè il grosso del loro investimento. Al quale si sono dimostrati legati, ma non fino al punto di gettare tutti i loro quattrini in una fornace che li trasforma in fumo. Con i colpi subiti in borsa, il titolo è sceso ai minimi di 4,39 euro.

I fondi fuggono. La famiglia dovrà muoversi, forse prima del previsto e l’erede designato dall’Avvocato, John Jacob Elkann detto Jaki, deciderà cosa fare da grande. Non siamo in grado di dire se sopravviverà un marchio Fiat nell’auto e se l’Italia continuerà a essere un produttore significativo. Non ci siamo mai spinti a decretare una fine prematura, né abbiamo mai sottovalutato la crisi del gruppo. Ma gli Agnelli sembrano avviarsi verso lo stesso sentiero imboccato da altre grandi famiglie del capitalismo colpite dalla sindrome dei Buddenbrook.

In questa prospettiva, dovranno scegliere che cosa tenere delle loro partecipazioni e soprattutto di quelle definite “sensibili”: Mediobanca, Rcs, Stampa. Sulle quali le banche, una volta diventate azioniste Fiat, eserciteranno una influenza importante. Con strategie, in realtà, diverse. Intesa e Capitalia, ad esempio, sono in Rcs e vogliono contare, possibilmente di più. Unicredito è fuori, ma in compenso si sta giocando la sua partita dentro Mediobanca, in competizione con Capitalia. Un tourbillon che sta eccitando gli animal spirits (quei pochi ancora rimasti a piazza Affari e dintorni). E proprio per contendersi l’eredità degli Agnelli, stanno affilando i coltelli finanzieri più o meno d’assalto, banchieri e vecchi e nuovi, amici e nemici di Berlusconi. E i tanti Rastignac che fioriscono in ogni fine impero.

Dunque, fra un anno, con Prodi a palazzo Chigi, alcuni vedono Berlusconi trasformarsi nell’uomo più ricco e potente d’Italia, colui attraverso il quale passeranno tutte le partite decisive. La Fininvest sarà la nuova Ifi e il Cavaliere il nuovo Avvocato: sarà lui a pranzare con i potenti del mondo, invitato fisso alla Casa Bianca (almeno finché resta Bush), punto di riferimento per la diplomazia italiana (bon gré mal gré, anche se alla Farnesina ci sarà un ulivista), perno per l’equilibrio proprietario nell’unico colosso economico rimasto, cioè Telecom che ha ormai sostituito la Fiat come campione nazionale.

Accanto al nuovo impero del Cavaliere, ci saranno le banche. Alle tre grandi attuali (Intesa, Unicredito, Sanpaolo), si aggiungerà una quarta banca nazionale: Capitalia. Se lo scontro su Antoveneta si concluderà con la vittoria di Gianpiero Fiorani (convinto di poter raggiungere qualcosa in più del 51%), gli olandesi usciranno e vorranno avere un ruolo maggiore nella banca romana. Fazio, che tanto ha concesso alla Popolare di Lodi, non potrà più esercitare la sua moral suasion contro Abn. Né potrà fermare il Bilbao in Bnl. I più «mercatisti» immaginano che di qui a un anno partirà anche la fusione tra due delle maggiori. Un attento osservatore, il quale per anni ha avuto un ruolo politico di primo piano, è pronto a scommettere che dopo questa battaglia nulla sarà più come prima nel sistema bancario italiano.

Tra gli uomini nuovi (relativamente), avrà un ruolo importante Caltagirone. Innanzitutto perché possiede due miliardi cash da mettere sul tappeto, eppoi perché gode di ottimi sostegni trasversali dal centro cattolico alla sinistra di governo (eccellenti i rapporti con le amministrazioni di Roma e di Napoli). Potrà sperare di diventare il Bouygues italiano. Al grande costruttore francese, l’appoggio di Chirac e la non ostilità di Mitterrand ha fruttato la principale catena televisiva privatizzata.

Oltre che un ruolo guida nei grandi lavori e nelle infrastrutture pubbliche. Caltagirone vuole crescere nei giornali, lo ha detto e ripetuto. Ha bussato al Corriere e non gli hanno aperto, ha bussato alla Stampa con 400 milioni in mano e gli hanno detto no grazie. Al Gazzettino gli fanno vedere i sorci verdi. Ma è solido e tenace.
In questo nuovo riassetto dei grandi poteri, che ruolo avrà la Confindustria? Montezemolo le ha assegnato una funzione federatrice: mettere insieme un mondo imprenditoriale frammentato e lacerato da interessi e visioni in conflitto.

Come punto di partenza per un patto dei produttori (ma per carità guai a chiamarlo così) del secondo millennio. La crisi strutturale dell’industria e la pessima congiuntura, rendono debole questa prospettiva. Il «fare squadra», allora, dipende dalla possibilità di innovare il sistema contrattuale, uno scatto di reni alla Lama-Agnelli (ma senza scala mobile, per carità). Molto dipende da come andrà a finire la vicenda Fiat auto, una zavorra che pesa come piombo sulle ali di Montezemolo. Ma più in là i nostri amanti di scenari finanziari, non osano spingersi.

Copyright © Il Riformista per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved