IL PROBLEMA DI BERLUSCONI & C.

20 Settembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

Siamo piuttosto critici anche su questa legge Finanziaria, per quel che se ne sa. Siamo critici perché pensiamo, con il poeta: “C’è più gusto a tradir per intero/che a esser fedeli a metà”. Il fatto saliente è che il governo sarà anche in anticipo sul programma, come ripete sempre il Cav., ma è un programma che non si vede più tanto bene, per usare un’espressione eufemistica.

Si vedono invece i sindacati pimpanti e concertanti, ai quali viene anche dedicato un summit europeo di tipo “sociale” di cui non si sentiva il bisogno e che dovrebbe essere sostituito da un summit sulla competitività, sul rilancio della crescita e sulla creazione di un vero mercato unico e concorrenziale in Europa.

Si vedono condizionamenti e giochi di coalizione, dalle pensioni a tutto il resto, che indeboliscono una leadership declassata dallo stesso “premier” a mera persuasione morale o moral suasion. Stiamo freschi, se il paese pensiamo di guidarlo con i sermoni e i paternoster.

Si vede tanto realismo cerimoniale, un insieme di aggiustamenti, ma non quel progetto addirittura rivoluzionario, il famoso paese da cambiare, che al di là delle promesse era il motivo per cui questo governo è stato eletto e sarà il fatto concreto su cui gli italiani giudicheranno.

Non andiamo inseguendo pressioni lobbistiche, anche legittime, degli imprenditori. Non siamo idealisti o liberisti, in quel senso puro in cui si intendono le idee assolute o ideologie o visioni del mondo che nutrono i cuori e tengono a stecchetto le teste degli uomini. Vediamo allora quel che si capisce e quel che non si capisce di questo affanno palese, di questa svolta che non arriva mai, di questo nuovo slancio che si annuncia e non c’è nell’attività di un governo che aveva grandi ambizioni tutte apparentemente in via di drastico ridimensionamento (prima di ogni altra cosa, le tasse).

Comprendiamo perfettamente che l’Italia è una regione d’Europa, che ha un debito pubblico alto preso in eredità dalla sua storia, che dunque non si possono buttare a mare dieci anni di sacrifici semplicemente governando con il deficit, che i mercati ci guardano e vorrebbero bensì la crescita dell’economia ma non a spese dei bilanci pubblici, che una relativa pace sociale va nel conto attivo del bilancio dello Stato e del bilancio della politica, che c’è una drammatica sfasatura tra la scala immensa dei problemi di tutte le economie europee e gli strumenti di governo minuscoli restati in mano agli Stati nazione.

Comprendiamo perfettamente che il governo ha liberalizzato abbastanza, sebbene per vie tortuose, il mercato del lavoro; che il piano Tremonti per le infrastrutture è una cosa fantastica, al livello delle altre sue idee-forza che abbiamo difeso contro gli insani attacchi dell’opposizione (il rientro dei capitali, le cartolarizzazioni, la gestione dinamica del patrimonio pubblico, le leggi antidirigiste per le grandi opere, il tentativo di smobilizzare patrimoni gestiti come rendite).

Sappiamo altresì che altre cose bollono in pentola, e che una Cassa depositi e prestiti sottratta all’inerzia della pubblica amministrazione, e per così dire messa nel conto delle risorse per lo sviluppo, è una modernizzazione importante del paese, e ci mette alla pari dei competitori francesi e tedeschi; che la tecno-Tremonti è una buona, ottima cosa, che il modo di finanziare la piccola e media impresa forse c’è, con la riforma dei consorzi di credito, che la tassazione delle imprese sul modello olandese è benzina per la crescita, che la parte in eccedenza delle riserve della Banca d’Italia sarà prima o poi usata per incentivare lo sviluppo e non per garantire una stasi senza risorse; e che la riforma delle pensioni è come si dice “strutturale”.

E che cosa non comprendiamo? Questo. Quando parliamo con quelli nel governo che hanno passione per la politica e sono intelligenti (non tutti lo sono, naturalmente, come altrove e nei giornali) ci sentiamo dire che il mondo è radicalmente cambiato rispetto a quello in cui si svolse la campagna elettorale del 2001. Perché il governo e il suo capo non si risolvono a fare un discorso di verità e a dirlo agli italiani? Perché siamo ancora fermi a Vespa, alle promesse e alla scrivania di ciliegio su cui furono vergate? Questo non lo comprendiamo.

C’è una linea per rafforzare i poteri del premier e devolvere funzioni e farla finita con il bicameralismo perfetto: ottima cosa, perché nel mondo radicalmente cambiato dall’11 settembre in qua (due guerre in due anni e interi continenti come l’Africa e l’America Latina che spariscono: così dicono) la questione dei poteri nazionali in Europa è dirimente per governare.

Ma, a parte Forcolandia e altre esagerazioni, a parte le dogane bucate e la concorrenza sleale dei cinesi, c’è una politica estera ed europea che sfidi questi vincoli e li riaggiusti nel segno della crescita insieme con il patto “stupido” di stabilità? A parte la gioia sincera che si firmi a Roma e in tempo il nuovo lungo e brodoso trattato costituzionale, sul quale bisogna pure sentirsi liberi di mettere un po’ di carne al fuoco invece che un timbro burocratico, che cosa facciamo per non subire come un fardello un’Europa fiacca, irrilevante, stagnante?

Se leggi il socialista britannico Gordon Brown, sembra che il ciclo rivoluzionario del capitalismo globalizzatore e liberatore possa continuare. Se leggi le cronache pallide della Finanziaria, sembra che i berlusconiani al governo in Italia si siano rassegnati a galleggiare su una nozione troppo modesta di ciò che è possibile. Passi per Colbert, ma alla grande e soprattutto dicendo la verità a un paese che rischia di nuovo la miscredenza.

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