IL NEW DEAL DI OBAMA, $500 MILIARDI PER SALVARE L’ECONOMIA AMERICANA

11 Novembre 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Cinquecento miliardi di dollari da mettere in campo per riattivare un’economia paralizzata dalla gelata del credito: una cifra enorme, improponibile stando alle normali logiche di bilancio. Eppure è proprio questa la dimensione degli interventi d’emergenza per il 2009 suggerita alla nuova Amministrazione Usa da soggetti tra loro molto diversi come la banca Goldman Sachs e l’economista «liberal» Paul Krugman.

Il premio Nobel sostiene che, con un’economia che rischia la depressione, non è il momento del rigore: bisogna partire da ciò che è necessario (300 miliardi, secondo i principali economisti) e aggiungerci il 50%. Quanto ai banchieri di Wall Street, sanno che mettere in campo 500 miliardi è rischioso, ma avvertono che questa cifra basta appena a compensare ciò che la «gelata» del credito ha sottratto nelle ultime settimane all’economia americana.

E a chi gli chiede se Obama, davanti all’ emergenza deficit, rinvierà una parte dei suoi programmi (la riforma sanitaria o il piano per le energie alternative) il suo nuovo capo di gabinetto Rahm Emanuel risponde di no perché, «il meltdown dell’economia è una disgrazia, ma anche un’opportunità per accelerare il cambiamento».

Per ora i leader democratici del Congresso vorrebbero varare un pacchetto di emergenza da 100-150 miliardi: misure urgenti, da attivare ancor prima dell’insediamento di Obama, presidente Bush permettendo. In primo luogo il salvataggio dell’industria Usa dell’auto (25 miliardi subito più altri 25, già deliberati ma non ancora erogati, per le nuove tecnologie energetiche), 25 miliardi di sostegni agli enti locali per evitare che le crisi fiscali di Stati e città si traducano in drastici tagli della sanità per gli anziani e i poveri, dei servizi scolastici e degli aiuti per la casa.

In attesa di un piano nazionale molto più ampio, altri 25 miliardi dovrebbero essere destinati agli interventi più urgenti per le opere pubbliche: soprattutto manutenzione di ponti e autostrade. Molti democratici vorrebbero poi varare subito un primo pacchetto di sgravi fiscali per i ceti medi. Che il neopresidente vuole associare a un aumento del prelievo sui redditi più elevati. Nel loro colloquio di ieri probabilmente Obama e Bush hanno parlato anche della possibilità di varare qualche intervento d’emergenza durante le settimane della transizione. Ma non sono trapelati segnali positivi.

Fin qui la Casa Bianca non ha risposto agli appelli di Ford, Gm e Chrysler e Bush non ha certo voglia di concludere la sua presidenza avallando una manovra tributaria che contraddice la sua filosofia di sgravi destinati soprattutto a ceti che danno un maggior contributo allo sviluppo della produzione.

Quelle attuali sono, però, circostanze straordinarie, tanto che lo stesso ministro del Tesoro, Henry Paulson (che ieri ha dovuto elevare a 150 miliardi di dollari l’intervento per tenere a galla il gruppo Aig ormai nazionalizzato), avrebbe chiesto l’avallo di Obama per ampliare il raggio d’azione del megafondo da 700 miliardi di dollari affidatogli dal Congresso: non solo aiuti e partecipazioni nel capitale di banche e assicurazioni, ma anche interventi in una vasta gamma di società finanziarie in difficoltà e, forse, in qualche settore industriale. Un compromesso su un pacchetto d’emergenza rimane, quindi, possibile.

Quanto al piano Obama vero e proprio, non è facile immaginare oggi quale sarà la reale portata della manovra 2009, anche perché la situazione economica americana si è rapidamente deteriorata nelle ultime settimane di campagna elettorale.

I 500 miliardi sono necessari ma possono anche creare problemi di stabilità, visto il deterioramento dei conti pubblici: un deficit che, dopo aver raggiunto nell’ anno fiscale appena concluso la cifra record di 455 miliardi di dollari, nell’esercizio attuale (che terminerà il 30 settembre 2009) rischia di superare il trilione (mille miliardi) di dollari prima ancora che il nuovo presidente metta mano al suo pacchetto di interventi.

Certo, in rapporto al reddito nazionale, il debito Usa è ancora relativamente basso, almeno rispetto all’Europa. Ma i salvataggi pubblici imposti dalla crisi bancaria hanno già obbligato il Tesoro a lanciare emissioni imponenti di titoli pubblici (550 miliardi di dollari solo nell’ ultimo trimestre 2008). Fin qui il mercato le ha assorbite, anche per l’assenza, in questa fase, di altri impieghi remunerativi. Ma in futuro potrebbero emergere seri problemi di finanziamento del debito pubblico. Il rinvio di una parte del piano Obama potrebbe diventare una necessità.

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