IL FATTORE TEMPO AVVILISCE L’AMERICA

31 Marzo 2003, di Redazione Wall Street Italia

Qualcosa è percettibilmente cambiato negli umori in America. Non solo quelli del pubblico. Non solo quelli della stampa e dei media. Anche quelli dei massimi responsabili, che pure hanno studiato una vita su come comunicare l’immagine giusta, al momento giusto. Si nota che è cambiato persino l’umore di George W. Bush. Era partito affettando un grande distacco. Volto a comunicare grande sicurezza. Si era compiaciuto a far raccontare dai suoi aides che sul volo di ritorno dal summit alle Azzorre aveva interrotto la stesura dell’ultimatum a Saddam Hussein per guardare un pezzo di «Conspiracy Theory», l’ultimo film di Mel Gibson. Nel primo weekend di guerra ostentatamente non aveva voluto rinunciare ad andare a Camp David. Nelle prime 72 ore di operazioni aveva scelto ostentatamente di delegare il compito di spiegarle ai militari. Forse non voleva dare l’impressione di essere ossessionato dalla guerra come lo era stato Lyndon B. Johnson, che chiamava i suoi generali a Saigon in piena notte e aveva fatto costruire alla Casa Bianca un plastico della battaglia di Khe Sanh, per poter seguire quel che gli riferivano, ha ipotizzato un commentatore del «New York Times». Era riuscito a dare un’impressione di freddo distacco persino quando gli avevano chiesto a bruciapelo dei primi prigionieri e caduti. Qualcuno aveva cominciato a chiamarlo «il presidente remoto». Poi le cose sono cambiate. Il messaggio, da quello distaccato di chi sa il fatto suo, è passato ad essere quello della determinazione. È sopravvenuto il bisogno di comunicare innanzitutto che la guerra sarebbe andata avanti fino alla «vittoria totale», per quanto possa essere lunga, sanguinosa, difficile e costosa.

Al suo scoppiettante capo del Pentagono Donald Rumsfeld è successo anche peggio. Anziché illustrare i successi e il progredire dello sgretolamento del regime iracheno, come aveva fatto nei primissimi giorni, è costretto a darsi da fare smentire che sia colpa sua, e degli altri superfalchi a tavolino che avevano preannunciato che la guerra sarebbe stata una «passeggiata» verso Baghdad («Crollerà come un castello di carte», aveva profetizzato Dick Cheney), negare di averla voluta fare «in economia», minimizzare i litigi con i pianificatori militari che chiedevano almeno il doppio delle truppe che lui gli aveva concesso, addossare platealmente ogni responsabilità al generale Tommy Franks («Mi piacerebbe attribuirmene la paternità, ma il piano è suo»).

Il pubblico americano ha ormai capito che sarà molto più dura e lunga di quel che gli avevano promesso. Gli ultimi poll mostrano che l’82% dei rispondenti si aspettano «sostanziali perdite americane» (erano il 37% la notte che iniziò il conflitto). Li stanno preparando all’eventualità che possa durare «mesi» e non «qualche giorno». Ritorna insistente nei commenti il fantasma del Vietnam, che pure sembrava essere stato, dopo decenni, definitivamente esorcizzato. Era il paragone di cui Bush avrebbe fatto volentieri a meno, anche quando viene evocato apparentemente in suo favore. «Saddam non vincerà. A differenza di Johnson in Vietnam, Bush non abbandonerà la partita. È un texano di tempra diversa. Continuerà nell’escalation e ancora nell’escalation», dice Richard Holbrooke, l’ambasciatore all’Onu di Bill Clinton all’epoca della guerra per il Kosovo. «Probabilmente la sua strategia militare riuscirà ad avere ragione di Saddam. Ma potrebbe sfociare in una jihad islamica contro di noi e i nostri amici», aggiunge però. C’è la percezione netta, e non solo tra gli specialisti, che la durata della guerra accresce tutte le incertezze. «Nella teoria del caos il battito d’ali di una farfalla può causare un ciclone da tutt’altra parte. E noi ci troviamo in una di queste situazioni… Più la guerra dura, maggiori sono le difficoltà che avremo nel resto del mondo. È un momento delicato, eventi relativamente minori possono avere grandi conseguenze. Siamo già al di là della strategia. Quel che conta ora è quel che sta succedendo sul campo», il modo in cui l’ha messa, in un’intervista al «Los Angeles Times», il politologo dell’Università di Yale, John Lewis Gaddis. «Il vero nemico potrebbe essere il tempo», titola il giornale. «Se la guerra si impantana, entreranno in gioco molti altri fattori, gli aspetti politici potrebbero entrare in conflitto con quelli militari», prevede l’ex capo della National Security Agency, William Odom. «Il dilemma potrebbe diventare tra ammazzare più gente per portare la guerra ad una conclusione più rapida, facendo inorridire il mondo, o contenere la guerra, rischiando di perdere il consenso interno», aggiunge.

Ancora il Vietnam viene evocato, in un intervento sul «New York Times», dall’ex segretario alla Navy di Ronald Reagan, James Webb. Ricorda che il suo plotone era stato attirato in un agguato di vietcong da una sorridente ragazzina di 7 anni. «La confusione morale e tattica che circonda questo tipo di guerre è enorme. È anche una delle ragioni per cui i marines ebbero perdite così pesanti, 5 volte più caduti che nella Prima guerra mondiale, 3 volte più che nella guerra di Corea, più che in tutta la Seconda guerra mondiale». C’è anche chi sostiene che sono stati finora troppo «gentili». Edward Luttwak, in un articolo sul «Los Angeles Times» ha esortato a tornare ai bombardamenti a tappeto, perché con quelli di precisione si rischierebbe di prolungare la guerra e la perdita di vite. L’altro giorno in un sondaggio sul sito web del «Wall Street Journal» si chiedeva ai lettori se erano favorevoli a una maggiore ferocia nei bombardamenti per accorciare la guerra. Il 62% dei rispondenti ha risposto di sì.

Uno dei problemi è che se la guerra si insabbia, una parte dell’opinione pubblica americana potrebbe essere tentata di chiedere e giustificare maggiore ferocia. Che è poi probabilmente la scommessa di Saddam Hussein. Fargli ammazzare più iracheni potrebbe giovargli quanto riuscire ad ammazzare più americani. Il professor John Muller dell’Ohio State University, che ha studiato le reazioni dell’opinione pubblica americana durante le guerre in Corea, Vietnam e nel Golfo ricorda che «gli orientamenti si rovesciarono a sfavore della guerra quando si passò la soglia dei 37.000 morti, grosso modo quelli che c’erano stati in Corea (il totale fu 58.000)». Si disse che i 3000 morti dell’11 settembre avevano fatto mettere definitivamente alle spalle ogni «complesso del Vietnam». C’è anche di peggio: la possibilità che stavolta la soglia a cui gli umori potrebbero cambiare, rivolgendosi contro Bush, forse non si misura solo in termine di «body bags» di caduti americani, e nemmeno in termini di orrore per le vittime irachene innocenti, ma anche in dollari che costerà a Wall Street e al bilancio Usa l’allungarsi della guerra.

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