IL FALLIMENTO DELLA FEDERAL RESERVE

1 Luglio 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – È inaccettabile che l’economia mondiale precipiti in una crisi, sicuramente la più grave dai tempi della Grande Depressione degli anni Trenta, per colpa di qualche migliaia di banchieri e di gestori di Hedge Funds. Eppure è quanto sta accadendo e la caduta delle borse di questi giorni è semplicemente la controprova che la cosiddetta crisi dei mutui subprime sta cominciando ad intaccare pesantemente l’economia reale.


La previsione della maggior parte degli analisti finanziari di una ripresa dell’economia statunitense nel secondo semestre di quest’anno si sta rivelando quanto meno fantasiosa, così come l’idea che il peggio della crisi del sistema bancario sia già alle nostre spalle. I dati economici indicano invece che gli Stati Uniti durante questo secondo trimestre sono molto probabilmente già caduti in recessione, che la crisi del mercato immobiliare americano continua ad aggravarsi e che la crescita europea sta subendo una brusca frenata.


D’altro canto non vi è stato alcun sostanziale miglioramento della situazione del sistema bancario, come dimostra l’impennata di tutti gli indici di mercato che «misurano» il grado di fiducia nei confronti degli istituti finanziari. Quindi ora con l’inflazione in forte rialzo ovunque, con il continuo aumento del prezzo del petrolio e con la nuova pericolosa fase di debolezza del dollaro si ha la dimostrazione del totale fallimento delle politiche con cui si è voluta affrontare la crisi del sistema finanziario, che anzi stanno provocando un generale avvitamento dell’economia mondiale.

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Dopo lo scoppio nel mese di agosto dell’anno scorso dell’enorme bolla del credito creata dalla nuova ingegneria finanziaria, si doveva affrontare di petto la crisi del sistema bancario. Si dovevano inviare le autorità di sorveglianza sia negli Stati Uniti, sia in Europa e anche in Svizzera a verificare i bilanci delle banche e si dovevano trarre le inevitabili conclusioni per quegli istituti bancari che non soddisfacevano più i requisiti di capitale (ossia che erano e sono tecnicamente falliti).


È quanto si deve fare ancora oggi e ciò non vuol dire condannare al fallimento questi istituti bancari, ma obbligarli a ricapitalizzarsi adeguatamente. Se non fossero in grado di ricapitalizzarsi sul mercato, bisognerebbe nazionalizzarli. In questo modo le banche centrali sarebbero sgravate dal compito di condurre una politica monetaria tesa a salvare il sistema bancario.


A causa della debolezza delle classi politiche dei paesi occidentali e a causa del potere di influenza politica del mondo della finanza questa via non è stata seguita. Si è invece pensato di salvare capra e cavoli usando la politica monetaria (taglio dei tassi, iniezioni continue di capitali, ecc.) per risanare il sistema finanziario.

Il risultato di questa politica è che si è aggravato il quadro generale dell’economia mondiale senza nemmeno riuscire a creare le premesse per cominciare a risolvere la crisi del sistema bancario. Ci spieghiamo.

La politica monetaria fortemente espansiva seguita dalla Federal Reserve si sta rivelando un fallimento: non ha frenato la caduta del mercato immobiliare, non sta scongiurando la recessione e ha dato solo una boccata di ossigeno alle banche. In compenso, i tassi bassi e la continua espansione della massa monetaria sono state la causa prima del rialzo dell’inflazione, dell’impennata dei prezzi del petrolio e delle altre materie prime e della caduta del valore del dollaro. La Federal Reserve ha inoltre perduto credibilità.

Non è infatti casuale che le turbolenze sui mercati finanziari sono cresciute fortemente dopo la riunione della Fed di mercoledì scorso, ossia quando la banca centrale americana ha confermato che non alzerà il costo del denaro, che è attualmente al 2%, nonostante l’inflazione negli Stati Uniti sia già salita al 4,2% e nonostante si preveda che entro la fine dell’anno supererà il 6%. In pratica, la banca centrale statunitense ha confermato di essere «schiava» di Wall Street e di voler continuare a subordinare la lotta al rincaro e la difesa del valore del dollaro ai bisogni della finanza americana.

Di fronte a questa abdicazione della banca centrale americana la reazione è stata immediata: il dollaro si è di nuovo indebolito, il prezzo del petrolio ha superato i 140 dollari il barile, le borse hanno ripreso a scendere e paradossalmente gli indici di misura dello stato di salute delle banche sono peggiorati. È evidente che stiamo entrando in un periodo di forti tensioni, poiché l’attuale politica monetaria americana produce un pericoloso aumento dell’inflazione che si aggiunge al brusco rallentamento dell’economia. Si tratta di una ricetta economica che non può che fare paura.

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